30 Ott

Pensiero n. 18

che tu sia per me il coltello

Abbiamo scoperto che se si stendono le camicie su una sedia dallo schienale alto, per magia le camicie si stireranno da sole. Meglio: abbiamo una cosa in meno da fare. Ieri gli hamburger sono riusciti bene. Dopo cena, stesi sul divano bianco che, come ci avevano detto tutti, si sporca solo a guardarlo (ho provveduto a ricoprirlo con un copripiumino dai mille colori), abbiamo seguito il programma di Fabio Fazio. Ospite, tra gli altri, David Grossman. Una gioia ascoltare uno scrittore che ho letto. Imparo sempre molto dagli scrittori che parlano. Soprattutto da quelli di cui ho apprezzato la scrittura.

 

“Che tu sia per me il coltello” ha rappresentato per me una vera oasi di pace, una sorta di educazione sentimentale. In quel periodo, se non ricordo male, cominciavo a frequentare Daniele. Grossman ieri parlava della necessaria pratica della scrittura. Ognuno ha qualcosa che lo salva – qualcuno la psicoanalisi, qualcuno la scrittura. Aveva dei grandi occhi pieni di lacrime. Aveva gli occhi che parlavano di tenerezza e con le parole spiegava come sia importante, per chi si esprime con le arti, resistere alla morte. Scrivere per Grossman significa rifiutarsi a formulare frasi fatte e riprendersi, anarchicamente, il linguaggio.

 

Dopo aver lavato i piatti di ieri sera, dieci minuti fa, ho messo dentro una piccola pentola un po’ di acqua e limone, per cacciare i cattivi odori dei piatti rimasti una notte nell’acqua. Stamattina il fidanzato mi ha svegliato, con la sua sveglia, e mi ha di nuovo abbracciato e mi ha detto che mi ama.

 

Un bel risveglio.

 

Poi colazione al bar che sta in piazza – quello raffinato e grande, non quello domestico che abbiamo sotto casa – e supermercato con un’uscita di 20 euro. In piazza hanno allestito uno stand dell’Ama. La spazzatura romana chiede a noi cittadini di separare ogni tipo di rifiuto: va bene la carta e la plastica, ma finora dentro la plastica ci andava anche il vetro invece d’ora in avanti il vetro si deve separare dalla plastica, l’umido dalla carta e insomma, io sono meno importante della spazzatura, con tutte le attenzioni che secondo i piani alti dell’Ama dovremmo dedicare a quello che buttiamo.

Ornella Spagnulo

 

29 Ott

Reale pensiero n. 17

Ricomincio a pensare a me, e a noi in chiave romantica. Lo prova l’episodio di oggi pomeriggio: mi sono dimenticata dell’appuntamento con gli operai per la riverniciatura della parte di soffitto che si era riempita d’acqua, sono dovuta correre a casa ad aprire la porta e in generale prendo finalmente con calma tutta la questione ‘materiale’ della casa, penso al fidanzato e penso a me.

 

Ieri sera l’ho sottoposto per la seconda volta alla visione del Favoloso mondo di Amelie. Era tranquillo e contento, io appagata…tempo mezz’ora e lui si addormenta eppure a me, come al solito, fa piacere. Un totale abbandono: quello che chiedo all’amore. Un abbandono dalle delusioni, dalle forzature, dai doveri.  Un abbandono da quello che ti dicono gli altri – ‘devi’ fare solo quello che veramente vuoi. Voleva dormire e io ero contenta, volevo vedere quel film e averlo vicino.

 

L’ho svegliato alla fine per invitarlo a mettere il pigiama e andare a letto. Durante la notte mi sono alzata e ho dato una capocciata al muro, lui mi ha sentito e mi ha abbracciato stretta. In questo modo mi sono addormentata senza pensare che per me i colpi in testa possono rappresentare un pericolo, per la retina. A parte questo, la casa va avanti da sola ormai. Sabato sera i primi ospiti, i miei amici di una vita direi, anche se l’amico che conosco davvero da tanto tempo, A., lo conosco solo da quando mi sono laureata – quattro anni mi pare.

 

Siamo stati bene. Ha partecipato alla cena anche lo chef coinquilino di A., che ha portato uno strano purea pieno di verdure, peperoni, melenzane e tante spezie. M., invece, ha preso una torta all’albicocca. Ho trovato molto bene M.: anche lei da quando vive da sola sta meglio. Queste case vuote ci fanno viaggiare dentro di noi senza l’angoscia del passato, dimenticando i ricordi. Ora stanno dando l’ultima passata di bianco al soffitto, mentre il i titolare dell’impresa che ha ristrutturato casa si guarda intorno con l’aria polemica, e so il motivo, gliel’ho appena detto: il totale del pagamento che rimane lo pagheremo solo alla fine, per direttiva di mio padre. Aspettiamo, con ansia, ancora una porta e le ultime rifiniture, tra cui l’altro bagno che si smonta. Non voglio che facciano arrabbiare  mio padre. Sia lui che mamma hanno fatto molto per me. Hanno fatto davvero tanto. Ieri a pranzo siamo andati da loro, siamo stati bene.

 

Adesso aspetto che arrivi la cena per passare un po’ di tempo con il fidanzato compagno. Mi dico che tutto questo sembra molto buffo. Non ho mai guardato alla convivenza come a una situazione ideale. Non ho mai pensato di fare la casalinga, per un periodo di tempo, e di occuparmi esclusivamente della casa.

 

Prima al telefono sono stata dolce con lui e voglio recuperare questa dolcezza in tutto. Questo rappresenta il nostro nuovo inizio, allontano da me il masochismo che mi ha spinto per anni nelle braccia sbagliate.

convivenza

Ornella Spagnulo

 

26 Ott

Realtà n. 16

Quello che ci si aspetta da me litiga con quella che voglio diventare, e in mezzo ci sta quella che sono. Ci si aspetta che io sia mezza matta e che pulisca bene casa – che sbagli a pronunciare le parole corrette nel momento più inopportuno, che legga di tutto, che faccia l’amore, che risponda al telefono ogni volta che squilla. Ma sta di fatto che stamattina ho lasciato il cellulare a casa e sopravvivo lo stesso, che le pulizie mi riescono bene solo se le isolo e le circoscrivo (‘oggi il bagno, domani il salone, quando possibile lo studio’…), che preferisco i libri con i caratteri stampati grossi per non affaticare troppo la vista, che non sto facendo l’amore per un problema di cistite acuta o non so cosa sia, che comincio a saper dire le cose nel giusto momento e…miracolo! Che io non sia più tanto pazza come un tempo.

 

Riportare i piedi a terra è necessario quando si ama. Anche la più piccola parola inutile può pesare più della muraglia cinese. E sì che in Cina non ci sono mai stata, né mi attira. Vorrei andare a New York, in Turchia e in Egitto. Ma nell’ordine vorrei andare prima di tutto in Egitto, poi in Provenza, in Norvegia a vedere i fiordi, poi vorrei fare vacanza in Australia per vedere i canguri e le pianure immense, poi vorrei portare la macchina fotografica con me e non fare nemmeno una foto.

 

Se ci si diverte, non si pensa a fotografare. Comunque, al di là di tutto, sono una donna e questo mi costringe a qualcosa, sì va bene il femminismo e i ruoli che sono cambiati – e la saga delle conquiste decisamente modificata: ora la donna parte all’attacco – ma guarda un po’ io resto a casa a cucinare e lui sta tutto il giorno fuori a cacciare animali, l’equivalente del lavoro, per noi, e non è che mi pesa questo ma sento la solitudine dentro le ossa e sembra che vivo per quei dieci minuti, la sera, quando mi dice belle frasi e mi coccola.

 

Solitudine, fra l’altro, che tempo fa ho cercato con le mie mani, ho affondato le mani nel mio corpo, nel mio cervello, stando sola ho ritrovato un contatto con me. Allora ho cominciato a dire le parole giuste al momento giusto. Ma sempre rimpiangendo quella sbadataggine e quella libertà che mi caratterizzavano – come di una farfalla senza rete, che sfugge e si colora e poi, a un tratto, muore.

 

Stasera si cena dalla mamma del fidanzato con i cugini. Se avrò tempo porterò una macedonia. Ho preso le spezie dal Commercio Equo e Solidale: cannella e altro. La cannella sarebbe l’ideale ingrediente insolito per una macedonia. L’ho già sperimentato una volta.

macedonia

 

Il mio tempo per me è finito. Tra mezz’ora verranno a passare il silicone sugli infissi. Lo studio attualmente è uno sgabuzzino e mi piange la coscienza. Tra non molto, al posto di tutte quelle cianfrusaglie, ci saranno una grande scrivania e due computer. È piccolo ma c’è una specie di finestra che dà sul salone. E io, almeno un po’, riprendo a curare anche il mio corpo e i rapporti sociali. C’è questo lento proposito di diventare più buona. Ma solo per sentirmi meno sola.

 

Il fidanzato dice che non vorrebbe andare a lavorare per stare tutto il giorno con me. Lo amo.

 

 

25 Ott

Pensiero n. 15

Stavo raccontando al fidanzato cosa mi era successo durante la giornata, ma lui ha detto: ‘scrivilo sul blog, dopo lo leggo’. Ha installato una copia di Office sul suo computer – un Ibm, io odio gli Ibm, sono tanto austeri, vecchi, hanno i tasti giganti; niente a che vedere con i Mac, con il bianco assoluto, con Steve Jobs: i Mac sono belli e basta. E poi pure Steve Jobs mi stava simpatico, con il suo buddhismo, con il suoi passato freak e arrogante.

 

Dicevo, ero indecisa tra la preparazione di un piatto di tagliatelle paglia e fieno con funghi e pancetta, la pulizia dell’altro bagno e la scrittura. Volendo potevo anche asciugarmi i capelli umidi – ma sarebbe stato uno spreco di tempo, tanto si asciugano lo stesso  -, guardare la televisione oppure leggere il libro appena comprato (Pamuk).  Potevo fare altre cose, ordinare lo studio, non so, passare l’aspirapolvere ma non funziona, imparare a memoria le istruzioni del forno o altro di utile.

 

Ma qualcosa ancora in me rimane come la me di prima. La stessa paura delle allergie, lo stesso istinto che predomina sulla ragione. In fondo, qualcosa di me rimane anche se ho una casa. E un fidanzato da ‘accudire’. Ecco, ora esce dalla doccia e vuole il ‘fono’.

 

Sta di fatto che mi stavo dimenticando di cosa era successo. Penso a domani e alle incombenze. Comunque, in sintesi, mi sono arrabbiata con l’architetto per alcune cose fondamentali che ancora mancano in casa o sono da sistemare, come una porta e un faretto pendente dal soffitto.  Poi arrivano i falegnami che installano le librerie a muro e gli armadi. Vogliono essere pagati del tutto anche se manca la porta. ‘la porta era compito vostro’ dico ai falegnami; ma loro si arrabbiano e vogliono ancora soldi. Allora scendo e vado a prelevare. Compro anche un paio di lenzuola matrimoniali fuori misura (il nostro letto misura 2 metri per 1,60). Insomma faccio, compro e mi ricordo anche di portare loro una bottiglia d’acqua. Dopo il grande litigio ci rappacifichiamo come se fossimo tre anime pie che si chiedono scusa per aver fatto degli sbagli e si redimono. Totale redenzione.

 

Il fidanzato guarda con piacere la pancetta comprata al mercato, l’ho uscita dal frigo per preparare. Dicevo, i lavoratori sono arrivati nel pomeriggio e insieme a loro l’architetto ha fatto irruzione in casa. ‘devo essere pagato, i lavori sono finiti’, ‘ma manca una porta, sarebbe importante’, e vari fraintendimenti ed ecco, alla fine gliel’ho detto: ‘mi dispiace ma non ho Internet qui, mi tocca andare dai miei genitori , sinceramente non ho neanche letto l’importo della fattura, ma stia tranquillo, il pagamento, come i precedenti, arriva’.

 

Il fidanzato sta apparecchiando la tavola, e da questo capisco che devo cucinare. Infine, giornata di litigi e di pace. Il fidanzato nota come ho decorato la cappa dei fornelli, con dei barattoli con le rose e dice: ‘oh, che bello’. E sposta leggermente un barattolo e lo allinea meglio. Sono contenta di questa pace, finalmente, e ho anche molta fame.

 

 

24 Ott

Pensiero e realtà n. 15

Sono a casa dei padri per una cena in compagnia di mia mamma. Gli uomini – mio padre per mia madre, Daniele per me – sono entrambi fuori per lavoro. Cene di lavoro con i colleghi – noiosi o meno – forse simpatici ma per lo più forzati. M’immagino sorrisi costruiti e battute da capogiro. Il fidanzato sarà sicuramente il più sincero fra tutti. Non sono gelosa né sfiduciata verso la gente. Sono solo un po’ cinica. Si dice infatti che tutti i sognatori diventeranno cinici, prima o poi.

 

Sono cinica tant’è vero che ho rinunciato a quasi tutte le amicizie. Tranne ai pochi ospiti invitati sabato: sabato prossimo. Preparerò una cena con l’intenzione di soddisfare i palati, preparerò la tavola con la speranza di alleggerire gli spiriti. Vino – chiederò di portarlo a loro. Per il resto voglio occuparmi di tutto, con l’aiuto – si spera – del fidanzato.

 

Mamma ha fatto un’incursione nella stanza. ‘ti vuoi portare i pigiami pesanti?’, ‘c’è la sacca, di là, quella che papà dice che sembra dei nomadi’, ‘e poi guarda questa busta! È piena di calze, reggiseni, e ci sono le ultime mutande che ti ho lavato nel cassetto’.

 

Vicino a me, altri oggetti da portare accatastati: una zuccheriera con i cuori, i cerotti, i dvd di Goodbye Lenin (il fidanzato lo odierà!) e quello di Amelie, gli assorbenti (che li lascio qui a fare?), gli stickers di nuovo a forma di cuoricino per i piccoli appunti. Mamma mi ha regalato una caffettiera di colore viola. Porto anche un bicchiere di vetro preso da McDonald e un carillon che suona Yesterday.

 

So che dovrei mettere tutto dentro alle buste. Dopo lo farò.

 

Il corpo reagisce piano piano. Sono di meno le fitte, laggiù, per oggi mi sono riposata molto, svegliata tardi, pulizie, la spesa e poi mi sono vista un Blu Ray. Dopo ho fatto i piatti che se ne stavano indisturbati nei lavelli. Chissà se hanno fatto amicizia, tra di loro, queste nuove posate con le tazze prese da papà, con gli angioletti, chissà se i piatti presi dalla mamma di Daniele si sono trovati bene, messi a sgocciolare sullo straccio, accanto a uno dei lavelli.

 

Mamma dice qualcosa. Probabilmente sta rispondendo ai quiz della televisione.

 

Casa adesso è vuota. C’è un divano con una coperta rossa, c’è un tavolo ancora aperto, con la prolunga, e la tovaglia stesa sopra. Mancano ancora tante cose, come manchiamo noi. È un inizio faticoso. Per certi versi sono quasi del tutto assorbita dalla materia.

 

Ma la materia è spirito e lo spirito materia. Chissà, forse occupandomi così tanto degli oggetti, delle piante, dei pavimenti, delle stoviglie, chissà forse mi sto prendendo cura del nostro amore. Dell’amore tra me e il fidanzato e dell’amore verso tutto il resto del mondo.

casa trasloco

23 Ott

Realtà n. 14

Quella che era la mia stanza, adesso è una camera semivuota e molto ordinata. In compenso, la mia nuova casa fa invidia per quanto è bianca. Pavimento di marmo, tavolo bianco, cucina bianca. Ho appena passato lo straccio e dopo sono corsa qui.

 

Non è che io abbia nostalgia della me di prima. Solo rivorrei la salute completa e la pace. Mi capita infatti di svegliarmi con gli occhi arrossati dalla blefarite – ce l’avevo anche prima, ma da un po’ mi era passata. In più ho questo fastidio che si potrebbe chiamare senza problemi ‘dolore’, lì nella mia parte intima. Mi fa male costantemente: mentre cammino, quando mi siedo, non so perché. La ginecologa dice che i risultati del pap test non mostravano motivi di un dolore così acuto. Che sia una conseguenza psicologica al trasloco? Mi sento grande ma il mio corpo dice: ‘fermati, riposa, basta’, stessa cosa mi dice il fidanzato, che mi vede sempre presa dalla pulizia, dall’acquisto di ciò che manca, dalla cucina, dal resto.

 

La laurea in Lettere ma non basta per tenere bene una casa. La casa è uno spazio di bene comune. Così, visto che il fidanzato compagno ora è fuori tutto il giorno, io voglio pensare a tutto il resto, da sola. E mi sento male quando sua zia, al telefono, gli chiede: ‘la tua compagna è sempre a casa, vero? A giorni arriverà la lavatrice, un nostro piccolo regalo’.

 

Non è il regalo a darmi fastidio. È quel ‘la tua compagna è sempre a casa?’. No, non sono sempre a casa, perché devo uscire a fare la spesa, devo comprare quello che ci manca, devo tornare a casa dei miei genitori per connettermi al computer e scrivere, devo, devo, devo…Voglio!

 

Voglio uscire, non voglio fare la casalinga, voglio lavorare e avere, allo stesso tempo, una casa pulita. Oppure fa niente, non voglio neanche lavorare ma datemi, per favore, il mio computer, così che io possa portare avanti i miei contatti, le mie lamentele, i miei desideri virtuali. E non impazzire davanti alla televisione, che la posso pure vedere, per un po’, ma senza il computer, ecco, è tutto così sterile.

 

Il fidanzato non si deve preoccupare. Io sto benissimo con lui (non potrei chiedere di meglio). Anche ieri mi ha fatto tanta tenerezza, quando si è addormentato d’improvviso sul divano e ha cominciato a russare, allora ho cambiato canale e c’era la Marcia dei pinguini. E me lo sono abbracciato tutto e mi commuovevo guardando le immagini, ascoltando le parole, sentendo lui russare. Poi, però, gli occhi hanno cominciato a bruciare quindi la prima cosa che ho fatto stamattina è stata lavare il pavimento – che forse c’erano residui dei lavori. E allora, ieri, ho detto al compagno: ‘alzati, amore, andiamo a letto, e lui senza protestare si è alzato e mi ha chiesto di prendergli il cellulare – che è la sua sveglia, la mattina.

 

Stamattina l’ho salutato piano, o meglio lui ha salutato me. È tornato due volte indietro: uno aveva dimenticato di prendere la giacca, due aveva dimenticato di prendere le chiavi. Sono tornata a letto: ‘dormi’, mi ha detto. Stamattina hanno anche riparato la serranda elettrica che si era incastrata.

 

Sono giorni magici, giorni quasi noiosi, sono giorni d’amore e giorni pieni di domande. Preferisco che il convivio cominci così, in sordina, piuttosto che con fuochi d’artificio e squilli di tromba – e poi il lento degradare di uno slancio iniziale, il tacito prendere atto che indietro non si tornerà. Stiamo lentamente progredendo. Anche il mio corpo più intimo, con il riposo, si migliora.

 

Il fidanzato è dispiaciuto che domani avrà una cena con i colleghi. Non mi preoccupa per niente, l’importante è che ritorni da me, la notte. Forse tra non molto ci saranno anche trasferte di lavoro. Dalla mia parte, devo cercare di riempire questo vuoto, quando lui non c’è. Trovare un lavoro.

 

 

22 Ott

Pensiero n. 14

 

 

 

 

Fanculo agli arretrati, alle email arrivate e alle fatture da pagare. Ho poco computer per me, questi giorni, ora per esempio sono collegata da casa di mamma e papà. A casa mia, invece – casa nostra: fidanzato e me – non c’è ancora connessione, abbiamo inviato la richiesta ma ci vorrà un mese, al massimo. Il fidanzato, intanto, si è comprato un nuovo computer, il mio è seppellito in uno degli scatoloni a cui non ho ancora messo mano. È triste, per me, stare lontana dai tasti, dalle lettere, dalle parole scritte. Ho solo le parole della mia bocca, in questi giorni, e sento molta mancanza del resto. La mia vita intima ormai è condivisa – perfino i pensieri, perfino il corpo, perfino l’idea del futuro.

 

Siamo in questa casa da meno di una settimana ed è successo l’impossibile, una vera rivolta della materia verso di noi, nuovi immigrati e innamorati felici (questo mi fa pensare che la casa vecchia ci invidi un po’, ma so che questo è solo un mio pensiero). Anche i coniugi che prima abitavano il nostro stesso appartamento – loro ormai sottoterra, o sopra la terra – erano persone felici. Mi pare di aver capito che lei fosse un’insegnante, lui non lo so. Avevano lasciato questa casa alle suore di madre Teresa di Calcutta, mio padre infatti l’ha acquistata da loro. Ha dato dei bei soldi a queste suore, ma sicuramente faranno qualcosa di buono.

 

Non sono catastrofica, però ecco che cosa è successo: un corto circuito sabato sera, proprio prima di uscire. Per fortuna ho un amico elettricista che ci ha dato una mano a sistemare. La serranda elettrica ha fatto una scintilla, un grande spavento, però non è stato l’unico incidente. Domenica pomeriggio abbiamo visto il controsoffitto dell’ingresso riempirsi d’acqua, e piano piano l’acqua gocciolare. Siamo saliti al piano di sopra, credendo fossero i vicini ad aver combinato qualcosa, ma niente, ci ha aperto la porta una ragazza con la bocca di dentifricio che ha risposto: ‘sì sì, ora subito smetto di lavarmi i denti!’. Ma no, non era colpa sua – pare che sia stato un problema di riscaldamento. Stamattina è venuto l’idraulico; ieri, per telefono, ci aveva dato istruzioni per arginare le perdite d’acqua e non finire allagati.

 

Anche il mio corpo si sta ribellando. La zona del corpo che di solito viene chiamata ‘intima’ per eccezione mi provoca dolore, fastidio, fitte spiacevoli. Questo ci obbliga all’astinenza, quindi ancora un elemento de-romanticizzante nei nostri primi giorni nella ‘casa del cuore’.

 

L’importante è essere uniti. Abbiamo anche il televisore, adesso: ce l’hanno regalato i genitori del fidanzato.

 

Ho talmente tante cose da dire, sono così tanto piena di tutto, che faccio fatica perfino a scrivere e mi sento accampata come una soldatessa. Eppure, penso che questi giorni li ricorderò per tutta la mia vita.

 

 

 

17 Ott

Pensiero e realtà n. 13

Siamo arrivati al post numero 13 e oggi è il 17. Non può esistere accostamento migliore. Un po’ come me e lui: ho il fidanzato intollerante e xenofobo, mentre se fosse per me la mia casa l’aprirei anche ai barboni e ai nomadi, tanto mi esalta ricevere una benedizione per la strada quando regalo cinquanta centesimi alla zingara di turno.

 

E non perché amo tutti. Ma perché amare i deboli è scritto – è quella la medicina da ogni male. Intanto, non vedo la mia psicologa da parecchio tempo, perché ho sempre da fare per la casa e non ho un solo momento per me. Ma meglio così. Ormai siamo in due nella vita, da ieri notte ufficialmente, il fidanzato e io. E gli racconto talmente tante cose che è diventato lui la mia psicologa – so che non è curativo, però più terapeutico dell’amore che cosa c’è?

 

Niente. Ho passato la mia adolescenza tentando di divincolarmi dal grande amore dei miei genitori. Cannabis e superalcolici per somministrare alla mia impazienza una panacea, un placebo. Così, sono arrivata a 30 anni e ora finalmente so andarmene con le mie gambe. Me ne so andare talmente tanto bene che sono già tornata a casa di mamma e papà, oggi, per scrivere questo post e continuare il lento, eterno trasloco…

 

Casa

 

Mancano ancora tante cose: una scala, uno stendipanni, l’armadio; sì, non navighiamo nel lusso e nelle comodità, ma è bello per questo. Al momento di mettere le lenzuola, ieri sera, mi sono accorta che il piumino non era un piumino bensì un copripiumino, e che le lenzuola che avevo visto nella figura erano solo dei suggerimenti per il prossimo acquisto. Così ci siamo arrangiati e abbiamo dormito sopra il copripiumino con una leggerissima coperta rossa.

 

Mi sono dimenticata di tutti. Anche dei miei vecchi compagni di master che mi volevano talmente tanto bene da volermi morta. Due anni bellissimi, per me, perché avevo stimati professori che mi donavano la loro stima, e poi con i colleghi non c’era quasi dialogo perché io ero l’impostora, la secchiona, la stronza, soltanto perché mi riservavo il gusto di intervenire in classe proponendo le mie idee. E non dimentichiamolo! Una volta, durante un esame, ebbi il coraggio di dire che un’ingiustizia era un’ingiustizia bella e buona: alzavano il compito alla mia collega – così che prendesse più di me – con la giustificazione: ‘a s. alziamo il voto anche se non abbiamo letto il suo compito’. Giuro. E io mi dovevo anche ingoiare questo rospo. Ero additata come un nemico, come la bisbetica indomata e la saputella da sistemare per le feste.

 

Grazie a tutti, compagni miei, ma io ora sono felice. E non ve ne abbiate a male, che è anche un po’ colpa vostra: ho capito sempre meglio chi non voglio essere, grazie a voi. E un po’ di meritocrazia farebbe bene anche a questo paese di merda.

 

Ornella Spagnulo

 

16 Ott

Realtà n. 12

Temporali cinematografici ieri sera. Mi sono così impaurita che, tornando a casa dei miei, li ho avvisati telefonicamente del mio regolare arrivo. Potevo anche rimanere sommersa dalle gocce o dai tuoni, infatti.

Mi ero riempita di oggetti e oggettini di design. Uno specchio con la cornice di un televisore, un posacenere rosso con la scritta ‘stop’ (destinato al mio amore, che deve smettere di fumare), poi una cassetta delle lettere vecchia, nera, con attaccati dei ganci. Ci appoggeremo le nostre chiavi. Così, tra un bisogno decorativo e uno affettivo represso, ho trovato tempo anche per scegliere le due piante che staranno accanto al portone, fuori dall’ingresso: una viene dall’Himalaya – pare – l’altra non so, ma ha un fiore strano e grasso che oscilla fra il bianco, il giallo e il rosa.

Vecchioni canta di donne non esattamente femminili. Mi chiedo: quanto sono femminile? Il ragazzo mi scrive un messaggio, sta leggendo il mio secondo libro, è arrivato a pagina 50. ‘urrà’, penso tra me e me. La mia necessità di figurare più nel contenuto che nella forma è appagata. Mi può dire centomila volte che sono carina anche con i capelli da isterica, gonfi e sciolti, però quando mi dice che gli piace un mio pensiero – anche solo uno – la mia felicità raggiunge il Nirvana, il Paradiso o l’espiazione.

Non è colpa mia se sono nata con queste smanie di raccontare. Prima ho fatto vittime i parenti (‘leggete!’, ‘leggete!’), poi gli amici – con scarsi risultati – per approdare finalmente al fidanzato. Che legge con molto amore e dedizione le prime pagine di tutti i miei libri. Il saggio lo ha iniziato che eravamo al mare – e non lo ha finito più – però era ‘veramente scritto bene’, si complimentava, anche se non conosceva l’argomento. E io, che sono uscita dai salotti letterari piena di amarezza, mi trovo meglio in un centro commerciale dove, perlomeno, nessuno si sente chissà chi, nessuno ti giudica se vuoi un vaso viola piuttosto che azzurro, ognuno si fa i sacrosanti cazzi propri e nessuno ti obbliga a sparlare – nessuno ti chiede, per pietà, di essere un suo ‘allievo’.

Alla fine, meglio una porchetta mangiata ad Ariccia con il sugo alla carbonara e la pasta scotta – meglio, molto meglio delle poesie dei mestieranti che s’impalano per trovare l’assonanza giusta e poi te la fanno sentire, e ‘va bene?’ e ‘davvero ti piace?’. E guai a dire di no! Rientreresti nel libro nero dei rossi, o nel libro rosso dei neri – che tanto è uguale.

Io, nella mia modesta casetta, chiedo solo di scrivere quello che mi pare (sissignori), senza dover leccare l’orgoglio di tizio ‘ti pubblico io’ o di caio ‘io sono il campione assoluto della modernità. Il mio libro ce l’hanno pure i monaci zen e gli allievi del Conservatorio di musica in Australia. Insomma nulla può sfuggirmi e tutto passa attraverso la mia bocca e le mie mani. E scusa se è poco’.

Scusa se è poco lo dico io. Con la mia mente che ama un uomo, i miei ricordi che ne hanno amato un altro, il lavoro che perdo e non mi fa dannare, l’accontentarmi di piccole gioie come, ad esempio, una passeggiata, il pensiero costante o vuoto permanente del mio stomaco – ‘adesso vorrei un dolce’ – e scusa se è poco ma mi sono arrabbiata con quasi tutti i miei amici. E non sopporto più nessuno, realmente, da quanto sono inappagata, e perfino alle code, alla cassa, sono disposta a ringhiare se qualcuno si ostina, come la tizia di ieri sera, a cercare di fregarmi togliendomi il mio sacrosanto posto. E se vado a messa, beh non dispiacerti, ché la mia anima non è fatta solo di delicatezze – la mia anima fa schifo quanto è vero che sono una perbenista maniacale con poca sostanza di relazioni, piena di me e basta, e prego il Signore che è lì in alto che mi regali l’anima buona del falegname – ma poi anche i falegnami tentano di fregarmi, allora voglio l’anima delle suore. Ma le suore non hanno sesso e io sono nata per amare, allora prego di avere l’anima della perfetta moglie, ma non sono una moglie, sono solo una compagna, e prego di non sbagliare di nuovo rivelando a tutti che sono anarchica. Sì, sono anarchica. E mi frega un cavolo delle regole e di tutti i vuoti schematismi che mi vorrebbero cittadina adempiente e non replicante. No, non devo replicare più.

 

 

15 Ott

Pensiero n. 12

Quasi tutto pronto: è arrivato il d-day, o g-giorno, o oh-oh. Santa Teresa d’Avila proteggerà questo grande spavento che diventerà pace. Purtroppo il muffin che ho preso per colazione, al bar dietro l’angolo vecchio, era pienissimo di burro e ne ho ancora il sapore in bocca nonostante gli sciacqui con il bicarbonato (per il mal di gola).

 

Alla casa mancano poche virtù: una cucina – che arriverà domani – la porta del bagno – tutto il resto, nel bagno, c’è – le luci sui comodini – non so perché non abbiano ancora attaccato le lampadine. Da parte mia, invece, sono l’ultima della lista. Scrivo perché sogno che questo, domani, diventerà qualcosa, trascuro, sbagliando, i miei amici per coltivare al meglio il fidanzato, divento amica dei suoi amici perché è necessario per farlo felice (e per ridere ancora con degli amici). E peggio: riempio lui di dubbi e di assilli fuori stagione.

 

Fine settimana trascorso al paese. C’è stata anche un’escursione nel posto di Santa Rosa, con la Porta fiorentina e la Porta romana, e le mura attorno. Io: perplessità. Come da insicura da copione, gli ho detto che ho paura, per la prima volta, che lui non sia per l’eternità, che non sarà. Lui, il fidanzato, si arrabbia molto con queste parole. Allora capisco, di nuovo, che lui è il primo che mi ama, che non mi mette in un angolo, che non seppellisce i miei pensieri, ma li pettina dolcemente, che non vuole le mie unghie e la mia bocca truccate, ma dice ‘sei bella così sempre’.

 

Il fidanzato fa una faccia brutta quando gli mostro veloci ripensamenti e questo mi serve a capire di più. In fondo so vedere del marcio dappertutto: su persone che conosco profondamente, su anime che mi hanno aiutato davvero sul ciglio del burrone, su tutti vedo del marcio perché tutto l’oro si copre della ruggine.

 

Ecco, devo fare la valigia. Stavolta una valigia con conseguenze lunghe, molto lunghe. Si spera di non doverla rifare più.

 

Ieri sera, amici del fidanzato – santo come sono santi loro, e forse di più, perché mi sopporta – hanno praticamente costruito il nostro letto, preso da I. con due soldi e fatto di listarelle, cassettoni, viti e brucolette da avvitare. Avrei perso la pazienza in cinque minuti, ma loro no allora ho pensato che I. dovrebbe essere una specializzazione dell’università, così chi sa montare quei mobili potrebbe prendersi una laurea per competenze che davvero possiede.

 

Mentre loro facevano il letto, io nel salone accomodavo dei pallini bianchi dentro il mobile grande, a parete. Lì ci metterò tutti i miei libri – quello sarà lo spazio destinato ai classici. Il resto, i romanzi italiani contemporanei, i romanzi stranieri meno conosciuti, tutto il resto del ‘900, sarà destinato alla libreria dello studio.

 

‘verremo qui’, dice il fidanzato: ‘sono contento se sei contenta’

‘sono contenta’ e devo respirare forte.

Non è un parto, no, è solo una migrazione. Non ho firmato niente, ho solo messo il mio pensiero, lo sguardo, l’azione su di un unico obiettivo. Ho solo ottenuto l’amore di qualcuno – questo pensavo che non sarebbe stato possibile, anche a causa dei miei sbalzi d’umore e delle mie passate depressioni annientatrici. ‘non importa tutto questo’, dice il fidanzato. E mi sembra di seguire il dovere della Genesi: ‘l’uomo abbandonerà la casa del padre per congiungersi alla donna e formare una nuova famiglia’.

 

Una nuova famiglia. Per ora siamo in due, non siamo neanche sposati quindi non abbiamo una terrena benedizione. Nei prossimi giorni, forse, mi saprò rendere conto se almeno quelle celesti sono dalla parte nostra. Le benedizioni celesti: gli unici segni che cerco, fra la gente. Le sole motivazioni che m’impegno ad ascoltare. Oggi è il giorno della santa protettrice degli scrittori. Amen.

15 ottobre