30 Mar

Pensiero n. 36

 

Sono seduta sulla vecchia scrivania a casa dei miei genitori, di fronte alla portafinestra (leggera pioggerellina). Ho aperto la serranda – i miei genitori sono andati via per Pasqua, adesso sono sola. Anche a casa mia sono sola, non starò a descrivere motivi troppo intimi, c’è già chi giudica queste mie cose “troppo” intime, come se fosse un difetto parlare di sé. Sì, vorrei parlare a tutti di me e queste non sono neanche le mie riflessioni più interne: i miei occhi analizzano a fondo quello che mi circonda e sto buttando giù solo la “superficie” in questo blog. Per la mia autoanalisi, i miei pregi e le mie colpe c’è un altro quaderno. In ogni caso non credo sia da condannare chi si mette a nudo. Da bambina salutavo tutte le persone che incrociavo per strada: “Ciao!”, dicevo a tutti, e scuotevo la piccola mano. C’era chi al mio saluto rispondeva addirittura con una linguaccia, chi mi ignorava e chi mi salutava contento. Da sempre sento una separazione dalle persone, e vorrei che fosse il contrario. Interno ed esterno: è il mio conflitto. Una chiusura apparente e un desiderio di unione.

 

I miei respiri cercano di uscire da me più ampi e più lunghi. Ieri avevo prenotato un massaggio shiatsu e tra i tanti pensieri emersi ho ricordato i miei nonni. Sono cresciuta con i miei nonni, dalla mia nascita fino ai 3 anni nella lontana Taranto, sul mare. Poi la dipartita: Roma, 6 anni. Poi Firenze, 10 anni. Il ritorno a Roma, a 20 anni. Un anno a Madrid. In tutto questo non sono stanca di viaggiare. Negli ultimi mesi sono stata ferma, immobile. Non ero più la sola padrona della mia vita, consideravo tutto il mio tempo da dividere per due. Ho soffocato alcune parti di me. È appena passato un gatto davanti casa, è tigrato e molto arruffato.

 

Quello che voglio ora è un periodo di solitudine. Non capivo mai chi mi diceva: ‘impara a stare da sola, prima di tutto’, ‘devi innamorarti di te stessa’. Pascal aveva scritto che: tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una camera. Sono ricorsa ai suoi pensieri ieri sera, non trovando assolutamente niente da dire. Quello che voglio ora è riuscire a stare tranquillamente sola in una camera, con me stessa, la mia camera da letto, il salone o la cucina. Mi torna in mente quando in adolescenza non riuscivo nemmeno a stare serena di fronte a un piatto di pasta da mangiare, piangevo e lo buttavo.

 

Spero solo che lui stia bene, che capisca, apra di più il suo cuore al mondo, si innamori subito di un’altra che lo ricambi.

 

la mamma

28 Mar

Pensiero n. 35

Il corpo reclama per questa pigrizia. Correre all’aria aperta, sì, ma quando si libererà il tempo. Preparo un piatto di riso, dopo mi aspetta il cannolo siciliano – non è colpa mia se il vicino ci ha portato una scatola da Bagheria piena di enormi cannoli alla ricotta. Credevo che non mi piacessero ma sono incantevoli, si sente anche un leggero odore di cannella.

La casa è abbastanza in soqquadro. Più come stato d’animo che come oggetti. Non c’è nulla fuori posto a parte una maglia del fidanzato lasciata sulla sedia che ho davanti, a parte un libro – L’insostenibile leggerezza dell’essere – buttato sul letto aperto, sdraiato. I peluches poverini sembrano stremati sopra il puff bianco vicino alla crema per le mani, a un ramoscello di olivo benedetto, a una tazza con gli angeli e alle buste vuote dell’ultimo regalo che ho fatto a Daniele: un pigiama grigio. Di fronte, sulla libreria c’è lo spray tutto naturale che servirebbe a non russare, ma il fidanzato non lo vuole provare, sono due notti che si addormenta davanti al divano mentre guardiamo la tv. Ieri c’era Benigni in “Tutto Dante” e voglio acquistare l’intero cofanetto. Dante per me è come uno di quei maestri noiosi che sanno tutto, sanno dire sempre la cosa giusta, quei maestri imbattibili che hanno sempre ragione. Così lasciai il liceo “Dante” a Firenze per frequentare il “Machiavelli”. Poi ho odiato anche il Machiavelli, ma questo è un altro discorso.

Ho sonno. Stamattina dovevo fare le analisi del sangue ma non trovavo la ricetta. Ci andrò domani mattina.

Una rondine è passata, non è Primavera, no, c’è un cielo così grigio: piove, non posso uscire con la pioggia, ho lasciato l’ombrello in macchina. Oggi avrei tanta voglia di riposare se ne fossi capace. Ma il cervello ha le sue idee e l’anima le sue rivendicazioni. Si è schiavi se si segue solo il cervello, si cresce se si ascolta l’anima.

Anche sotto la pioggia è passato un treno, ma non ho fatto in tempo a vederlo. Adoro il rumore dei treni, e quando li vedo passare qua sotto vado in estasi. 

treni

27 Mar

Pensiero e realtà n. 34

Stamattina sono andata al mercato, in realtà era mezzogiorno, il sole scadente come sempre in questi giorni. Mi sono detta: “al mercato non ci vado perché c’è confusione”, però le strade qui intorno non sono tante: c’è Prati Fiscali, un flusso scoordinato di macchine che sgommano e si buttano fumo vicendevolmente, c’è il Parco delle Valli, bellissimo in condizioni metereologiche propizie ma triste fino al midollo nella nebbia, poi c’è la strada principale – via Conca D’Oro – una specie di centro commerciale all’aperto e da lì a sinistra la piazza del mercato con la chiesa.

 

Stoccafissi, verdure, signore anziane che sgomitano affannate, l’uomo venditore con la moglie accanto che ti ammicca e ti dice: “Amore mio, la vuoi la porchetta?” e tu abbassi la testa di fronte a tanta svergognatezza, allora dal cibo passi ai vestiti, leggi: “Un pezzo 3 euro, 3 pezzi 5” e ti chiedi: “Ma cosa sono i pezzi?” e noti coprispalle, camicie aperte, maglie sformate e gonne improbabili: tutto rigorosamente usato.

 

Allora esci dal mercato, stregata dalle file di ombrelli aperti dagli indiani e i bangladesi con gli orecchini in stile lampadario attaccati sopra. Ogni orecchino farà un buco su quell’ombrello – congetturi – ogni volta toccherà rimetterlo proprio all’altezza del buco. Esci dal mercato, esterrefatta. Una vecchia dice all’altra: “Io ci metto uova, burro…” e ti chiedi: “Sì, ma quante uova e quanto burro? E soprattutto per fare cosa?”. Sei riuscita a risparmiare ben 4 euro – volevi prendere un inutile oggettino in porcellana pasquale per la tua amica ma non ti è sembrato abbastanza valido, i regali se si fanno occorre farli buoni. Quindi vai in libreria: dal caos al silenzio.

 

La signora alla cassa si ricorda di te, o meglio, tu le ricordi di te: “Si ricorda che tempo fa ero venuta a chiedere un libro per un bambino piccolo…?”

“Sì mi ricordo, che libro era?” (testimonianza del fatto che non si ricordava).

“Il Piccolo Principe. Però era una versione adatta a un neonato di 8 mesi, ormai”

“Ho presente. Adesso glielo porto”.

Volevi essere la prima a regalare un libro a tuo nipote. Non l’hai neanche visto ma gli vuoi molto bene. E oltre al Piccolo Principe prendi Il sale della vita di Francoise Héritier: “Il bestseller che ha spiegato ai francesi il segreto della felicità”, Rizzoli. È per la tua vicina di casa, un regalo di Pasqua. Non lo fai impacchettare con la scusa che devi scriverle la dedica. Poi sul divano apri il libro a casaccio: “sentirsi perfettamente in sintonia con il proprio corpo e la propria mente, magari anche solo per una frazione di secondo”. E speri che non si accorgerà che con la tua solita delicatezza da mangialibri hai aperto il libro per leggerlo prima tu, e così la fascetta rossa che recitava: “Il bestseller che ha spiegato ai francesi il segreto della felicità”, della Rizzoli, è già tutta sgualcita e rovinata, e pensi: “ora la tolgo”, tanto i francesi mi stanno pure antipatici.

 

al mercato

25 Mar

Dormire n. 1

Dormire

Fare congetture, sognare a occhi aperti, arredare, nutrirsi, parlare, sparlare, consigliare, parcheggiare, andare al giardino da piccoli, da grandi, andare in centro per i negozi, per le chiese, per l’arte, fare pace e litigare, cambiare pensiero, seguire una moda, guardare un tizio seduto al caffè che somiglia proprio a quella persona, ricordare e capire che non è lui, leggere una poesia o fare pulizie. Tutto è più interessante del sonno, perfino la morte, tutto è più accettabile per ringraziare la vita, tranne che dormire. Quando dormi azzeri tutto, al limite sogni cose colorate che non si avvereranno – o si avvereranno – ma in quel momento sono solo cazzate che spara il tuo cervello a raffica per liberarsi dalla propria spazzatura o dal proprio oro. E se poi si avvereranno e dirai che tu, sì, l’avevi sognato, ti prenderanno per una povera psicopatica con velleità da profetessa.

La morte arriverà e davvero sarà un’altra vita – non come il sonno: un surrogato, una pausa, una categoria di immensa solitudine. È così che il mio corpo in primavera si rifiuta di dormire. Troppe emozioni: la luce, i desideri di realizzazione personale, l’amore. Esco dal letargo dell’inverno e mi oppongo. Basta poco per buttare intere ore sul letto a pensare, a stare ferma, ad ascoltare. Per esempio ad ascoltare il mio compagno che russa, e a cadere in ipnosi.

Lui è così carino, quando dorme su un lato, quando dorme di fianco, con il viso tranquillo e la gola che emette strani suoni. Provo a tappargli il naso un secondo per vedere se cambia qualcosa, ma quel suono viene proprio dalla gola. Allora compro lo spray in farmacia, anzi, lo compra lui perché mi vuole riposata e serena, ma lo spray induce al soffocamento, dice. Fa vomitare, dice. Allora metto i tappi, quelli one shot che costano un sacco, quelli rosa nei batuffoletti di cotone rosa, appunto, studiati apposta per le donne isteriche come me, ipersensibili a qualsiasi rumore. Ogni sera li levo con pazienza da quel batuffolo, li lavoro come fossero Didò per farli entrare bene bene nelle orecchie – sono unti, non importa – poi il giorno dopo li butterò senza risolvere davvero il problema.

Allora vado a dormire sul divano per qualche notte, alla terza notte ho un mal di schiena che mi sento una vecchia di 95 anni. Chiamo disperata tutte le estetiste della zona ma nessuna mi fa prenotare un massaggio per il giorno stesso, solo una può, proprio sotto casa, ma subito sento che parla con la sua collega: “Uffa, ma io oggi volevo andare a prendere la macchina, sempre io, eh?” e poi: “Oggi non possiamo, domani va bene? Venerdì?” e tu pensi: Domani è un altro giorno (chissà come passerò la notte) e non prenoti perché devi anche lavorare.

Poi sul divano ci va lui e ti senti in colpa. Non può dormire sul divano. Non possiamo dormire separati. Il 30% degli uomini sopra ai 30 anni russano. Ma lui ne ha solo 25.

Ogni miracolo richiede un calvario.

23 Mar

Pensiero e realtà n. 33

einstein

La vita è un miracolo, né più né meno. Questa è la base per ogni anelito religioso e per ogni modo di vivere civile.

Il primo sabato di primavera seduce, si potrebbe scendere a fare una passeggiata con il cielo sgombro da nuvole, freddo e incertezze. Ma da quando conviviamo si sta così bene in casa che lasciarla vuota ci sembra un tradimento. Cosa farà la casa senza di noi? Si sentirà sterile senza gli odori della cucina, con la cappa spenta, senza luci, chiacchiere o televisione e senza i nostri computer accesi? La casa si potrebbe sentire sola, così restiamo con lei. Perfino i nostri due peluches, il cane e la papera, si sentirebbero da soli. E pensare che quando vivevo con i miei genitori la casa mi sembrava una prigione. Avevo voglia di incontrare persone, di uscire, chiusa in camera ascoltavo la musica ma volevo scappare. Voglio bene ai miei genitori com’è ovvio, ma è ovvio che a partire dall’adolescenza loro diventino ai tuoi occhi le tue ottime basi, i trampolini da cui ti lanci nella vita. E se mai dovessi avere figli, se e solo se, vorrei educarli all’indipendenza fin dall’infanzia. Invitandoli a vestirsi da soli, a mangiare da soli, a pensare da soli, aiutandoli a capire l’importanza di seguire la propria interiorità, non accusandoli se si daranno alle droghe leggere e all’alcol troppo e presto, ma ricorrendo a un bravo psicologo. Quello che avrei tanto voluto a 14 anni, ero già depressa e chiedevo solo questo ai miei genitori: datemi del Prozac, fatemi andare da uno psicologo. Rifiutarono la mia richiesta e la mia adolescenza degenerò, ma sto scrivendo di queste cose su un altro libro, lo spazio della mia convivenza è un altro.

Negli ultimi mesi abbiamo apportato molte modifiche alla nostra benedetta casa. Benedetta già da tempo, ripeto. Apparteneva a due sposi molto devoti che, non avendo avuto figli, lasciarono tutto alle suore di Madre Teresa di Calcutta. Ci siamo trasferiti qui il giorno di Santa Teresa D’Avila. Quando abbiamo aperto per la prima volta la finestra del bagno ci siamo accorti di un nido di colombi (piccioni in volgare, qui intendo sublimarli). Erano tanto piccoli e una suora dell’Ordine disse che mi avrebbero fatto compagnia (non sapeva che avrei avuto comunque la compagnia del mio fidanzato – non volevo causarle un dispiacere o suscitare il suo disappunto).

E ora, sulla parete destra abbiamo un paesaggio marino arancione, con il sole al tramonto. Il mobile bianco dei libri e della televisione ha il Monopoli e un cappello dell’Aeronautica appoggiati sopra (il mio compagno è fissato con i cappelli degli ordini militari), il divano ha un lungo cuscino in cotone con dei fiori verdi, le piante sono aumentate in linea sotto la portafinestra, c’è una begonia rossa, una viola del pensiero tra il rosa e il violetto, il basilico che uso per cucinare, un ciclamino rianimato che fa fiori bianchi e le due piantine gemelle o innamorate che ci regalarono i miei cugini, Elena e Gino, proprio all’inizio di questa splendida avventura: hanno appena fatto nuovi fiori. Sopra  c’è un quadro con una fotografia di Einstein viola, e una frase del genio del Novecento. “Ci sono due modi di vivere la vita. Uno è pensare che niente è un miracolo. L’altro è pensare che ogni cosa è un miracolo.”

Ecco, io penso che tutto ciò sia un miracolo.

Ornella Spagnulo

 

 

21 Mar

Pensiero e realtà n. ho perso il conto!

Non poteva fregarmene di meno della giornata internazionale della poesia – tanto per chi è poeta la poesia è il pane, la vita di tutti i giorni. Non me ne poteva fregare nemmeno niente di continuare a cercare una “visibilità” per emergere, un modo per agganciare gli “esperti” del settore, sempre pronti come facevo anch’io a criticare, a bollare, a denigrare (se mi passate il termine antico).

Oggi sono andata a correre e nell’Ipod, regalo del mio amore, avevo messo due canzoni di Elisa. Oggi mi è capitata una di queste: “è pur sempre bellissima un’emozione”, comincia così. E ho pensato a tutti i critici musicali che odiano Elisa o semplicemente la ignorano cercando cantanti più raffinati o incompresi, più d’elite, che li facciano sentire più critici esperti perché al pubblico non è dato di apprezzare certe raffinatezze, e mi viene da pensare a Jane Austen.

Ma sono tornata a scrivere grazie all’aiuto provvidenziale di Katia e del suo compagno, che, scrive nel commento al mio post precedente, ultimo e sperduto fino a pochi momenti fa, amavano leggere tutte le sere sul loro divano bianco (come il nostro) i riassunti della nostra vita intima.

 

La coincidenza – a cui non credo, credendo in qualcosa che sta decisamente Oltre – vuole che oggi sia anche il ritorno della Primavera, il ritorno della vita. E per festeggiarla mi sono ritagliata due pause dal lavoro (che, por fin, ho trovato ma ancora non frutta soldi). La prima pausa è stata concedermi lo yoga prima di pranzo. Con il sottofondo del canto dei delfini – “guaritore”, si dice – mi sono rilassata concentrandomi sul mio corpo e sul respiro, come ho imparato a fare 2 anni fa.

Il sole però mi ha chiamato fuori casa per una corsa al parco qui sotto. Sono scesa con gli auricolari alle orecchie dopo avere scritto al mio fidanzato al computer: “Amore / vado a correre”, e lui mi ha risposto “Va bene principessa”.

 

Poi stavo tornando verso casa e ho incontrato una vecchia signora, che da giovane era molto bella e faceva l’attrice, l’avevo conosciuta in ospedale sempre 2 anni fa, più o meno, l’ho salutata e ci ha messo un po’ a riconoscermi ma è stata contenta. Mi ha offerto un succo di frutta al bar e chiesto di farle compagnia per qualche passeggiata di tanto in tanto. “Va bene” ho risposto, dice che può pagarmi ma non mi sembra il caso. “Facciamo colazione insieme al bar”, le ho detto. Mi chiamerà prima di Pasqua.

 

E alla fine, è sera, è tornato il mio fidanzato e a me non piace pensare al mio corpo o parlare del mio corpo in termini volgari o sessuali, però mi ha fatto i complimenti perché dice che le tette sembrano più gonfie e rido ancora per questa annotazione. Prendo coscienza che a Primavera anche il corpo sta cambiando.

 

E se gli sbalzi d’umore mi spaventano, mi mettono in allarme, non riesco però a porre fine a questa voglia di tornare a essere davvero io, senza sovrastrutture, dimenticando come mi vogliono gli altri, cercando di seguire il Vangelo e di essere felice.

 

Tra i miei pensieri della giornata, c’è stato questo: “Sana, malata, in carriera, disoccupata, mi basta che ci sia l’amore”.

 delfini

21 Mar

Buona Primavera!

Un treno passa e dice: “Amèn”

Una vecchia cuce e dice: “Sia”

Il sasso rimbalza senza fermarsi

Su un fiume dorato di sangue e di sogni

 

Il peccato consuma e ti fa cadere

Scricchiola al vento anche il mio osso

Un treno passa ma non lo prendo

Il sogno ribolle nel mio sangue

 

Sul fiume mi specchio e penso: “Sia”

Non cedo al peccato, cucio i rimbalzi

La vecchia dorata scricchiola al vento

Un sasso rimbalza e dice: “Amèn”

 

Il sasso che cade dice “Amèn”

 

Un treno che passa

La vecchia che cuce

Il sasso rimbalza

Su un fiume dorato

 

–       tutte le cose dicono “Amèn” –

–       tutte le cose cantano “Amèn” –

 

Il peccato consuma

L’osso che scricchiola

Un treno che passa

Il sogno ribolle

 

–       tutte le cose dicono “Amèn” –

–       tutte le cose cantano “Amèn” –

 

Sul fiume mi specchio e penso: “Sia!”

Il sasso che cade dice: “Amèn”.

Ornella SpagnuloImmagine