30 Ago

Gli angeli suggeriscono

Gli angeli suggeriscono di tenere il cuore in mano

fino al prossimo invasore.

Si può sempre bere un bicchiere d’acqua,

e poi cambiare la serratura della porta.

 

Le strategie per sopravvivere sono molte:

contare i sassi, le nuvole e le stelle,

e “non farti pecora bambina mia,

sennò il lupo ti mangia”.

 

Sono chiare le parole della nonna,

tutte insieme sono un monito maestoso,

non farti umile, non contraddirti,

di fronte a un uomo che di te certo è più forte.

 

Hai ragione nonna mia,

ma come mai, tra i lupi, uno s’è posato

e m’ha schiacciato dentro, fin dentro,

dentro l’anima?

 

Tu e il tuo lupo insieme riposate

al cimitero di Taranto,

tu sei lì da prima,

e lui ti ha raggiunto.

 

Negli anni del lutto

si è ammalato di demenza senile,

non ce la faceva a vivere senza te, nonna,

sei stata furba a morire prima di lui.

 

La nuova nonna

mi ha lasciato in eredità

una macchina da scrivere, anche lei,

è morta solo un anno fa la nuova nonna.

 

La casa in cui vivo era sua,

lei non aveva figli,

ma tu e il nonno sette figli!

E tanta povertà.

 

Ora mi chiedi di non piangere

ma sono così confusa, nonna,

e non trovo le parole per spiegarlo,

se la mente va da un’altra parte.

 

Nonna lo sai, io te l’ho detto

ti ho parlato di una persona

nel sonno

e tu non mi hai risposto.

 

I medici vorrebbero farmi il lavaggio del cervello

dicendo che se lo amo,

dopo che l’ho lasciato un’altra volta,

sono solo una pazza bipolare.

 

Ma nonna, lo sai,

sono sempre stata intelligente

e calma. Non sono

come quelli che gridano, io.

 

E se anche ho vissuto

un passato burrascoso,

quelle manie non venivano dal nulla,

nella notte, nel silenzio.

 

Era tutto intimamente collegato.

Invece ora penso bene, dico bene, mi riposo,

non vedo cose strane, eppure…

il sentimento ancora m’appartiene,

 

verso quest’uomo,

ch’è stato il primo

ad amarmi sul serio.

 

C’è chi mi parla di distacchi,

di psicologia, di sani appigli,

ma tu nonna lo sai com’è amare

sperando di morire prima di lui.

 

Tu lo sai com’è litigare

e rimanere legati insieme.

Il nonno era delicato,

con i suoi occhi celesti.

 

E aveva quell’aria dolce,

tu eri tranquilla, sapiente.

Oh, nonna!

Come vorrei assomigliarti!

 

La mia faccia ora è strana,

ora è dolce, ora arrabbiata,

ora triste, ora entusiasta.

Però prego!

Prego agli angeli che mi sono testimoni

che ritroverò l’amore,

al di là dei medici che mi vogliono schedare.

 

E morirò d’amore,

come sei morta tu, prima del nonno.

Per una tacita conferma del Signore:

“Non posso più vivere senza di lui”.

Lo dico anch’io, nonna.

Non posso più vivere senza di lui.

29 Ago

Metto sempre il periodo ipotetico

Metto sempre il periodo ipotetico

in cima alle liste di cose da fare,

perché non è detto che domani avrò voglia

e non è detto nemmeno che splenderà il sole,

non è detto che sarò viva

e non è detto che verrà il terremoto.

 

Tutto ha avuto inizio quando ho presagito il terremoto

dell’Aquila, avevo lasciato

la bottiglia  stappata

accanto ai fili del computer.

 

Mi dissi: leva quell’acqua da lì,

se viene il terremoto

succede un macello!

 

Tolsi la bottiglia e andai a dormire.

Dopo venne il terremoto.

 

Da allora qualcuno mi chiama “la strega”,

ma so che non devo mai trascurare

qualche se.

 

Ornella Spagnulo

28 Ago

Analisi di una convivenza. Inizia così

Never mind I’ll find someone like you… Nella canzone l’uomo le aveva detto: “Qualche volta, in amore, dura, qualche volta invece fa male”. Che soffra sotto il giogo di mille catene, un uomo che… Ma io ero pronta? Marzo mi ha fregato, il mio mese di nascita è il più indeciso dell’anno, fa freddo, ho caldo, prendo l’ombrello anche con il sole: siamo dei matti.

Potevo chiamarla “cronaca di un’indecisione” la cronaca di una convivenza, e “cronaca di una vita indecisa” la cronaca di una vita intima. Sarebbe stato uguale.

La tendinite al ginocchio mi ha tenuto una settimana con i piedi appesi ovunque, sulle sedie, sul divano, gamba tesa, senza piegare il ginocchio. Non sono scesa per giorni. Sono venuti a trovarmi due cari amici, Michela e Gabriele, così ho preparato una piccola torta. E siamo andati a messa. Oggi sono scesa da sola al parco, c’era il sole, acqua per terra, volevo non pensare a niente, fermavo i pensieri con la forza del pensiero. E ci riuscivo, molto strano. Questa paralisi dell’attività cerebrale mi ha fatto tornare lucida nel secondo pomeriggio. Un paio di decisioni prese, sì, proprio giuste, con l’aiuto di papà al telefono. Tante persone non hanno bisogno di nulla fuori che di se stesse, per decidere, e del tempo; io sono l’opposto. Scegliere senza l’aiuto di qualcuno è una tortura, e rimandare è una tortura. Telefono allora, a volte chiedo anche ai passanti. Quando vivevo a Madrid non sapevo bene quale fosse il momento adatto per ritornare in Italia. La borsa di studio stava per scadere e occorreva una decisione: partire o fare richiesta per il prolungamento, come facevano tanti. Troppo difficile per me decidere. Per strada fermai una signora, mi fermò lei, ora il particolare non lo ricordo. Sta di fatto che cominciammo a parlare. Lei mi aveva chiesto indicazioni, forse io, non ricordo. Poi ci mettemmo a parlare del fatto che venivo dall’Italia. Quanto tempo rimani a Madrid? Sei mesi – la borsa di studio era di sei mesi. Troppo poco per conoscere Madrid. Se ne andò. Il segno del destino era arrivato, e così rimasi, anche se mia madre da Roma mandava le maledizioni: “Se non torni, vedrai!”. Ma le minacce non funzionano nella mia vita, ho già il passato minacciato, e poi sono ottimista.

Così da vera ottimista ho iniziato questa convivenza. Il postulato dell’amore è che quando c’è l’amore c’è tutto. Chiarito che questo elemento primario era presente, regole clericali a parte, iniziavamo una convivenza con le migliori intenzioni di sempre, sempre, sempre. La casa all’inizio era uno squallore, per carità, papà mi ha comprato una casa perfetta, anche per la storia che c’è dietro. Apparteneva a una buffa vedova dagli occhiali spessi, che era morta, lei insegnava e amava scrivere. Mi ha lasciato qualche manoscritto che ho buttato perché la notte avevo paura dei fantasmi. Al di là di questo, qualche volta in questa casa ci ho anche dormito bene, quando il compagno non russava. Anche sul divano si dorme bene. La vedova aveva lasciato in eredità la casa alle suore di Madre Teresa di Calcutta. Le ho incontrate, belline, suor Elena, simpatica, parla bene inglese, e anche l’indiana mi piaceva, e ho avuto la fortuna di entrare nella piccola stanzina rifugio della beata Teresa di Calcutta, ho visto dove dormiva, ho pregato rivolta alla statua della Madonna a cui si rivolgeva lei. È stato un grande momento, uno di quelli che penso ricorderò per sempre. Tutto grazie a papà, mamma, la vedova senza figli che insegnava e scriveva (e che, dopo la pensione, aveva il proposito di aprire uno sportello di aiuto per giovani mamme, se non fosse morta) e a questa concreta svolta si è aggiunto lui. Quasi di nascosto. Non glielo volevamo dire ai miei genitori che andavamo a vivere insieme. Ci sembrava troppo di approfittarci dell’altrui generosità. Ma poi per gradini, lui mi accompagnava a scegliere le mattonelle del bagno, mi portava a decidere i mobili (scegliere, decidere), e tra una cosa e un’altra, siamo saliti qui. Ed era tutto ancora vuoto. Però l’architetto si stava dando da fare, a smontare, abbassare, creare, imbiancare. Ricordo ancora lui, non l’architetto, il compagno, che mi guardò, si fermò e mi disse: “Davvero vuoi che vengo a vivere qui? Davvero mi vuoi?”. E a me viene da piangere. Risposi sì, il bacio, l’inizio, la meraviglia.

28 Ago

Antonio Bux. Tre poesie

Da Disgrafie (Poesie 2000-2007) di Antonio Bux, Edizioni Oédipus. Illustrazione di Lucia Leone.

Busillis

E allora lasciamo che il silenzio

sfiori le nostre lingue frettolose,

e che armonia sopraggiunga

tra le dita confuse, e si abbia ragione

di pensare anche il male come

ad un pensiero sublime, lasciato lì solo

a maturare, nell’attesa che un nero seme

possa diventare -un fiore bianco-

sul quale in pace morire, così come il dubbio

d’un pensiero universale attraversi

la mente di quell’uomo sicuro di sapere.

*

Giardini d’inchiostro

Poiché tutto è labirinto

scrivendo di schiena,

s’apre al silenzio

l’essere sentiero dell’altro

nell’attraversare

giardini d’inchiostro;

e non serve parlare

all’ombra per oltrepassare

voci a specchio, quando

nel gorgo di parole

riemergono solo i punti.

*

Prove dall’oltreforse

Perché finirà, quel poi

incerto destino del quando,

l’ignaro interprete dell’ora

che chissà come improvvisamente

durante niente

finiremo tutti alla deriva

d’un vento come un mai

schiantato sulla fronte,

e per quanto saremo ancora

parto di una domanda

-un qualunque che-

apostrofo del non presente,

soprattutto vivremo nell’assente

o andremo altrimenti

come se nulla fosse,

e troveremo risposte

da quel silenzio che nasce

come un pensiero strozzato

che abusato fuoriesce,

per una lacrima spremuta invano

da un’ipotesi dell’oltre forse.

*

BIOGRAFIA

Antonio Bux (pseudonimo di Fernando Antonio Buccelli) nasce a Foggia il 16 ottobre del 1982. Dopo aver terminato gli studi, coltiva esperienze lavorative in varie città italiane ed estere, ma soprattutto a Firenze e Barcellona, dove risiede dal 2007. Sue poesie sono apparse in numerose antologie (tra le quali piace citare “A sud del sud dei santi – Sinopsie Immagini e Forme della Puglia Poetica. Cento Anni di Storia Letteraria”, a cura di Michelangelo Zizzi, LietoColle Editore, Faloppio, 2013),  e in diverse riviste di poesia sia nazionali che internazionali, dato che molti suoi componimenti sono stati tradotti in spagnolo, francese, inglese, tedesco e serbo. Hanno parlato e commentato positivamente sulla sua poesia alcuni tra i più importanti autori e riconosciuti critici del settore. Si occupa costantemente di traduzione dallo spagnolo di scrittori e poeti sia iberici che latinoamericani. Ha curato la traduzione del libro “Ventanas a ninguna parte” dell’autore spagnolo Javier Vicedo Alós, oltre che la traduzione di poesie scelte di autori tra i quali Leopoldo María Panero, Dário Jaramillo, Álvaro García, Antonio Cabrera, Jaime Saenz, Pedro Salinas e tanti altri ancora. È autore dei libri “Disgrafie (Poesie 2000-2007 e altre poesie)” (Edizioni Oédipus, Salerno-Milano, 2013; libro risultato vincitore della XXXVII Edizione del Premio Minturnae Poesia Giovani “Ornella Valerio”) e “Trilogia dello zero” (Marco Saya Edizioni, Milano, 2012; libro risultato finalista per l’opera edita alla  XXVII Edizione del Premio Lorenzo Montano). Attualmente sta lavorando ad una raccolta di racconti e alle traduzioni di un’antologia di nuove voci della poesia spagnola contemporanea.

27 Ago

Ponte Sant'Angelo con tutti gli angeli allineati

Ponte Sant’Angelo con tutti gli angeli allineati in piedi, uno con la croce, un altro con una colonna, uno con la corona di spine, un altro con i chiodi. Ci sono andata perché ero sola, a Ferragosto, la ztl era libera e ho pensato di fare un giro in centro. Ho parcheggiato in piazza Adriana, da lì ho girato fra le bancarelle fino al ponte. Avevi notato le scritte che ci sono, in latino? “Vulnerasti cor meum”: lo pensi di me?

Quante volte ti sto pensando non lo sai. In macchina piangevo, ma non è destino per noi. Qui a Roma ci sono solo un’amica e un amico, non si sa cosa facciano tutto il giorno in casa, non vogliono uscire. È questo il modo perfetto di capire che eri essenziale, anche se sacrificavo tanto: mi ero ridotta a una donna senza vita, a parte te. Una brava massaia – ho anche imparato a cucinare – e questa storia non si deve ripetere più. In tutto questo, sai, sono contenta se mi rimpiazzi, ti trovi una, quella che sia, il mio interrogativo è per quanto tempo sarò da sola, in che misura di orari controllati sul display del cellulare, per vedere se qualcuno ha chiamato, fosse anche un parente, una zia, in quanti calendari di giorni che non trascorrono, o che presentano sempre quel paio di ore morte e finite all’Inferno, in cui piango e non capisco perché mi dispero, sento la noia e ricordo la tua espressione quando tornavi a casa, o quando stavi male. Sono le uniche due figure dei tuoi occhi che mi sono rimaste nel cuore. Per il resto, portavi spesso gli occhiali da sole fuori, anche d’inverno. E quando ridevi chiudevi troppo gli occhi e avevi una risata con un suono che mi infastidiva. Quante cose ti infastidivano di me? Hai avuto il coraggio di dirmele? La mia debolezza ti infastidiva, ma non la mia debolezza tout court: il mio sentirmi inferiore alle altre donne. La spiegazione più digeribile potrebbe essere che non sentivo di appartenerti, all’occorrenza lasciavi la mano che mi tenevi. Ora un cane grida, ora uno gli grida di stare zitto, ora vorrei gridare.

Tengo la finestra aperta, è notte. Stavolta non c’è rischio di sentire suonare il citofono alle undici di sera. Mi potrò addormentare, perché siamo non esiste più, e l’altra volta ti sei intestardito, e stavi male, stavolta sto male io. Puoi dire quello che vuoi, che ti ho lasciato un’altra volta, e così con la terza volta che ti lascio mi aggiudico l’antipremio di pessima donna, da non conoscere mai. Dillo. Però io vedo le foto che si fanno le altre coppie di innamorati. Anche quelle dei tuoi amici, sì, le coppie vere che hanno un sentimento comune. I loro sguardi diventano di un’intensità simile, i loro visi si avvicinano senza che uno sovrasti l’altro. Guarda le nostre: tu sei in ombra, io nella luce, tu sei illuminato e io sono scura, tu guardi verso l’obiettivo e te ne freghi di me, io guardo nell’obiettivo e tu stai dietro, appoggiato con il mento sulla spalla. Non portavano buoni auspici per noi. Le immagini sono rivelatrici.

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26 Ago

Fine di una convivenza

La casa ha già preso nuove sembianze, perché le persone muovono gli oggetti anche col pensiero. Così, quasi con il pensiero il divano si è addossato al muro e non occupa più la metà esatta del salone-cucina, creando una barricata eventuale. Anarchica contro fascista? Donna contro uomo? Precaria contro lavoratore? Erano tante le opposizioni. Sulla parete del divano ho attaccato quegli adesivi che mi piacevano tanto: gli stickers a forma di edera verde. Ho preso un altro paio di quadretti e la cassetta finta della posta, su cui attaccavamo i nostri cappotti – c’è ancora un berretto suo appeso, non ho voglia di levarlo, mi resta per ricordo – è tappezzata di calamite: ho scoperto solo adesso che è magnetica! Il tavolo centrale, su cui scrivo, si trova vicino alle portefinestre e qualcos’altro è cambiato nell’aria, ma non saprei dire bene cos’è. La libertà è un’amica e per questo sono in buona compagnia. Sempre sola, per il resto. Non ho resistito a lungo, perché due persone che in comune hanno solo le differenze non vivono di grande sintonia, e l’unione può essere data solo dall’annullamento di una delle due volontà. I sacrifici, però, devono avere uno scopo. Tanto meglio il non sacrificio, che comporta comunque altri sacrifici, come quello di vivere sola.

Almeno torno alle mie convinzioni, a una vita che possa capitare anche a casaccio, ma senza dover assistere a stupidi litigi con poveri lavavetro colpevoli solo di non pagare le tasse e scappare da un paese difficile, senza dover presenziare a ridicoli appuntamenti con non-amici a cui poter dire solo: “Ciao!” e dopo: “Bene”, e poi ancora: “Ciao!”. Non farneticavo dai tempi del liceo. Parlo molto quando sono coinvolta, quando ho sentimenti e ideali comuni alle persone intorno. Altrimenti resto in silenzio. E così restavo con gli amici suoi. Tanto affetto ho ricevuto da lui: è vero. Per questo dovrei stare zitta. Ma cos’è quell’amore che ti riduce al silenzio? È un amore che ti fa sentire fragile. Così mi sentivo, in fondo.

Quanto a lui, lo sa, gli auguro, come si dice spesso, il meglio, l’amore giusto, la felicità. Per quello che mi riguarda, prego per le solite cose, forse ho una maggiore spinta verso il viaggio e l’indipendenza, poi si annulla facilmente in questa società, cade ogni desiderio. Ho provato a viaggiare da sola, e al terzo giorno di mare ho rischiato di essere violentata. Due tizi mi seguivano mentre rientravo in albergo. Mi sono avvicinata alle uniche persone che c’erano in giro, una ragazza con un signore di una certa età e un uomo in carrozzina. L’hanno accompagnato a casa, mostrandomi dei quadri bellissimi di Anna Nevi, crocifissi e paesaggi. Loro, Anna e Giuseppe, mi hanno scortato fino all’hotel.

Forse non sto lasciando soltanto lui: ho voglia di nuovo di ribellione, di spinta vitale autentica, di riconoscere le mie verità.

Le cicale con i loro suoni si stanno calmando, oggi è il giorno di Ferragosto e, tanto per cominciare, non vado fuori porta. Quest’abitudine l’ha trasmessa Mussolini. E resto qui, a Roma, progettando di fare un giro in macchina per le strade della capitale (le ztl sono aperte). E non vedo l’ora che arrivi la settimana prossima, e non vedo l’ora che la festa ricominci: l’anno inizia in fondo il 1° settembre. Il 1° gennaio è solo la sua celebrazione ufficiale, religiosa. Ma la vita, la vita ricomincerà e non sarà come prima, allora perché ho voglia di piangere pensando all’affetto, all’amore? Perché non lo trovo in queste mura così meravigliosamente libere, in questo spazio ritrovato?

Forse noi donne nasciamo già con il concetto del giogo come culla. Stavo bene anche con lui, perché oltre al sacrificio c’era la felicità. Ora c’è solo libertà e libertà, ma niente di felice; qualche speranza.