28 Ago

Analisi di una convivenza. Inizia così

Never mind I’ll find someone like you… Nella canzone l’uomo le aveva detto: “Qualche volta, in amore, dura, qualche volta invece fa male”. Che soffra sotto il giogo di mille catene, un uomo che… Ma io ero pronta? Marzo mi ha fregato, il mio mese di nascita è il più indeciso dell’anno, fa freddo, ho caldo, prendo l’ombrello anche con il sole: siamo dei matti.

Potevo chiamarla “cronaca di un’indecisione” la cronaca di una convivenza, e “cronaca di una vita indecisa” la cronaca di una vita intima. Sarebbe stato uguale.

La tendinite al ginocchio mi ha tenuto una settimana con i piedi appesi ovunque, sulle sedie, sul divano, gamba tesa, senza piegare il ginocchio. Non sono scesa per giorni. Sono venuti a trovarmi due cari amici, Michela e Gabriele, così ho preparato una piccola torta. E siamo andati a messa. Oggi sono scesa da sola al parco, c’era il sole, acqua per terra, volevo non pensare a niente, fermavo i pensieri con la forza del pensiero. E ci riuscivo, molto strano. Questa paralisi dell’attività cerebrale mi ha fatto tornare lucida nel secondo pomeriggio. Un paio di decisioni prese, sì, proprio giuste, con l’aiuto di papà al telefono. Tante persone non hanno bisogno di nulla fuori che di se stesse, per decidere, e del tempo; io sono l’opposto. Scegliere senza l’aiuto di qualcuno è una tortura, e rimandare è una tortura. Telefono allora, a volte chiedo anche ai passanti. Quando vivevo a Madrid non sapevo bene quale fosse il momento adatto per ritornare in Italia. La borsa di studio stava per scadere e occorreva una decisione: partire o fare richiesta per il prolungamento, come facevano tanti. Troppo difficile per me decidere. Per strada fermai una signora, mi fermò lei, ora il particolare non lo ricordo. Sta di fatto che cominciammo a parlare. Lei mi aveva chiesto indicazioni, forse io, non ricordo. Poi ci mettemmo a parlare del fatto che venivo dall’Italia. Quanto tempo rimani a Madrid? Sei mesi – la borsa di studio era di sei mesi. Troppo poco per conoscere Madrid. Se ne andò. Il segno del destino era arrivato, e così rimasi, anche se mia madre da Roma mandava le maledizioni: “Se non torni, vedrai!”. Ma le minacce non funzionano nella mia vita, ho già il passato minacciato, e poi sono ottimista.

Così da vera ottimista ho iniziato questa convivenza. Il postulato dell’amore è che quando c’è l’amore c’è tutto. Chiarito che questo elemento primario era presente, regole clericali a parte, iniziavamo una convivenza con le migliori intenzioni di sempre, sempre, sempre. La casa all’inizio era uno squallore, per carità, papà mi ha comprato una casa perfetta, anche per la storia che c’è dietro. Apparteneva a una buffa vedova dagli occhiali spessi, che era morta, lei insegnava e amava scrivere. Mi ha lasciato qualche manoscritto che ho buttato perché la notte avevo paura dei fantasmi. Al di là di questo, qualche volta in questa casa ci ho anche dormito bene, quando il compagno non russava. Anche sul divano si dorme bene. La vedova aveva lasciato in eredità la casa alle suore di Madre Teresa di Calcutta. Le ho incontrate, belline, suor Elena, simpatica, parla bene inglese, e anche l’indiana mi piaceva, e ho avuto la fortuna di entrare nella piccola stanzina rifugio della beata Teresa di Calcutta, ho visto dove dormiva, ho pregato rivolta alla statua della Madonna a cui si rivolgeva lei. È stato un grande momento, uno di quelli che penso ricorderò per sempre. Tutto grazie a papà, mamma, la vedova senza figli che insegnava e scriveva (e che, dopo la pensione, aveva il proposito di aprire uno sportello di aiuto per giovani mamme, se non fosse morta) e a questa concreta svolta si è aggiunto lui. Quasi di nascosto. Non glielo volevamo dire ai miei genitori che andavamo a vivere insieme. Ci sembrava troppo di approfittarci dell’altrui generosità. Ma poi per gradini, lui mi accompagnava a scegliere le mattonelle del bagno, mi portava a decidere i mobili (scegliere, decidere), e tra una cosa e un’altra, siamo saliti qui. Ed era tutto ancora vuoto. Però l’architetto si stava dando da fare, a smontare, abbassare, creare, imbiancare. Ricordo ancora lui, non l’architetto, il compagno, che mi guardò, si fermò e mi disse: “Davvero vuoi che vengo a vivere qui? Davvero mi vuoi?”. E a me viene da piangere. Risposi sì, il bacio, l’inizio, la meraviglia.

2 thoughts on “Analisi di una convivenza. Inizia così

  1. Scrivi bene però, a essere sincera, ho fatto fatica a ‘starti un po’ dietro’ leggendoti qui forse l’ora tarda non mi ha molto aiutato. Immagino la confusione e l’insieme di pensieri nella tua testa. Passeranno e rimarranno i bei ricordi come questo in fondo. Un saluto, Angela

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