24 Giu

La favola dei figli dei fiori – pag. 3

Nel piccolo gruppo che si era formato all’intervallo riuscisti a raccontare qualcosa che non era riportata dal quotidiano di riferimento: c’erano bandiere americane con delle svastiche segnate sopra, le targhe dei vari pullman (chissà come ti avevano colpito) venivano da Salerno, Torino, Venezia e altre città, e alcuni bambini indossavano magliette con la scritta “Pace”.

“Magari averlo come professore il Fortini al posto di questa bischera!”, disse piano Monica. Ti fece ridere e la professoressa di lettere s’insospettì:
“Che cos’ha da dire lei, al terzo banco?”
“Nulla”, rispose e tu, Oriana, seduta al secondo, abbassasti la testa.

“E allora perché m’è sembrato di sentire un bisbiglio?”
“Si parlava della manifestazione di domenica”, disse ancora Monica, che di natura era più o meno diplomatica ma non aveva paura di reagire, e se stimolata diceva la verità senza filtri. Suo padre le aveva insegnato che la verità era sempre rivoluzionaria, secondo Gramsci.

romanzo figli dei fiori
“Serrini, in classe si sta in silenzio, non siete autorizzati a parlare di manifestazioni antisovversive in luogo pubblico”
Ti girasti a guardarla nei suoi occhi profondi e sorridenti e Monica continuò: “Come mai? L’America ammazza le persone e noi non se ne può parlare?”
“Se continua, Serrini, la mando subito dal preside!”.
I professori erano dall’altra parte della barricata, con i loro miserissimi stipendiucci da difendere a morsi, gli stipendiucci che venivano dal pubblico Ministero. Da quelli dipendeva la loro sopravvivenza, mentre gli allievi no, loro potevano giocarsi le loro carte e soprattutto il cosiddetto jolly, un giullare dalla testa mozza, accettando di stare perfino un anno in più nella prigione/scuola senza passare dal via, perché la scuola in fondo era meglio del lavoro, la scuola era meglio della solitudine e la scuola era oro a confronto della parola Re-spon-sa-bi-li-tà.

 

Ornella Spagnulo

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