22 Giu

La favola dei figli dei fiori. 2° pagina

(Segue da pagina precedente).

favola-figli_fioriGli Stati Uniti a parole erano facili da combattere, e il Vietnam a parole era così facile da difendere, mentre a Milano, a San Siro, l’Inter si scontrava con la Lazio senza riportare nessun risultato ma raccogliendo circa 45.000 spettatori, per un totale di 39.350.500 lire. A Firenze si ascoltava, a Milano si guardava, in entrambi i casi si applaudiva, ci si arrabbiava e ci si stringeva forte. Il sole splendeva un po’ dappertutto, specialmente sui giovani, che quando sono felici vincono sempre, anche se il vento scompiglia i capelli e i pensieri.

Paolo VI nel suo Angelus a Regina Coeli quella domenica implorò di pregare “la Madonna del buon volere”, ringraziando chi aveva recepito la “parola di speranza, di fratellanza e di pace” dell’Enciclica sullo sviluppo dei popoli, in un “mondo ancora tanto sofferente e diviso”. Il Papa sentiva la percezione di nuove coscienze in giro, coscienze che si stavano riattivando ma per scegliere la luce, disse, c’era bisogno di grande generosità.

Davanti al discorso di Franco Fortini, alcuni manifestanti si misero a borbottare. Tu, che eri passata a vedere, pensasti che fosse brillante la sua teoria, ma altri erano convinti di non fare parte dell’ideologia statunitense: se aspiravano ad altro erano automaticamente altro. Il terrore di potersi immedesimare negli invasori capitalisti e spietati paralizzava la loro capacità di comprendere e salvaguardava le loro coscienze.

Fortini non era d’accordo con gli U.S.A. però sapeva di farne parte. E nel suo discorso fece intendere che i vietnamiti erano per certi versi più fortunati degli italiani, perché almeno si ribellavano! Questo infastidì parecchio vari giovani militanti.

A scuola, il mercoledì dopo il ponte, la tua compagna di classe Monica arrivò con un favola figli fioripiccolo volume di poesie in mano, Foglio di via e altri versi, preso dalla biblioteca di suo padre. Leggesti alcuni passi da quel libro di Fortini a ricreazione. Lei non era stata al corteo ma ne sapevano qualcosa i suoi genitori, informati da certi giornali, e allora scopristi che la manifestazione era stata organizzata dall’UGI, l’Unione Goliardica Italiana, e che il comizio finale – te l’eri perso per rispettare l’orario di rientro a casa – era stato pronunciato dal giornalista Lelio Basso, uno che ci capiva, si diceva.

(Continua…)

Ornella Spagnulo

22 Giu

La favola dei figli dei fiori – incipit

la favola dei figli dei fiori Ornella Spagnulo

Nel 1967, Oriana, avevi quindici pericolosissimi anni e frequentavi la IV ginnasio del liceo più fascista della città. Avevi la sensazione che tua madre ti zittisse sempre e che tuo padre ti lasciasse parlare solo per dirottare le opinioni su quello che il sistema faceva credere a tutti. Lui si fidava delle leggi e dello Stato. E tu detestavi non avere argomenti validi per ribattere. A tavola, quindi, stavi spesso in silenzio. Eri una sognatrice e volevi costruirti un’identità, ma dentro casa, a quindici anni, non ti sentivi libera di essere te stessa. Fuori, invece, quell’anno il mondo era una giostra e dovevi solo saltare al momento giusto per sederti su uno dei seggiolini e farti trasportare dal vento.

All’inizio eri indecisa. Il cambiamento ti prese piano piano. A Firenze, il 23 aprile del ’67 il poeta e scrittore Franco Fortini, che tu, Oriana, non avevi mai letto ma sembrava consapevole delle circostanze più di altri intellettuali ‘borghesi’, parlò a piazza Strozzi in occasione della manifestazione nazionale antimperialista contro la guerra in Vietnam, leggendo da un canovaccio che aveva preparato:

“Quando gli Stati Uniti producono la metà di tutto quello che il mondo produce, quando la metà di quel che mangiamo, leggiamo, impariamo è prodotto direttamente o indirettamente dalla potenza economica e industriale degli Stati Uniti, questo significa che noi siamo per metà americani e che dobbiamo non solo saperlo ma accettarlo, perché è un modo per dire che siamo cittadini di quel mondo che dall’interno del capitale si dibatte contro il capitale.

Attraverso la politica della nostra classe politica e quella della nostra stessa classe industriale, attraverso il regime della produzione e dei consumi e i criteri del profitto, come attraverso le strutture ideologiche, noi siamo già Stati Uniti”.
Parole di verità dette da uno che aveva studiato sul serio. I ragazzi le approvarono con grida, applausi e cori da stadio, togliendosi le scarpe per manifestare meglio a piedi nudi. La piazza di cemento sembrò quindi piena di piante dalle foglie verdi: le speranze dei giovani, i ramoscelli, gli uomini e le donne di domani.

(Continua…)

Ornella Spagnulo

 

06 Giu

’68: il sesso libero. Considerazioni alla luce dello status quo 50 anni dopo…

Quello che da molti è considerato l’apice del movimento hippie – e che di fatto è l’unico obiettivo dei giovani sessantottini a essere stato raggiunto su scala industriale – è la liberalizzazione sessuale nelle sue varie forme. Ma il problema non è il moralismo.

Una situazione simile è spia e causa di un’impossibilità di vivere una relazione affettiva piena. Il fatto che il sesso sia a portata di mano senza nessun problema non aiuta, toglie tempo, energie. L’amore libero, che in teoria è bello perché toglie lo stigma all’eros, priva l’amore della sua essenza: pensiamo a Platone. Due persone ne formano una. Fin da quando gli uomini hanno iniziato a comportarsi non più come animali ma come esseri pensanti  l’aspirazione comune è stata questa. Tutti lavoravano in quella direzione. In questo, i sessantottini invece di guardare avanti sono tornati indietro. Lo stigma all’eros si può togliere all’interno della coppia, non in rapporti occasionali, che lo aumentano.

Alla società così sono mancate le basi. La società, per non dire lo stato, si dovrebbe basare sull’amore: è già difficile, faticoso, riuscire ad amare una persona sola. Queste sono solo le mie riflessioni ovviamente. Conosco tanti amici che difendono le loro perversioni, solitudini e precarietà esistenziali dicendo che l’amore non esiste.

Non è libertà l’amore, l’amore è eterna schiavitù.

sessantotto-amore-libero

Questo è il vero amore libero. Due anime. Una sola. Dato che è difficile incontrarlo le persone hanno imparato a consumarsi con grande libertà.

01 Giu

Il 1968 delle canzoni. Fabrizio De André

Fabrizio De André, anarchico e pacifista, fu uno dei migliori cantautori che l’Italia ebbe in quegli anni. Ma la musica – e soprattutto le parole – di De André vibrano ancora nell’aria. Suo figlio Cristiano porta in giro con amore le canzoni del padre per i palchi di città e paesi italiani.

Forse Fabrizio De André dovrebbe essere considerato un poeta. Ricordiamo che la poesia, alle origini, è nata proprio insieme alla musica. Ma alcuni “puristi” vogliono tenere le cose separate. Non è questo che importa. La sostanza sono le parole in versi, cantate con dolcezza, che si possono leggere a mente, recitare o cantare.

De André, accompagnato da una chitarra e con una voce intonata e calda, cantava, dopo averle scritte, parole che sollevavano questioni, facevano domande, rimescolavano giudizi e pregiudizi. Parole di spirito, a volte inserite nel tempo, nel suo tempo, a volte indietro nella storia, altre volte sopra la storia.

Nel ’68 uscì Tutti morimmo a stento, scritto proprio insieme a un poeta, Riccardo Mannerini. Includeva canzoni come il Cantico dei drogati, la Leggenda di Natale, il Recitativo (Due invocazioni e un atto d’accusa).

Vi invito all’ascolto di quest’ultimo.

“Non cercare la felicità
in tutti quelli a cui tu
hai donato
per avere un compenso
ma solo in te
nel tuo cuore
se tu avrai donato
solo per pietà”.

Fabrizio De André

16 Mag

1968. Il mondo salvato dai ragazzini

Elsa Morante Il mondo salvato dai ragazzini

Il 1968 è l’anno di tanti libri particolarmente fuori dal coro. Ed è l’anno, per esempio, del Mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante. Un testo poetico che ha anticipato i tempi, annusando quello che c’era nell’aria (“la poesia è profezia, prima o poi accade”, scrive il critico d’arte Giulio Carlo Argan a Elsa in una lettera del 9 marzo ’68). Un libro che stravolge i suoi lettori, dall’Addio a Bill Morrow, il giovane pittore amato dalla Morante che nel 1962 lascia questo mondo, alla Canzone finale della stella gialla detta pure La carlottina, sulla seconda guerra mondiale, periodo storico molto caro alla scrittrice.

Ma a interpretare al meglio il clima di quegli anni, di quel ’68 che doveva ancora arrivare al momento della composizione, è La canzone degli F.P. e degli I.M. in tre parti.  Una nuova suddivisione del mondo, non più tra buoni e cattivi (a ben guardare sì, ma non solo, o non in chiave moralistica), in qualche modo tra puri e impuri, o meglio tra vivi e morti dentro: i Felici Pochi e gli Infelici Molti. In questa separazione, la Morante individua personaggi ben precisi. La famosa croce che riproduce all’interno del testo (il Mondo salvato dai ragazzini accoglie volentieri suggestioni visive, grafiche) suggerisce nomi di autorevoli rappresentanti degli F.P., per esempio Platone, Rimbaud, Mozart, Giovanna D’Arco, Simone Weil. Presto, la divisione tra i Felici Pochi e gli Infelici Molti sarà simbolo di quella lotta, a volte pacifica, a volte violenta, tra i rivoluzionari e i reazionari del ’68 e degli anni successivi.

Il mondo salvato dai ragazzini 1968

“Ahò Infelici Molti! Oramai dovreste capire la solfa: non vi resta che abbozzare!
Per quanto vi intignate a sfruculiare
arrabbattarvi decretare ordinare condannare ammazzare,
il risultato finale è sempre uguale. Non c’è niente da fare!
NIEN-TE-DA-FA-RE!
La vostra felicità è triste e la infelicità
dei Felici Pochi
è allegra
irregolarmente assurdamente manicomialmente
ALLEGRA!”
Elsa Morante, Il mondo salvato dai ragazzini

12 Mag

Dreamers 1968

mostra 1968

Non si può dire tanto tempo fa. Non si può dire neanche “C’era una volta”. Possiamo dire ancora 50 anni fa.

C’è una mostra, Dreamers 1968, al museo di Roma in Trastevere che ci riporta un po’ indietro nel tempo, anche se è evidente l’obiettivo di guardare al futuro.

Sono tante le fotografie, provenienti da diversi archivi, dall’Agi, dall’archivio Riccardi, dall’archivio del Movimento Operaio. La maggior parte, ovviamente, in bianco e nero.

Pochi i personaggi storici della politica: tra tutti spicca Martin Luther King. Varie le personalità della cultura, da Pasolini alla Callas,  da Anna Magnani ad Alberto Sordi, dai Beatles ai Doors.
Ma soprattutto volti anonimi che, stretti in un corteo, senza riparo da un manganello, o nelle aule di un’università occupata, fanno venire un brivido.

dreamers 1968

Restano infiniti gli interrogativi su come un movimento simile possa essere sbocciato e caduto nel vuoto. Il 1968. Quando ogni guerra, in qualsiasi parte del pianeta, faceva nascere una ribellione che portava a piccoli o grandi sacrifici. La perplessità di fronte a un simile sentimento universale è grande, oggi.

L’idea della mostra nasce da Riccardo Luna, direttore Agi, che ha curato Dreamers 1968 fedele a quel periodo storico nella sua filosofia, insieme a Marco Pratellesi, condirettore Agi.

Il museo di Roma in Trastevere si trova in piazza sant’Egidio 1 e la mostra si potrà visitare fino al 2 settembre.

OS

08 Mag

La favola dei figli dei fiori

50 anni fa

50 anni fa le coscienze fissavano l’attenzione su un nuovo modo di concepire la politica, i rapporti interpersonali, il pianeta.

Tra le molte battaglie sconfitte e le poche vinte, il tempo è passato e quest’anno sono esattamente 50 anni.

50 anni dal ’68. 50 anni dalle utopie naufragate nel nulla.

La favola dei figli dei fiori è stato scritto da una donna che adesso ha 36 anni e quindi non ha potuto vivere in prima persona quegli anni, ma costruendo un romanzo intorno a certi avvenimenti ha fatto finta di esserne protagonista, tra pagine di quotidiani letti alla Biblioteca Nazionale Centrale e libri ritrovati nei mercatini dell’usato.

Per ora è un manoscritto ma qui sul blog da oggi pubblicherò altre suggestioni relative al periodo tra il 1967 e il 1969.

la-favola-figli-fiori-1968

Mentre la risposta soffia nel vento, non resta altro che ricordare.

favola-fiori

28 Ott

Cronaca di una vita intima. Cambio titolo

Cronaca di una vita intima. Casa

Il titolo di questa serie di post cambierà da Cronaca di una convivenza a Cronaca di una vita intima. Cari lettori arguti, capirete bene perché.

 

Come è andata quest’estate? Una vacanza in un mare stupendo (che ho visto solo una mattina, poi mi è venuto il ciclo), più che altro tanto cibo buono, un rientro nella mia casa e una persona del passato che mi ha cercato da un’altra città. Un po’ di ospedale, il ritorno di nuovo a casa, la confusione affettiva e ora solo una parola: CASA. “Una casa che è il corpo /e la solitudine esistenziale” (scrivevo da adolescente): no! Ora no! Lo prometto. Nessuna solitudine più, adesso che sono libera nella testa e nel cuore.

 

Nessun senso di solitudine anche senza la parola “compagno”. L’abbiamo scelto insieme questa volta. Ma anche in questo modo mi ha sconvolto. Sono troppo fragile. Mi sono fatta tatuare una croce molto piccola dietro la scapola destra. La mia casa ora sembra un centro sociale. Adesivi alle pareti, disordine di libri e cose, il ginocchio sinistro mi fa male perché l’altro ieri ho camminato per circa due ore. Mamma si è operata ed è in clinica, mia cugina Patrizia ha avuto oggi un bimbo col cesareo, l’inquilina mi ha portato un buon cannolo siciliano, io tra poco vado a visitare mamma in clinica.

 

I capelli mi stanno crescendo. Sto dando retta a un bravo ragazzo che ho conosciuto in ospedale e dice che sicuramente mi doneranno di più i capelli lunghi (l’ho sempre pensato anch’io, ma su questo mi lascio consigliare). E la notizia più grande (nel mio piccolo universo personale): sto consegnando la tesi! L’ultima.

 

La mia vita si appresta a un nuovo slancio.

Per adesso, ignorare il futuro non mi spaventa.

 

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05 Lug

Cronaca di una convivenza estiva intrappolati dentro questa casa

blog cronaca di una convivenza

L’inizio dell’estate ha steso un velo scuro sulla mia casa e quello che sembrava regolare disordine ora è un impiccio in più, appiccicoso di un’umidità che va via solo quando è notte. Giusto i ventilatori ci salvano dalle grida di non sopportazione. A nordest una valanga di panni pulitissimi e ugualmente sgualciti attende rassegnata che io attacchi il ferro e mi decida (sotto la sedia c’è una busta di vestiti, saranno estivi o invernali?), le piantine in zona nordovest sono state decimate e delle quattro è resistita solo l’orchidea, che ormai ha compiuto un anno e tre mesi ed è viva e sgargiante, ma le tapparelle sono mezze abbassate per non far entrare i raggi solari, del resto la cucina è quasi pulita, però manca l’olio nella bottiglia e occorrerebbe travasarlo, cosa che non so fare da sola. La camera da letto è una stanza su cui non insisto più: mancano le tende, mancano dei quadretti, manca qualcosa – una testiera, magari in tessuto – da infilare tra letto e parete, ma a Daniele non interessa e quella stanza è bianca da quando viviamo qui, anemica, ci sono vestiti ammucchiati sulla sedia, è anche colpa mia, che così si sgualciscono e andranno rilavati per tornare fantasticamente al punto uno (salone, a nordest una valanga di panni pulitissimi e ugualmente sgualciti attende rassegnata che io attacchi il ferro e mi decida).

Gli inquilini potrebbero andare via a settembre. Come faremo? Non si sa. Di sicuro entrando in casa non si sentirà più odore di fumo, almeno. Un’ex fumatrice diventa sempre intollerante.

Ma non è la casa che va male, no. Sono io che con l’estate tendo ad andare all’aceto, dopo la ridente primavera. E allora mi scaglio contro questo e contro quell’altro e ho propositi vendicativi dentro la mia testa.

blog cronaca di una convivenzaIn questo momento novanta persone su cento potrebbero ritrovarsi mandate a quel paese, se avessi più coraggio. Motivi ce ne sarebbero a palate e graviterebbero tutti intorno a un concetto che si chiama orgoglio. Questo luglio mi sta istigando a una resa dei conti con  “amiche indirette” che ho invitato una, due, tre volte senza ricevere a volte neanche una risposta, o che mi hanno escluso dalle loro uscite una, due, tre volte dopo avere finto di avermi accolto nel loro gruppo. La resa dei conti con i miei amici e le mie amiche è molto più semplice: sono selettiva tutto l’anno e le poche persone che frequento hanno dimostrato realmente di volermi bene.

Per la quasi totalità del mondo, che io esista o non esista è uguale. In certi periodi finisco per dimenticare, in altri non ci riesco.

Ornella Spagnulo

30 Giu

Cronaca di una convivenza. Il solito inutile resoconto del mio tavolo da pranzo

Più scrivo più diventa difficile dire cose sincere: sapere che qualcuno mi leggerà mi mette una costante ansia. Avevo fatto bene a iniziare questo blog con un nome inventato. Mi ero trovata un’identità inviolabile.

La Cronaca di una convivenza è rimasta sospesa là in autunno, dopo il mio viaggetto a Milano per presentarmi di persona con Isabel Allende. Tutto era finito nell’abisso dei sogni e io ero ritornata a casa, non ricordo bene con quale tipo di umore.

Torno da un altro viaggio anche stavolta e non so bene identificare questo tipo di umore. Daniele già russa, meno male, quell’antipatico vizio mi è diventato una ninna nanna. La nostra foto ci sorride dietro al vetro della libreria, davanti ad alcuni libri. Ogni tanto mi chiedo se è il caso di spostarla per assecondare il feng shui ed evitare oggetti sovrapposti davanti ad altri oggetti. Quella foto lì incorniciata con tanto di coccinella (che mia madre, una volta, guardandola pensava fosse una Madonna) mi ricorda le mie priorità. Davanti noi, dietro i libri, quella è la teca con i miei massimi affetti, al di là del fatto che inevitabilmente tutta la casa non può non ricordarmi mia madre e mio padre per evidenti ragioni.

Ora viaggio di più, da sola intendo, quel processo di smembramento della colla tra di noi sta piano piano lasciando spazio alle nostre individualità, un po’ a come eravamo prima di conoscerci, ma diversi, più belli, più sereni.

È quasi mezzanotte. Sul tavolo ho alla mia destra una bolletta dell’Acea, che non ho capito se ci arriva anche via email o se è una cosa a parte, poi c’è il dvd del film La Caduta, e non so esattamente cosa ci faccia qua sopra, l’abbiamo visto insieme tanto tempo fa, i tovaglioli, il gufetto che dovrebbe proteggere il legno dalle pentole bollenti e invece sta sempre messo a caso – dice per portare fortuna -, dietro ancora c’è il plico con le 3 copie di un mio saggio con aggiunte e cambiamenti che non ho mai approvato (ma sembra che in ambito accademico si faccia così), il telecomando dello stereo, un coltello, una penna, un foglio con gli appunti sui comandamenti di domani: rileggere il saggio per controllare tutto da capo, ritirare le copie delle mie poesie per portarle al prossimo evento, telefonare in biblioteca per ascoltare a voce le scuse del direttore del personale dopo che mi hanno perso la patente e mi hanno fatta tornare a casa senza patente e poi l’hanno ritrovata, contattare la libraia per quell’evento in cui si potrebbero vendere le copie delle mie poesie (è confermato?), correggere l’indirizzo per quell’altro incontro il 7 luglio.

Incontri, eventi, etrenta, scontri, incomprensioni, silenzi, forestierismi, negazioni, assenti. Sì, tanti assenti. Scrivo per le mie mille voci interne, costretta a ricercare le settantamila voci esterne.