24 Gen

Casa Moravia

Casa Moravia. Sabato mattina. Lui sta all’ultimo piano, con due splendide terrazze. Al citifono leggo: Fondazione Alberto Moravia. Salgo con l’ascensore e mi apre un signore alto e in carne, la guardia del corpo della casa di Moravia. C’è un libro aperto di fronte all’entrata, sotto a un grande quadro: è il quadernone degli ospiti.

Casa Moravia

“Entrò Carla; aveva indossato un vestitino di lanetta marrone con la gonna così corta, che bastò quel movimento di chiudere l’uscio per fargliela salire di un buon palmo” (Gli indifferenti)

Nell’ingresso i quadri proliferano: Schifano, Scialoja, persone, artisti amici di Alberto Moravia. Lungo il corridoio centinaia di libri, nel soggiorno centinaia di libri, ovunque libri, da Freud a Pavese, da Sciascia a Orwell, ma non è questo il punto, mi trovo nella casa di uno scrittore, mi dico, i libri devono strabordare. Anche i ritratti di Moravia strabordano, ce ne sono due giganti, più una fotografia. Lo studio è minimale, mentre nel salone ci sono cuscini con ricami di fiori sul divano chiaro. Ma nello studio c’è un tavolo da lavoro, una scrivania artigianale, fatta da un falegname e sopra l’immancabile fotografia. Posso sedermi qui? Chiedo, in imbarazzo.

Casa Moravia Museo

«Era stravagante e scontroso e un’amica mia andò a chiedergli: ma tu da grande che farai? E lui subito: lo scrittore di romanzi!» (testimonianza di Adriana Pincherle, la sorella. Moravia era uno pseudonimo).

Vado a vedere la camera da letto, con una valigia sopra: Moravia sta per partire, o è già partito, non lo so. Vado a cercarlo in una delle terrazze, i fiori sono rosa e stanno in salute. Qualcuno allora c’è, a parte il guardiano, o è lui che bagna i fiori di Moravia? In cucina, poi, mi rilasso, mi siedo, appoggio il mio quaderno sul tavolo. Allora, Moravia, dove ti sei nascosto? Mi invita e non si presenta, a casa sua poi! La porta del bagno è semiaperta, la apro del tutto; è vuoto.

Esco ripassando dall’ingresso ovviamente e lascio il mio commento sul librone: “Caro Alberto Moravia, caro scrittore, la prossima volta ti voglio vedere, incontrare, devo chiederti molte cose, perché io sono solo una bambina”. Saluto il buttafuori e gli faccio un sorriso, prendo l’ascensore: “Io l’ho visto Moravia”, mi dice la signora che è già dentro: “L’ho visto tra i tavolini di un bar”. Allora vado al caffè Rosati, ma non ci sono né lui né Elsa Morante.

Casa Moravia ritratto

Il romanzo d’esordio, Gli Indifferenti, fu pubblicato a spese di Alberto Moravia nel ’29.

Ornella Spagnulo

31 Mag

Cronaca di una convivenza

La convivenza ha chiuso le tende per un consiglio errato, o meglio un ricatto psicologico e morale. Ci sono caduta con tutte le penne e ora sono sola, qui. È mia usanza credere che difficilmente le persone cambiano opinione su di te. Infatti Daniele non ha cambiato idea, perché mi conosce. Ma la mia condizione di “incompresa” è storia vecchia, non ne vale la pena nemmeno parlare, per le troppe cose da dire.

Ieri sera è stato a cena qui e abbiamo fatto fuori quasi un chilo di gamberi. Il pescivendolo al mercato è riuscito a vendermeli: “Ti faccio un regalo: solo 20 euro”

“Li cucinerò al mio fidanzato domani”

“Così lo farai innamorare!”. Stavo per rispondere, perché non mi so tenere un cece in bocca, come si dice, poi sono stata zitta, perché era troppo lunga da spiegare.

Il fidanzato però è stato davvero contento e siamo stati felici come quando vivevamo qui.

Opinioni diverse sul mondo non mi scoraggiano: sono lontani i tempi in cui credevo che il mondo fosse diviso davvero tra cattivi e buoni. Sono concetti troppo assoluti, noi siamo tutti relativi. Il mondo, per me, è diviso tra quelli che sono buoni con me e quelli che non lo sono. Ai primi cerco di dedicare il mio tempo, gli altri non li voglio neanche vedere.

Sono stata al supermercato, ora, e una busta si è rotta da quanto era piena. Mi ricordo quando ci andavo insieme a lui: erano attimi celestiali. Finalmente potevo decidere di cosa riempire il carrello senza che nessuno protestasse! A Firenze, quando ero ragazzina, mia madre mi mandava al supermercato e mi dava una lista scritta a mano quasi illeggibile, che prima di uscire mi spiegava. Dovevo comprare quello che c’era scritto: nient’altro. E se andavo a fare la spesa con lei, non potevo mettere niente di nuovo nel carrello di mia iniziativa, rispetto a quello che era già stabilito. Con Daniele invece i miei desideri erano accontentati. Mettevo questo, mettevo quell’altro, e in pochi mesi siamo ingrassati tanto, ma non ce ne fregava niente. Mangio quando sono felice, il mio digiuno è legato alla tristezza e all’apatia. Trovo ovvio riversare le mie emozioni nel cibo, dopo i miei trascorsi da anoressica e bulimica.

Ha paura a tornare, è normale. Non voglio guardarmi indietro perché mi dispiace quello che ho fatto. Voglio solo ricoprirlo di attenzioni. E mentirei se dicessi che non m’importa l’opinione degli altri, ma so che non posso fare più nulla per modificare certi giudizi pesanti. E mi porto la mia croce, come sempre. Prima per gli altri ero una “paranoica”, dopo ero una che si credeva “chissà chi”, ora sono quella che ha “cacciato di casa il compagno” e per questo merito la gogna. Per fortuna che quasi nessuno crede più alle streghe, altrimenti sarei scomparsa già da un po’.

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Intervista della Social Agency in qualità di blogger. Sconsiglio di guardarla, però il fidanzato mi consigliava di metterla.

Cronaca di una convivenza. In partenza per il Salone del Libro di Torino (racconto precedente)

Ornella Spagnulo 

05 Apr

Pensiero n. 37

 

 

I miei sbagli più grandi li ho fatti per la paura di stare sola. Come se potessi vedere uscire qualche mostro dallo specchio. Paura degli scricchiolii sinistri della casa. Paura che la mente potesse andare chissà dove. Ora sono sola di fronte a me stessa. Mi sento nel deserto, faccia a faccia con la paura.

 

Per dormire no, non ho più tanta paura. Quand’ero fidanzata mi stavo facendo contagiare dal suo ateismo e avevo molta paura di dormire – perché avevo paura di morire. M’immaginavo il nulla dopo, cosa che non sono mai riuscita a visualizzare. In questi giorni comincio ad avere sonno intorno alle 22 e 30 e mi sento coccolata.

 

A casa non c’è niente. Nessuna televisione, nessuna radio, nessun telefono, niente Internet. Tutte cose che gli appartenevano e giustamente si è portato via con sé. Sto bene, però, senza frastuoni intorno. Ho sempre detestato la televisione e stavo quasi diventando una teledipendente.

 

Accendo il mio Mac, ho su alcune canzoni che mi piacciono: Ludovico Einaudi, Elisa, il canto dei delfini e via dicendo. Mi stendo sull’immenso divano bianco, con una coperta rossa addosso.

 

Un po’ di tristezza, quella sì. Poi vedo i miei amici e mi passa, un po’. La verità è che detesto stare sola. Amara solitudine, “isola benedetta!”, diceva Battiato. Faccio ordine, lavo, cucino, mi stendo. Forse sto facendo anche ordine dentro me stessa, e sarebbe anche l’ora.

solitudine

30 Mar

Pensiero n. 36

 

Sono seduta sulla vecchia scrivania a casa dei miei genitori, di fronte alla portafinestra (leggera pioggerellina). Ho aperto la serranda – i miei genitori sono andati via per Pasqua, adesso sono sola. Anche a casa mia sono sola, non starò a descrivere motivi troppo intimi, c’è già chi giudica queste mie cose “troppo” intime, come se fosse un difetto parlare di sé. Sì, vorrei parlare a tutti di me e queste non sono neanche le mie riflessioni più interne: i miei occhi analizzano a fondo quello che mi circonda e sto buttando giù solo la “superficie” in questo blog. Per la mia autoanalisi, i miei pregi e le mie colpe c’è un altro quaderno. In ogni caso non credo sia da condannare chi si mette a nudo. Da bambina salutavo tutte le persone che incrociavo per strada: “Ciao!”, dicevo a tutti, e scuotevo la piccola mano. C’era chi al mio saluto rispondeva addirittura con una linguaccia, chi mi ignorava e chi mi salutava contento. Da sempre sento una separazione dalle persone, e vorrei che fosse il contrario. Interno ed esterno: è il mio conflitto. Una chiusura apparente e un desiderio di unione.

 

I miei respiri cercano di uscire da me più ampi e più lunghi. Ieri avevo prenotato un massaggio shiatsu e tra i tanti pensieri emersi ho ricordato i miei nonni. Sono cresciuta con i miei nonni, dalla mia nascita fino ai 3 anni nella lontana Taranto, sul mare. Poi la dipartita: Roma, 6 anni. Poi Firenze, 10 anni. Il ritorno a Roma, a 20 anni. Un anno a Madrid. In tutto questo non sono stanca di viaggiare. Negli ultimi mesi sono stata ferma, immobile. Non ero più la sola padrona della mia vita, consideravo tutto il mio tempo da dividere per due. Ho soffocato alcune parti di me. È appena passato un gatto davanti casa, è tigrato e molto arruffato.

 

Quello che voglio ora è un periodo di solitudine. Non capivo mai chi mi diceva: ‘impara a stare da sola, prima di tutto’, ‘devi innamorarti di te stessa’. Pascal aveva scritto che: tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una camera. Sono ricorsa ai suoi pensieri ieri sera, non trovando assolutamente niente da dire. Quello che voglio ora è riuscire a stare tranquillamente sola in una camera, con me stessa, la mia camera da letto, il salone o la cucina. Mi torna in mente quando in adolescenza non riuscivo nemmeno a stare serena di fronte a un piatto di pasta da mangiare, piangevo e lo buttavo.

 

Spero solo che lui stia bene, che capisca, apra di più il suo cuore al mondo, si innamori subito di un’altra che lo ricambi.

 

la mamma

28 Mar

Pensiero n. 35

Il corpo reclama per questa pigrizia. Correre all’aria aperta, sì, ma quando si libererà il tempo. Preparo un piatto di riso, dopo mi aspetta il cannolo siciliano – non è colpa mia se il vicino ci ha portato una scatola da Bagheria piena di enormi cannoli alla ricotta. Credevo che non mi piacessero ma sono incantevoli, si sente anche un leggero odore di cannella.

La casa è abbastanza in soqquadro. Più come stato d’animo che come oggetti. Non c’è nulla fuori posto a parte una maglia del fidanzato lasciata sulla sedia che ho davanti, a parte un libro – L’insostenibile leggerezza dell’essere – buttato sul letto aperto, sdraiato. I peluches poverini sembrano stremati sopra il puff bianco vicino alla crema per le mani, a un ramoscello di olivo benedetto, a una tazza con gli angeli e alle buste vuote dell’ultimo regalo che ho fatto a Daniele: un pigiama grigio. Di fronte, sulla libreria c’è lo spray tutto naturale che servirebbe a non russare, ma il fidanzato non lo vuole provare, sono due notti che si addormenta davanti al divano mentre guardiamo la tv. Ieri c’era Benigni in “Tutto Dante” e voglio acquistare l’intero cofanetto. Dante per me è come uno di quei maestri noiosi che sanno tutto, sanno dire sempre la cosa giusta, quei maestri imbattibili che hanno sempre ragione. Così lasciai il liceo “Dante” a Firenze per frequentare il “Machiavelli”. Poi ho odiato anche il Machiavelli, ma questo è un altro discorso.

Ho sonno. Stamattina dovevo fare le analisi del sangue ma non trovavo la ricetta. Ci andrò domani mattina.

Una rondine è passata, non è Primavera, no, c’è un cielo così grigio: piove, non posso uscire con la pioggia, ho lasciato l’ombrello in macchina. Oggi avrei tanta voglia di riposare se ne fossi capace. Ma il cervello ha le sue idee e l’anima le sue rivendicazioni. Si è schiavi se si segue solo il cervello, si cresce se si ascolta l’anima.

Anche sotto la pioggia è passato un treno, ma non ho fatto in tempo a vederlo. Adoro il rumore dei treni, e quando li vedo passare qua sotto vado in estasi. 

treni

23 Mar

Pensiero e realtà n. 33

einstein

La vita è un miracolo, né più né meno. Questa è la base per ogni anelito religioso e per ogni modo di vivere civile.

Il primo sabato di primavera seduce, si potrebbe scendere a fare una passeggiata con il cielo sgombro da nuvole, freddo e incertezze. Ma da quando conviviamo si sta così bene in casa che lasciarla vuota ci sembra un tradimento. Cosa farà la casa senza di noi? Si sentirà sterile senza gli odori della cucina, con la cappa spenta, senza luci, chiacchiere o televisione e senza i nostri computer accesi? La casa si potrebbe sentire sola, così restiamo con lei. Perfino i nostri due peluches, il cane e la papera, si sentirebbero da soli. E pensare che quando vivevo con i miei genitori la casa mi sembrava una prigione. Avevo voglia di incontrare persone, di uscire, chiusa in camera ascoltavo la musica ma volevo scappare. Voglio bene ai miei genitori com’è ovvio, ma è ovvio che a partire dall’adolescenza loro diventino ai tuoi occhi le tue ottime basi, i trampolini da cui ti lanci nella vita. E se mai dovessi avere figli, se e solo se, vorrei educarli all’indipendenza fin dall’infanzia. Invitandoli a vestirsi da soli, a mangiare da soli, a pensare da soli, aiutandoli a capire l’importanza di seguire la propria interiorità, non accusandoli se si daranno alle droghe leggere e all’alcol troppo e presto, ma ricorrendo a un bravo psicologo. Quello che avrei tanto voluto a 14 anni, ero già depressa e chiedevo solo questo ai miei genitori: datemi del Prozac, fatemi andare da uno psicologo. Rifiutarono la mia richiesta e la mia adolescenza degenerò, ma sto scrivendo di queste cose su un altro libro, lo spazio della mia convivenza è un altro.

Negli ultimi mesi abbiamo apportato molte modifiche alla nostra benedetta casa. Benedetta già da tempo, ripeto. Apparteneva a due sposi molto devoti che, non avendo avuto figli, lasciarono tutto alle suore di Madre Teresa di Calcutta. Ci siamo trasferiti qui il giorno di Santa Teresa D’Avila. Quando abbiamo aperto per la prima volta la finestra del bagno ci siamo accorti di un nido di colombi (piccioni in volgare, qui intendo sublimarli). Erano tanto piccoli e una suora dell’Ordine disse che mi avrebbero fatto compagnia (non sapeva che avrei avuto comunque la compagnia del mio fidanzato – non volevo causarle un dispiacere o suscitare il suo disappunto).

E ora, sulla parete destra abbiamo un paesaggio marino arancione, con il sole al tramonto. Il mobile bianco dei libri e della televisione ha il Monopoli e un cappello dell’Aeronautica appoggiati sopra (il mio compagno è fissato con i cappelli degli ordini militari), il divano ha un lungo cuscino in cotone con dei fiori verdi, le piante sono aumentate in linea sotto la portafinestra, c’è una begonia rossa, una viola del pensiero tra il rosa e il violetto, il basilico che uso per cucinare, un ciclamino rianimato che fa fiori bianchi e le due piantine gemelle o innamorate che ci regalarono i miei cugini, Elena e Gino, proprio all’inizio di questa splendida avventura: hanno appena fatto nuovi fiori. Sopra  c’è un quadro con una fotografia di Einstein viola, e una frase del genio del Novecento. “Ci sono due modi di vivere la vita. Uno è pensare che niente è un miracolo. L’altro è pensare che ogni cosa è un miracolo.”

Ecco, io penso che tutto ciò sia un miracolo.

Ornella Spagnulo

 

 

03 Dic

Realtà n. 27

casa

Il weekend è passato senza dire niente e ha portato via la tempesta che ha colpito mezza Italia, con picchi su Taranto (la mia città natale) e Toscana (la regione dove ho vissuto l’adolescenza). Roma è tornata sorridente, con il sole, ma si sta già facendo buio. Sono le cinque del pomeriggio e sto cercando di prenotare telefonicamente le ‘bruciature’ – un sistema per eliminare un’infezione ginecologica post anestesia locale e day hospital. Ma la maggior parte delle donne odiano me come io odio loro, anzi no, di più. La segretaria dell’ospedale XX vorrebbe obbligarmi a ripetere una visita che ho fatto due giorni fa, con esame dolorosissimo (colposcopia); le spiego che non ha alcun senso perché ho appena speso 90 euro e varie imprecazioni per l’esame, così mi consiglia di richiamare domani mattina, perché lei non se ne intende ma magari la caposala sì. Ho avuto giusto il tempo di chiedere l’orario più specifico e l’analfabeta, senza rispondere, ha riattaccato.

 

Io non ho parole. Nella stessa dolorosa giornata di sabato è tornata una coppia per vedere la casa con la luce del giorno. Finché parlava con me, settimana scorsa, la ragazza, per quanto mi stesse simpatica, non mostrava nessun entusiasmo su niente, anzi criticava il pavimento e diceva: ‘ci dobbiamo pensare’ e guardava il fidanzato. Ma li ho fatti tornare nel weekend perché così conoscevano il mio compagno, mi sembrava il caso, ecco. La ragazzetta quando ha sentito che il mio uomo fa il sistemista informatico si è esibita in urlettini da assoluta deficiente: ‘uh, allora mi aiuterai! Avrò tanto bisogno di te! Che bello, sai io studio ingegneria e mi servirebbe molto un informatico’. Il mio ragazzo per fortuna ha imparato a conoscermi e per rimanere sano e salvo ha detto: ‘quello che faccio io non c’entra niente con l’ingegneria’.

 

Ma io mi chiedo: come si fa a introdursi nell’appartamento di una coppia per affittare una stanza e comportarsi senza il minimo rispetto o contegno emotivo? Dovremmo condividere lo stesso tetto, secondo te io ti faccio venire a casa mia con il rischio che tu bussi alla mia porta per farti dare ripetizioni dal mio fidanzato? Io non ho parole.

 

Forse sono io che ingigantisco, e questo dolore ginecologico peggiora il mio stato d’animo. Ho capito che non mi devo arrabbiare perché altrimenti mi prendono le fitte là sotto. Quando Daniele ha saputo l’esito della visita si è innervosito parecchio: ‘non voglio che stai male’, mi ha ripetuto tante volte. Ma mia zia – che ha avuto la stessa infezione quando era incinta – e mia madre – idem stessa cosa, solo io in famiglia ho preso questa infezione senza aspettare un figlio – mi hanno assicurato che il più del dolore è l’esame, che le cosiddette ‘bruciature’ non fanno poi male.

 

Il Natale arriva prepotente e non ce la faccio più. Mi sono stufata di pensarci. So solo che sarà difficile riuscire a fare dei regali – gli unici che non elimineremo saranno quelli per i nostri genitori – e che tra due settimane si farà una cena qui così che la mia mamma e il mio papà conosceranno la sua mamma e il suo papà.

 

16 Nov

Realtà n. 23

blog letterario

La casa ha quattordici misteri. Al posto delle serrande ci sono le saracinesche dei negozi. Per alzarle e abbassarle ogni volta si ha paura di un corto circuito – ce n’è stato uno –. I motori sono troppo vecchi. Ci hanno detto di alzarne una per volta e di controllarne la corretta salita o discesa.

 

Perché mi sono lasciata convincere dal tizio che vende a coprire gli angoli della cucina in acciaio? Odio l’acciaio, che al sole diventa uno specchio e riflette la luce. Sono sensibile alla luce (fotofobica è il termine giusto).

 

Non si sa perché quando passo lo straccio, il marmo si copre di tante macchie più chiare e il pavimento non sembra lavato, sembra sporcato. (Ho passato lo straccio su altri pavimenti e mai mi era capitato questo contrattempo).

 

Lo studio, sulla destra all’entrata, non ha la porta ma una grande scrivania. Il fidanzato ci ha poggiato la bandiera monarchica e il dubbio è se devo piazzarci la mia bandiera anarchica per non essere schiacciata ideologicamente dal fidanzato. Ma se ho un computer su cui scrivere non ce ne sarà bisogno, perché quanto è vero che posso scrivere, tanto è vero che posso mantenere le mie idee.

 

Il mistero è che ai lati del letto le robe sporche crescono quanto le unghie dei piedi. Facciamo le lavatrici ma la casa aumenta e non basta più un cesto per i panni sporchi, adesso ci sono due sedie con i panni – che a giorni alterni metto a posto – e in più due buste ai lati del letto. (Questo capita perché non abbiamo l’armadio. Ma la camera da letto è piccola e non abbiamo soldi: forse riusciremo a pagare l’Amministratore entro lunedì).

 

C’è un altro mistero: come ho fatto a imparare a stirare? Senza tutoraggio né consigli, quando ho visto il fidanzato ridurre a righe una camicia bianca e riempirla di grinze gli ho detto: ‘levati!’ e ho fatto da me. La camicia si è stesa come pelle al sole. È incerta l’origine del mio apprendistato. Forse per stirare occorre solo amare.

 

La porta del bagno, costruita su misura, scorrevole, presenta delle macchie di colore scuro; un tondo, un’impronta e le sfregature della carta vetrata ma non ho il coraggio di dire che non mi va bene. Per l’Architetto la casa era già finita da tempo. Una porta? È solo un’illusione. A cosa serve, in fondo, una misera porta?

 

I misteri di questa casa sono più noti a me che al fidanzato. Perché lui ci passa poco tempo, mentre io ci convivo notte e giorno. Certe volte, prima di riuscire ad aprire il portone di casa devo fare tre o quattro tentativi. Un mistero è chi sia a divertirsi, nel condominio: qualcuno toglie l’etichetta con i nostri cognomi. Lo fa dal portone di casa, dalla porta del palazzo, dalla cassetta delle lettere, ma sappiamo sempre ritrovare la strada di casa. 

 

06 Nov

Eternità n.

“Col pensiero a mia sorella (…), a cui mi sono ispirata in questo racconto, auguro a (…), quando sarà il suo tempo, di essere sempre sensibile e generosa”.

 

Questa è la dedica del racconto “Angelo nero”, scritto nel lontano 2006. Un racconto di Natale, come dice il sottotitolo, con la foto di una ragazza africana e dietro il mare – o l’oceano. Non ci sono numeri di pagina. Sempre per (…), la stessa signora ha scritto una simpatica favola intitolata “Il mio amico cerbiatto”. Lo stile mi stupisce, è molto curato e presenta anche spiccati elementi originali, nuovi, freschi. Non da semplice maestra che scrive le favolette, ma da donna con un’intenzione autentica e un pensiero innovativo. Mentre questi racconti, entrambi, sono stampati con rilegatura semplice, ad anelli bianchi e grandi, il terzo manoscritto – un ‘dramma in tre atti’ – è tutto scritto a mano, con una calligrafia che pende verso destra e sono assenti sbavature di ogni tipo. Ordinato, pulito, lungo, ha anche un titolo accattivante: “Il telefono senza fili”. Protagonisti sono…ma posso rivelare tutto questo?

Ieri sera io e il compagno siamo scesi in garage, per tutto il giorno ero convinta di aver perso il cellulare. Poi sono scesa con lui in macchina e grazie alla luce dell’Iphone l’abbiamo ritrovato insieme sotto al sedile. Daniele ha detto: ‘mettiamo la macchina in garage?’, ‘sì’, ‘anche il motorino, visto che ci stiamo’. E siamo scesi, senza nessuna premonizione devo dire, tranquilli e sereni come se stessimo andando a comprare la ricarica per il cellulare, o come se volessimo fare una semplice passeggiata. ‘ci sono dei vasi bianchi, devi prenderli’, aveva detto mia madre, ‘quando vai in garage? Controlla che gli operai abbiano ritinteggiato. E attenzione ai fili scoperti! Li devono ricoprire’.

Un vero tesoro abbiamo scoperto in questo garage. No, non si tratta di opere d’arte di valore o gioielli d’oro o…niente di materiale. Oggetti che rimandano ad altro. Foto: la maestra defunta in costume da Carnevale con cento bambini tutt’intorno, lei con gli occhiali spessi, loro con i sorrisi aperti e vivi. Un certificato di laurea in Sociologia, di una ragazza nata nel ’76 (sua figlia?). E poi… – e qui la gioia è stata tutta mia – dei libri vecchi (il “Paradiso” di Dante, l’autobiografia di Santa Teresa di Gesù, che a Madrid avevo cercato, girando alcune librerie, senza trovarla, un romanzo degli anni Settanta, sconosciuto) e dei piccoli testi firmati dalla proprietaria di questa casa, prima di me.

 

Ho pensato che fosse un segno del destino. Come le matite nuove, ritrovate accanto ai libri, ancora intatte dentro l’astuccio di cartone. Devo continuare a scrivere perché la signora si è interrotta? Tocca a me, adesso, prendere quelle matite e quei testi? Posso contattare i suoi parenti per chiedere se è mio diritto riscrivere un testo teatrale basandomi sul suo “Telefono senza fili”, ovviamente citando il suo nome e cognome, senza fare nessun furto (chi ruba, nell’arte, si riempie solo di sensi di colpa) ma scrivendo il mio nome dopo il suo, se i parenti sono d’accordo?

Mi chiedevo questo – egocentrica come sono – mentre il fidanzato si perdeva in pensieri di tutt’altro tipo: ‘i parenti si devono riprendere tutta questa roba’, ‘sì, va bene, cerchiamoli’, ‘vanno cercati.’ E poi il dubbio: ‘chissà se erano brave persone’, ‘certo che lo erano, questo è fuori discussione’, ‘i parenti saranno incazzati neri, perché hanno lasciato questa casa alle suore?’. Perché la comprasse mio padre per me e noi potessimo seguire le loro orme di brave persone, e perché io continuassi a scrivere e…Dentro avevo un magone, un’angoscia, Daniele era cupo e facevo fatica a respirare. ‘andiamocene’, dice Daniele: ‘io mi arrabbierei molto al posto loro. Non voglio fare questa fine’.

Non è una fine, dopotutto. Di sicuro sono in Paradiso a guardarci. Ci hanno consegnato la loro eredità. Proprio adesso mi è arrivata la telefonata di una persona che ha sbagliato numero.

Manoscritti ritrovati in un garage

Non credo di dovermi sentire in colpa. Non abbiamo oltraggiato la loro tomba ma solo recuperato quello che ci avevano lasciato. Il fidanzato dice che dobbiamo contattare i loro parenti. La vicina di casa li conosceva di persona, erano amici, ci ho già parlato un paio di volte. Il fidanzato dice che dobbiamo invitarli a casa per sapere qualcosa di più, per raccontargli di tutte le foto messe in uno scatola e lasciate lì, insieme a vini vecchi e alle altre cianfrusaglie.

25 Ott

Pensiero n. 15

Stavo raccontando al fidanzato cosa mi era successo durante la giornata, ma lui ha detto: ‘scrivilo sul blog, dopo lo leggo’. Ha installato una copia di Office sul suo computer – un Ibm, io odio gli Ibm, sono tanto austeri, vecchi, hanno i tasti giganti; niente a che vedere con i Mac, con il bianco assoluto, con Steve Jobs: i Mac sono belli e basta. E poi pure Steve Jobs mi stava simpatico, con il suo buddhismo, con il suoi passato freak e arrogante.

 

Dicevo, ero indecisa tra la preparazione di un piatto di tagliatelle paglia e fieno con funghi e pancetta, la pulizia dell’altro bagno e la scrittura. Volendo potevo anche asciugarmi i capelli umidi – ma sarebbe stato uno spreco di tempo, tanto si asciugano lo stesso  -, guardare la televisione oppure leggere il libro appena comprato (Pamuk).  Potevo fare altre cose, ordinare lo studio, non so, passare l’aspirapolvere ma non funziona, imparare a memoria le istruzioni del forno o altro di utile.

 

Ma qualcosa ancora in me rimane come la me di prima. La stessa paura delle allergie, lo stesso istinto che predomina sulla ragione. In fondo, qualcosa di me rimane anche se ho una casa. E un fidanzato da ‘accudire’. Ecco, ora esce dalla doccia e vuole il ‘fono’.

 

Sta di fatto che mi stavo dimenticando di cosa era successo. Penso a domani e alle incombenze. Comunque, in sintesi, mi sono arrabbiata con l’architetto per alcune cose fondamentali che ancora mancano in casa o sono da sistemare, come una porta e un faretto pendente dal soffitto.  Poi arrivano i falegnami che installano le librerie a muro e gli armadi. Vogliono essere pagati del tutto anche se manca la porta. ‘la porta era compito vostro’ dico ai falegnami; ma loro si arrabbiano e vogliono ancora soldi. Allora scendo e vado a prelevare. Compro anche un paio di lenzuola matrimoniali fuori misura (il nostro letto misura 2 metri per 1,60). Insomma faccio, compro e mi ricordo anche di portare loro una bottiglia d’acqua. Dopo il grande litigio ci rappacifichiamo come se fossimo tre anime pie che si chiedono scusa per aver fatto degli sbagli e si redimono. Totale redenzione.

 

Il fidanzato guarda con piacere la pancetta comprata al mercato, l’ho uscita dal frigo per preparare. Dicevo, i lavoratori sono arrivati nel pomeriggio e insieme a loro l’architetto ha fatto irruzione in casa. ‘devo essere pagato, i lavori sono finiti’, ‘ma manca una porta, sarebbe importante’, e vari fraintendimenti ed ecco, alla fine gliel’ho detto: ‘mi dispiace ma non ho Internet qui, mi tocca andare dai miei genitori , sinceramente non ho neanche letto l’importo della fattura, ma stia tranquillo, il pagamento, come i precedenti, arriva’.

 

Il fidanzato sta apparecchiando la tavola, e da questo capisco che devo cucinare. Infine, giornata di litigi e di pace. Il fidanzato nota come ho decorato la cappa dei fornelli, con dei barattoli con le rose e dice: ‘oh, che bello’. E sposta leggermente un barattolo e lo allinea meglio. Sono contenta di questa pace, finalmente, e ho anche molta fame.