06 Mar

Cronaca di una convivenza. Intellettualismo versus spontaneità

Blog scrivere

Chiederei ai lettori del mio blog una petizione per motivarmi a continuare l’avventura del blog o dissuadermi. Quando ho iniziato non ero io, avevo deciso di scrivere sotto falso nome per non dover rendere conto a nessuno di quanto raccontavo della mia vita. L’esigenza di farmi leggere da più persone mi ha poi portato a firmarmi e così chi mi conosce, ogni tanto, sbircia i fatti della mia vita. Ma non è questo che mi dà fastidio: è che non sento più una spinta forte. Il dottorato mi ingloba, fortunatamente, e nello stesso tempo ho quasi paura che qualche esperto possa leggere queste righe, scritte senza alcun intellettualismo ma spontaneamente, con un organo che quando smette di battere è la fine – o l’inizio di qualcos’altro.

E in tutto questo, la contraddizione è che proprio il post che sto scrivendo è nato da un’esigenza urgente, che mi ha imposto di rinunciare a 10 minuti di operatività per poter condividere quello che brulica sotto.

Varie e interessanti novità si affacciano nella mia vita e la reputazione sembra il requisito più importante. Perciò sappiate che scrivo anche cose concettuali, che si ispirano a scrittori scomparsi o hanno tutto un piano macchinoso dietro, più filosofico di questa Cronaca di una convivenza. Sapere però che le sue pagine lievitano quando riapro il blog, mi fa sentire al sicuro, come se qualcosa crescesse insieme a me. Qualcosa che è me.

Ornella Spagnulo

16 Feb

Cronaca di una convivenza. Email indesiderate

Email blog

Cancello l’ultima email indesiderata della giornata, non si trattava in realtà di un’email non desiderata ma di una (e)lettera che ha deluso le mie aspettative. Tutte le lettere sono potenzialmente interessanti, perché con la scrittura si comunica più verità (quando si comunica) rispetto alle normali parole, quelle che volano.

Nel forno, le melanzane cuociono da 5 minuti, giusto da quando una ragazza che voleva vedere l’altra parte della casa se n’è andata. Sarà difficile affittare quella zona di casa fino a che sulla parete in alto resterà una macchia di muffa. L’amministratore ha scritto che manderà presto qualcuno.

Per San Valentino piccoli litigi di una bambina viziata che pretende che a ogni festa comandata il mondo si fermi e giri intorno a lei, intorno a me magari (svelato l’arcano). Daniele ha dormito tutto il giorno e mi sentivo veramente molto arrabbiata, anche perché alcuni giorni prima un’amica single mi aveva chiesto: che farete a San Valentino? E io: di solito non facciamo niente, solo una cena più carina. Ma quella domanda ha poi suscitato in me profonde aspettative: in effetti per un anno potremmo fare qualcosa di diverso, e ho cercato tra le email, quelle indesiderate, le proposte di X Eventi per San Valentino. Costavano tutte un’enormità, o almeno il costo di una cena.

Così niente, mi sono svegliata tardi, era sabato e già appena sveglia mi giravano le scatole perché lui non mi aveva svegliato. Era uscito per aiutare un suo amico a comprare una macchina. Chissà se non l’hanno scambiati per due gay. Poi è tornato a casa e non mi ha portato nemmeno una rosa. In compenso abbiamo mangiato i cioccolatini che avevo comprato alla fiera del cioccolato, tre piccoli quadrati, con le scritte: Ti amo – amore – mio. Non mi ricordo se ho mangiato amore o ti amo, ma mio l’abbiamo diviso. Ho pensato che fosse un bel simbolo dividersi mio a metà col coltello. Poi, il sonno fino all’ora di cena, può capitare, eh, ma a San Valentino!

La mattina dopo ci siamo svegliati tutti e due a un orario decente e siamo andati a pranzo dai miei genitori a piedi. Un grande evento: di solito prendiamo la macchina. C’è stata qualche piccola discussione relativa al numero di uova utilizzate da mamma per la torta ed è stata superata anche grazie alla mediazione di mio padre, mentre Daniele mi stava affossando: ma ti sei mangiata la pizza con la Nutella ieri sera e ora te la prendi per quattro uova!

L’amore è un’email che qualche giorno sembra meravigliosa e qualche altro non riesci a capire. Ma non è mai un’email indesiderata.

Ornella Spagnulo

11 Gen

Cronaca di una convivenza. Taranto, a 7 minuti di distanza da Alda Merini

Ero alla Nazionale questo pomeriggio, a rileggere lettere e poesie scritte da Alda Merini per il critico su cui sto facendo le mie ricerche, Oreste Macrì.

 Alda Merini Taranto

Questa è la mappa.

Alda Merini Taranto

La striscia viola indica il percorso da via Pupino 2 a via Pupino 81, Taranto.

Da via Pupino 81 a via Pupino 2 sono 7 minuti a piedi. Una passeggiata nella parte interna di Taranto, nemmeno tanto interna poi perché ai due lati, tutti e due, c’è il mare. Via Pupino 81 è vicino a via Giuseppe Mazzini e via Principe Amedeo, che tagliano via Pupino, invece il civico 2 è vicino all’Ospedale militare, vicino anche a via Pitagora. A questo punto vi chiederete cosa ci sia a via Pupino che tanto mi interessa. Ora, niente. Prima, c’è stato. C’è stato che io vivevo con i miei nonni e mia madre a via Pupino 81 fino all’età di 3 anni. In quegli stessi anni, a via Pupino 2, quindi a 7 minuti a piedi sulla stessa strada, ci viveva Alda Merini con Michele Pierri, poeta suo secondo marito.

Mi viene da chiedermi se qualche volta, per caso, lungo via Pupino o nelle vie là intorno, mi sia capitato un incontro fortunato che io non ricordo, perché non ricordo praticamente niente dei miei primi 3 anni di vita. Niente di molto bello.

Oggi mi verrebbe da scrivere caro diario. Come se mi stessi davvero rivolgendo solo a me stessa. Altre volte lo ammetto ho scritto sul blog pensando di parlare con qualcuno, ricordando quali informazioni avevo scelto di condividere, qual era la cornice e tutto il resto. Ma oggi sono scarica, le mie batterie sono quasi finite e le devo ricaricare.

Per i miei genitori sarebbe una scoperta trascurabile, visto che secondo loro dovrei accantonare ogni velleità artistica e ripetono con tanto rammarico che “Oh non hai fatto gli studi giusti, non hai avuto le giuste insegnanti, il tuo futuro era nella matematica come è stato per tuo padre, lo avevi nel sangue”. Nel mio sangue ci sono ben altre cose, gli altri ideali stanno andando a farsi friggere ormai, tutti gli ideali tranne uno: la letteratura. Il mio sangue è aristocratico e disprezza un po’ il resto. L’unica cosa che il mio sangue concede al mio cervello è il riposo serale davanti alla rimbatelevisione. E ricorderò proprio ora la parte più sgradevole di tutta questa riflessione, il consiglio di mia madre di buttare via questo unico mio ideale (direi infinito perché sto leggendo Amore mio infinito di Aldo Nove, ma una debuttante non può usare certi aggettivi o almeno io non me li concedo, solo che ora sto con il mio diario). Era il primo dell’anno, mezzo mondo mi è scivolato addosso. Ora loro stanno con i parenti altrove ed è un bene, sono ancora arrabbiata e più che altro mi sento incompresa come non mi sentivo da anni anni e anni.

Mi dovrei mettere una maschera? Okay, ora si va a mangiare dai familiari quindi basta con le stronzate letterarie, basta con i poeti e i loro mille problemi, non menzioniamo gli scrittori, persone poco raccomandabili e dal lavoro incerto ma concentriamoci su…su…su cosa? Per me, oltre questo c’è il nulla. E non c’entra niente l’aggettivo ‘infinito’, neanche dell’infinito me ne frega più qualcosa, mi frega solo delle lettere scritte, tant’è che la mia più grande paura è che quando esco di casa vengano i ladri e mi rubino il pc.

Comunque, esternate le mie lamentele, sciacquati i panni non in famiglia ma sul blog (che si fa prima, e non devi neanche uscire di casa, qualcuno di sicuro ti capisce), enuncio con gioia la mia scoperta del giorno.

Una delle lettere di Alda Merini a Oreste Macrì indicava proprio l’indirizzo: via Pupino 2, Taranto, casa di Michele Pierri.

Oreste Macrì

Oreste Macrì a Otranto. Foto di Laura Dolfi.

30 Dic

Cronaca di una convivenza. Come avete passato il Natale? Buon 2015!

I fasti del Natale si sono miseramente conclusi e ora sto seduta su un divano sempre più sporco (era bianco, per santa Monica, l’etichetta recava la scritta: “si sporcherà ogni mese e lavarlo costerà caro, perché non basterà la lavatrice, no, la lavatrice lo sporcherà anche di più con delle strisce nere inaspettate”…), tant’è che ora è per metà rivestito con una copertina rossa (e lo volevo rosso, infatti). Daniele, ritornato da lavoro, ha finito una lattina di Coca Cola, io invece sono mezza stordita perché ho passato il pomeriggio a camminare con i miei genitori fino a raggiungere un viale pieno di negozi a 3 gradi circa.

Luci Roma 2014

Foto presa da www.fanpage.it. Mia didascalia qui sul blog: Le luci in centro a Roma. Quest’anno c’erano le bandiere… bah…

Ci siamo fermati in un bar e ho fatto polemica con la proprietaria di una certa età perché tanti ragazzini fumavano dentro al bar: “Ma qui non c’è il divieto di fumo?” ho chiesto, non tanto per rompere i coglioni ma perché la puzza di fumo mi infastidiva – sono un’ex fumatrice, tolleratemi –.

Fumare minorenni

Da www.genitoriattenti.com.

“Sì certo, ora provvedo subito”. Un ragazzino ha spento subito la sigaretta, la proprietaria ha fatto arieggiare il locale: tempo 5 minuti, mentre noi ci eravamo seduti a un tavolino, altre tre persone, tutte minorenni, si erano accese tre sigarette che ostentavano quasi, con il polso poggiato sul tavolino, come a dire: “Noi siamo grandi, noi fumiamo”, e alla mia seconda indignazione mio padre mi ha rimproverato: “Non ti ricordi quando fumavi anche tu?”, e mia madre: “Ora non mi posso mettere a fumare, non avrebbe senso, hai detto alla proprietaria che non si può fumare”. Un cappuccino molto pesante, era fatto con il latte intero, non avevano quello scremato. Una frase sincera! Una frase sincera! Mi suggerisce lo spirito defunto di Hemingway. (No, non sto delirando, sto solo ricordando un consiglio dello scrittore amato rivolto a chi si mette a pigiare tanti tasti-lettere tutti insieme, uno dietro l’altro, come impossessato da un demone e senza saperlo fare). Il pomeriggio è stato piacevole. I miei genitori, dotati di sciarpe e cappellini, sono tornati a casa loro e nel frattempo si sono dati il cambio con Daniele. Daniele, appena siamo soli, mi racconta un brutto sogno, ma il mio è ben peggiore tant’è che si mette a ridere lui, dopo che ascolta il mio sogno molto peggiore. Il modo migliore per lasciar scorrere la compassione è attraverso una risata, e la si fa scorrere via. Ma sono tre notti che ho incubi: sono per l’esattezza due vecchi amici che mi vengono a visitare, un’amica che si sentiva migliore di me e che non ho mai perdonato, un amico che ho lasciato solo nel momento del bisogno e non mi sono ancora perdonata (la mia ‘scusa’ sincera era che Daniele potesse essere geloso di lui). Come ho passato il Natale? Bene, cari ‘ricchi’ come me. Per la vigilia mio padre ha stappato uno champagne da 250 euro (un regalo ricevuto), non sto scherzando, e il giorno dopo per liberarmi dai sensi di colpa sono andata ad affettare del pane e lavare le pentole con quelli della Comunità di Sant’Egidio. Un pranzo pieno di anziani e di bambini. “Dove sono i senzatetto?” ho chiesto, “Li hanno lavati e vestiti”, “Ah, bene”, ed è passato Natale.

buon 2015

Buon 2015 a tutti i lettori del blog!

23 Nov

Cronaca di una convivenza. Il bilancio di un anno e i soliti stivali

blog letterariAvevo interrotto di nuovo l’aggiornamento di questo status continuo di relazione, casa, persona, perché il tempo non mi bastava per fare tutto, in particolare c’è stato il passaggio ufficiale dal primo al secondo anno che, al di là di una cerimonia accademica a cui poi non me la sono sentita di andare (c’era tutto un complicato sistema di assegnamento dei posti e se non arrivavi in tempo eri costretta a seguire l’evento da una stanza attigua con la proiezione del video), c’era, in soldoni, da consegnare la prima parte della tesi. Il primo anno del dottorato se n’è andato come rincorso da una strega su una scopa. Se scelgo di dire la verità, l’altr’anno non è stato un grande anno, per me. Ero rintronata, letargica, in sovrappeso. Ma quest’anno sembra partito meglio. Sono attiva, meno letargica, meno in sovrappeso. Cerco di rinunciare ai carboidrati e soprattutto evito di cucinare le torte. Anche Daniele è dimagrito. Ieri mi ha detto, stupito e illuminato: “Mi sembra che stiamo mangiando poco”. Nel weekend, però, trasgrediamo di più, e ora c’è l’invito a casa dei miei genitori, ora c’è l’invito dai suoi, alla fine se non si mangia la pasta si mangia qualcos’altro, un dolce, una buona schifezza, e così le tossiche particelle che trasportano i grassi e le calorie si depositano, e per noi che non corriamo e che non facciamo sport, non ci sono moltissimi modi di eliminarle.

Oggi ho fatto un’azione poco ortodossa. Due anni fa ho raccontato in questo blog di come una delle nostre due porte vicine fosse solita occupare parte della scalinata con un suo paio di stivali. Due anni fa, presa da un impeto di ribellione, una volta avevo spostato gli stivali da una parte della scala all’altra parte della scala. Risultato: nessuno, però mi ero divertita. Oggi, tornando piena da casa di mamma e papà, per fortuna a piedi, e memore di quando, mia madre, sempre molto tempo fa (oggi sono in vena di reminiscenze), mi disse: “Che maleducazione lasciare gli stivali sul pianerottolo!”, riferendosi evidentemente a una delle vicine, ho pensato a un piano, e l’ho anche messo in pratica. Ho preso un mio paio di scarpe da ginnastica rosse e le ho messe vicino agli stivali, sullo scalino. Poi mi ha chiamato Daniele, che era andato a pranzo da un amico a Centocelle, e ovviamente gli ho confessato la marachella. “Cos’hai fatto? Toglile subito!”, io ero in pigiama perché stavo facendo la siesta e ho replicato: “Dopo lo farò”. Rientrando, ha riportato le mie scarpette da ginnastica a casa. E penso che crescendo, un certo impeto anarchico non me lo toglierà nessuno.

cronaca di una convivenza

09 Ott

Cronaca di una convivenza. Tra ottimismo e pessimismo

ottimismo pessimismo

No, non baratterò l’ottimismo con il pessimismo solo perché questa volta, anche quest’altra volta, mi ha fregato. Certo, se ti aspetti il peggio di sicuro ti pari il sedere. Così, se cadi, ti fai poco male: era più il male dell’attesa. Aspettavamo da giorni questo benedetto ritorno nel luogo del bendaggio per levare la fasciatura, ma il conto alla rovescia della convalescenza non ha dato i suoi frutti, almeno non per ora: Daniele ha dolori più forti di prima. Oggi è tornato a prendere l’Efferalgan forte. Senza la fasciatura è più vulnerabile; una signora mentre stavamo andando a ritirare la cartella clinica l’ha inavvertitamente urtato, e lui ha tirato un urlo. Dentro al braccio, la pelle è tutta rosa, nuova. Gli hanno prescritto 10 sedute di fisioterapia che penso farà qui in zona. Ora è nello studio del medico di base con suo padre, per capire quanti giorni ancora dovrà restare a casa.

Io sono rimasta qua a scrivere e progettare, non mi ricordo neanche più quello che ho fatto oggi pomeriggio, ah sì, sono stata al telefono con mia madre per venti minuti, forse un po’ di più. Ho corretto il manoscritto. Sto arrivando a detestarlo: controllo i tempi verbali, le più piccole incongruenze o le grandi, per esempio il piano, sì, è fondamentale che il piano del monolocale resti quello, perché uno mentre scrive non è che ci fa tanto caso a che piano piazza il monolocale, a meno che non abbia particolari fissazioni sui numeri (come ne ho io, ma a volte le dimentico per fortuna). Allora ho dovuto controllare che il terzo piano fosse terzo piano sempre, perché un monolocale non può volare. E ancora: monolocale, sì. È facile descriverlo, ma poi ci sono varie versioni su cosa si intende davvero per monolocale, in genere una stanza sola con il bagno, ma poi si scopre che la cucina ci può essere, se piccola piccola, etc. etc.

Con il cattivo umore di Daniele, oggi mi sento a rotoli. Ho chiamato una mia amica e un mio amico ma non mi hanno risposto. Il divano bianco da vari giorni, ormai settimane, ha qualche rigo nero sul cuscino. Quando sono venuti i miei amici, lo scorso sabato, l’ho coperto con una stoffa colorata. Va portato in tintoria, quando ho provato a lavare le fodere del divano bianco in lavatrice si sono ridotte più nere di prima.

Porto avanti con fatica questa rubrica. Sono una promotrice degli inizi. Gli esordi mi piacciono, amo avviare i progetti, poi, alla lunga… Questo blog ha già due anni e un po’. Tra una settimana netta netta saranno due anni che vivo qua. Lui è arrivato un pochino dopo – questione di giorni. Me lo ricordo perché era il giorno di Santa Teresa d’Avila, e pensai che fosse una coincidenza bella. Anche la signora che viveva qua prima di me si chiamava Teresa. Sono stata ad Avila, ho visto dove pregava Teresa, l’albero di fronte al suo convento. Ho appena riletto il post che scrissi quel giorno.  Era di un entusiasmo mai sperimentato prima. Cerco di ritrovarne un po’. Credo che già se potessimo uscire per cena sarei più contenta: sono tre settimane che non usciamo. Spero che il dolore gli passi presto.

02 Ott

La convivenza e la lavastoviglie

A questa fase accetto, forse per la prima volta, il senso dei limiti dell’ispirazione. Nel raptus creativo la strofa di una canzone può perdere una congiunzione, e un sentimento scomparire da una pagina. L’editore mi ha detto: ‘rileggi e fai le tue correzioni. Non c’è da lavorarci tanto’, così mi ritaglio ogni giorno qualche mezz’ora quando tramonta. Purtroppo l’aspetto lirico di questa operazione stasera si è definitivamente perso perché la lavastoviglie in azione ha cominciato a suonare: non caricava l’acqua, così Daniele ha cercato di ripararla – sì, anche fasciato, con una mano sola –. E il destino di questa lavastoviglie mi interessa, visto che non amo molto lavare pentole, scolapasta, posate, bicchieri e piatti vari, piatti grandi e piccoli ed eventuali poggia-posate o spremiagrumi.

Tra una settimanella andiamo in ospedale per togliere la fasciatura alla spalla. Si spera almeno. Ma procediamo a zig zag. Sabato scorso l’evento al Maxxi con la rivista “Viva” è andato bene, ci sono stati tanti interventi, Maria Grazia Calandrone per esempio ha fatto un bel confronto tra l’ottico di Edgar Lee Masters e quello di De André, Simone Di Biasio ci ha storditi, in senso buono, con il dialetto di Fondi – mi manca un dialetto come mi manca una città d’appartenenza, poteva andarmi bene anche la provincia, non chiedevo di nascere a New York, ma sono nata a Taranto e in tre anni, mi dispiace, non mi è nato molto senso di appartenenza –, la poetessa e professoressa Gabriella Sica ha dato spunti acuti per una ridefinizione del concetto di poesia popolare, etc.

Daniele ora si esibisce in un improbabile inglese con il suo amico in Africa. Credo che sappia dire tutto o quasi in inglese, ma ha un accento pessimo, e mi ricorda me quando ero a Madrid (un’altra patria mancata, dopo l’Erasmus non ci sono tornata più). Mi esprimevo bene in spagnolo, parlavo con scioltezza però si capiva che ero italiana, al massimo mi davano della portoghese (non perché non pagassi).

E mentre guardo qua, al mio lato sinistro, il Meridiano Mondadori su Eugenio Montale che mi ha dato l’epigrafe per il  romanzo, Daniele dice a Tesfaye: ‘December is coming! Okay! Of course!’ (sembra che l’amico non sappia ancora se verrà qui a dicembre con la fidanzata). Alla fine, il pensiero va al tiramisù da preparare per sabato, quando verrà una coppia di amici miei qui, a tenerci un po’ di compagnia.

Niente, la lavastoviglie non riparte, non si trova il certificato di garanzia e i filtri sono rotti. Al telefono ora con Daniele c’è sua mamma, o suo papà. E io sto morendo di fame.

La Zanussi mi ha rovinato quest’ultima parte del pomeriggio, che stavo dedicando a un ispirato editing. Ma ora chiudo proprio, perché la fame mi divora.

 

la convivenza

Terzo posto per il blog Cronaca di una vita intima cercando Alda Merini su Google.

Ornella Spagnulo

25 Set

Cronaca di una convivenza e il conto a rovescio della convalescenza

Il resoconto giornaliero nei tempi di malattia o convalescenza è quasi sempre uguale, si va di sottrazione. Un giorno in meno, un giorno in meno, dalla mattina a quando è buio, la fortuna è che ogni giorno è uno in meno. Al caro Hemingway, che consigliava di scrivere con sincerità: posso raccontare ai miei lettori quello che ha appena detto l’avvocato, cioè che ci farà sapere presto per i soldi dello scorso incidente? E che a me questa somma, incidente più incidente, proprio non piace? E che il più grande divertimento per Daniele in questo periodo è bere una Coca Cola dalla bottiglietta di vetro?

Il prossimo weekend forse una coppia di miei amici verrà a trovarci. Venerdì scorso abbiamo provato a raggiungere un sushi non molto lontano da casa, ma lungo la strada il compagno si lamentava per le buche, le buche di Roma a chi ha la spalla lussata non gli fanno tanto bene. Ma alle autorità della regione Lazio e della città di Roma non si può domandare anche questo: non si può richiedere di livellare l’asfalto, perché sarebbe una spesa troppo costosa, ci sono altre ‘priorità’, come aumentare la tassa dei parcheggi a pagamento, per esempio.

Non mi dispiace, sotto sotto, avere Daniele a casa con me, circa un’ora fa ho pensato: come farò quando tornerà a lavoro?

La sera non fanno più film belli come quest’estate. A volte ce ne stiamo ognuno con il suo computer a fare, a leggere. Ogni giorno, poi, lui mi ascolta ripetere la vita di Alda Merini: sabato ci sarà il grande evento al Maxxi. Nel frattempo, grazie a questa scusa, ho stretto amicizia con tre delle quattro figlie della poetessa, ci siamo scritte. Non l’ho mai viste di persona ma mi sento molto affezionata a loro.

Facebook è il Social in assoluto che più amo. Io e Daniele abbiamo cominciato a relazionarci in maniera intima proprio grazie a Facebook. Nel periodo in cui lavoravamo insieme non c’era mai stato niente, neanche un interesse da una parte o dall’altra. Andavamo a mangiare in pausa pranzo, ci raccontavamo le nostra sconfitte (io le mie angosce d’amore e lui i suoi incontri fatiscenti), dopo mi licenziai, e a quell’altezza non ci eravamo neanche scambiati i nostri numeri di telefono. Fu grazie a Facebook che mi contattò, un mese dopo più o meno. E gli raccontai per la prima volta come sono fatta, così mi invitò a uscire con lui e i suoi amici per non farmi passare il Natale da sola.

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 Ornella Spagnulo

18 Set

Cronaca di una convivenza. L'incidente

Mi sembrava strano che stesse andando tutto così bene. Sabato 13 settembre, data che da giorni mi lampeggiava in testa come se ci fosse qualche ricorrenza ultraimportante da ricordare, all’ora di pranzo il mio compagno ha fatto un incidente mentre ritornava a casa in motorino. Cosa insolita di sabato, gli avevano chiesto di andare in ufficio la mattina. Ero al computer quando dal suo cellulare mi ha telefonato una signora, che poi mi ha passato un poliziotto. Sono arrivata ed era steso a terra, intorno varie persone gli consigliavano di non muoversi. Urlava. Anche il poliziotto ha detto a me di non muovermi, quando sono arrivata. Secondo lui, se mi avesse visto si sarebbe agitato e avrebbe mosso involontariamente la spalla. L’ambulanza l’ha portato in barella al Vannini, Tor Sapienza (lì sono specializzati in ortopedia). Io correvo con la macchina dietro la sua scia rumorosa, fregandomene dei rossi e andando giù di clacson se qualche auto si metteva in mezzo.

Ho aspettato fuori: gli hanno fatto due lastre e le analisi del sangue. Ora è mezzo fasciato, con la spalla immobilizzata per una lussazione e il braccio piegato e la mano sinistra ha uno squarcio che hanno disinfettato, ma intorno alla ferita la mano è ancora sporca. Non vuole che io provi a pulirla, gli fa ancora male. In compenso, gli ho potuto lavare i capelli e mi sono ricordata dell’anno scorso, di quando mia madre mi chiese di farle uno shampoo in clinica, giorni dopo l’operazione. Non capisco quindi se fare lo shampoo alle persone più care sia un bel momento oppure no: il fatto è che se puoi lavare i capelli a qualcuno vuol dire che tutto sommato è vivo, e di questo bisogna ringraziare.

Il medico ha prescritto 30 giorni di riposo a Daniele. Gli capita di avere fitte alla spalla, ma passano con l’Efferalgan da 1000 due volte al giorno. Finalmente riesce a dormire a letto senza problemi: all’inizio vagava come un’anima in pena tra il divano e la camera, a volte si lamentava.

Mi sento ridicola a scrivere di questo, ma se non lo scrivo non cambia. E dire che sabato sera per la prima volta sarei dovuta salire in motorino dietro di lui, fino a Trastevere, per il compleanno di un’amica. Ero andata a prendere il casco a casa dei miei, tutto sporco, non avevo fatto a tempo neanche a pulirlo. Il suo casco si è mezzo spaccato dopo il botto. Il motorino invece non si è fatto nulla.

Ed è stupido chiedersi: “Ma perché?”, siamo tutti sulla giostra e l’importante è che ci siamo ancora, chi è mezzo fasciato e non può fare quasi niente per un mese, chi trattiene il pianto perché qualcuno ha detto: “Fatti una risata, non è niente, sai quante volte è successo a me”, chi sta in pensiero perché un figlio è finito all’ospedale e allora prende subito la macchina dal paese per tornare nella capitale, c’è chi ora esorta: “Vedrai, dopo i brutti periodi accadono sempre grandi cose, arriveranno buone notizie”, e lo sapevo che se era successo qualcosa di bello mi dovevo preparare a qualcos’altro, non tanto bello. “Non tanto bene”, scriverebbe Aldo Nove. Proprio non tanto bene.
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04 Set

Cronaca di una convivenza. "Quando andiamo via dal mare, io non riesco a sorridere"

Ci sono certi boomerang che non fanno così male. Mi riferisco ai lavori di ristrutturazione dei vicini, che mi torturano ormai da vari mesi: non sono così gravi; c’è l’indifferenza, c’è la cattiveria, ci sono i pregiudizi. Li chiamo boomerang perché anch’io ho afflitto questi stessi vicini con i miei lavori in casa, più o meno due anni e un mese fa.

Era tutto all’inizio, e ogni tanto fa bene fare bilanci. Il 18 settembre 2012 mi lamentavo. Due gli argomenti di accusa: l’aver trascurato, io stessa, certi nonni adottivi, ed essere stata trascurata in presenza di altre femmine dal mio compagno. In tutto questo tempo ci sono andata solo una volta a trovare i cari vecchietti di due piani sopra a mamma e papà. Una o due volte al massimo. E questo rientra in un quadro di solidarietà messa da parte – mi dà fastidio dirlo ma se prima davo 1 euro a senzatetto, zingari e venditori di fazzoletti e similari, ora tengo tutto per me. C’è un motivo per cui lo faccio: sono ancora in rosso e se la coppia di inquilini vorrà andarsene, a marzo, dovrò restituire, tutta intera, la caparra. Ma non ho scuse valide per non andare più a trovare i nonni adottivi. Anche se, in quest’ultimo periodo, ho tanta voglia di visitare i miei nonni al cimitero. Circa 430 km di distanza.

L’altra accusa era rivolta a Daniele, e io ricordo quei momenti, certi passaggi, però ora sono più serena. Che io abbia imparato a farmi valere? Un pochino.

Ieri ho guardato il programma SOS Tata. Non lo reggo quasi mai, ma ieri l’unico film che mi interessava l’avevo già visto, e non era proprio un capolavoro. Mi sarà venuto in mente ora, SOS Tata, perché ieri c’era una madre siciliana che non riusciva a farsi rispettare dai figli. Ma anche i figli stavano male, erano violenti tra di loro e frustrati, irrequieti. Si trattava di una madre single. Quello che mi ha più colpito, tra tutto – a parte i pianti della madre, che veniva da piangere anche a me – è stata una frase della bambina, quando, per una volta tanto, la mamma sotto consiglio della ‘tata’ l’aveva portata a mare: “Noi quasi sempre andiamo via subito dal mare. Io non riesco a sorridere”. E la tata che spiegava alla madre: “Quando i bambini vanno a mare, si devono bagnare: il mare per loro è l’acqua, è una scoperta”. E la povera madre carnefice senza volerlo rispondeva che aveva paura, paura, paura.

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Ornella Spagnulo

Leggi anche: Cronaca di una convivenza. “Tu sei la bimba amata”.