01 Giu

Il 1968 delle canzoni. Fabrizio De André

Fabrizio De André, anarchico e pacifista, fu uno dei migliori cantautori che l’Italia ebbe in quegli anni. Ma la musica – e soprattutto le parole – di De André vibrano ancora nell’aria. Suo figlio Cristiano porta in giro con amore le canzoni del padre per i palchi di città e paesi italiani.

Forse Fabrizio De André dovrebbe essere considerato un poeta. Ricordiamo che la poesia, alle origini, è nata proprio insieme alla musica. Ma alcuni “puristi” vogliono tenere le cose separate. Non è questo che importa. La sostanza sono le parole in versi, cantate con dolcezza, che si possono leggere a mente, recitare o cantare.

De André, accompagnato da una chitarra e con una voce intonata e calda, cantava, dopo averle scritte, parole che sollevavano questioni, facevano domande, rimescolavano giudizi e pregiudizi. Parole di spirito, a volte inserite nel tempo, nel suo tempo, a volte indietro nella storia, altre volte sopra la storia.

Nel ’68 uscì Tutti morimmo a stento, scritto proprio insieme a un poeta, Riccardo Mannerini. Includeva canzoni come il Cantico dei drogati, la Leggenda di Natale, il Recitativo (Due invocazioni e un atto d’accusa).

Vi invito all’ascolto di quest’ultimo.

“Non cercare la felicità
in tutti quelli a cui tu
hai donato
per avere un compenso
ma solo in te
nel tuo cuore
se tu avrai donato
solo per pietà”.

Fabrizio De André

16 Mag

1968. Il mondo salvato dai ragazzini

Elsa Morante Il mondo salvato dai ragazzini

Il 1968 è l’anno di tanti libri particolarmente fuori dal coro. Ed è l’anno, per esempio, del Mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante. Un testo poetico che ha anticipato i tempi, annusando quello che c’era nell’aria (“la poesia è profezia, prima o poi accade”, scrive il critico d’arte Giulio Carlo Argan a Elsa in una lettera del 9 marzo ’68). Un libro che stravolge i suoi lettori, dall’Addio a Bill Morrow, il giovane pittore amato dalla Morante che nel 1962 lascia questo mondo, alla Canzone finale della stella gialla detta pure La carlottina, sulla seconda guerra mondiale, periodo storico molto caro alla scrittrice.

Ma a interpretare al meglio il clima di quegli anni, di quel ’68 che doveva ancora arrivare al momento della composizione, è La canzone degli F.P. e degli I.M. in tre parti.  Una nuova suddivisione del mondo, non più tra buoni e cattivi (a ben guardare sì, ma non solo, o non in chiave moralistica), in qualche modo tra puri e impuri, o meglio tra vivi e morti dentro: i Felici Pochi e gli Infelici Molti. In questa separazione, la Morante individua personaggi ben precisi. La famosa croce che riproduce all’interno del testo (il Mondo salvato dai ragazzini accoglie volentieri suggestioni visive, grafiche) suggerisce nomi di autorevoli rappresentanti degli F.P., per esempio Platone, Rimbaud, Mozart, Giovanna D’Arco, Simone Weil. Presto, la divisione tra i Felici Pochi e gli Infelici Molti sarà simbolo di quella lotta, a volte pacifica, a volte violenta, tra i rivoluzionari e i reazionari del ’68 e degli anni successivi.

Il mondo salvato dai ragazzini 1968

“Ahò Infelici Molti! Oramai dovreste capire la solfa: non vi resta che abbozzare!
Per quanto vi intignate a sfruculiare
arrabbattarvi decretare ordinare condannare ammazzare,
il risultato finale è sempre uguale. Non c’è niente da fare!
NIEN-TE-DA-FA-RE!
La vostra felicità è triste e la infelicità
dei Felici Pochi
è allegra
irregolarmente assurdamente manicomialmente
ALLEGRA!”
Elsa Morante, Il mondo salvato dai ragazzini