16 Lug

"Voi, onesti farabutti" di Simone Ghelli

Nonno partigiano e nipote precario

Una generazione di precari come la nostra, guardandosi indietro, trova gli esempi dei tanti partigiani che vivevano in bilico per cacciare il nemico. Voi, onesti farabutti raccoglie quelle testimonianze legandole a un importante vissuto personale. Simone Ghelli tira le somme: a che punto siamo della nostra storia italiana?

E se prove di anarchia, nonostante i tempi morti, qualcuno, come il narratore, le ha fatte (la festa della pineta di Riotorto, le tavolate a parlare, il vino venduto a 1 euro il bicchiere, e di buona qualità fra l’altro), l’età porta comunque molti rivoluzionari a lasciare la battaglia. Non perché si abbiano colpe, a rinunciare, ma perché fare i ribelli da soli non ha senso, e continuare a sperare, anche se niente cambia, alla lunga consuma il cervello.

Oltre la lotta politica, tra queste pagine risuona la vicenda umana dei malati dell’ex ospedale psichiatrico di Siena. Anche loro descritti con compassione e umanità, senza farsi prendere la mano dalla retorica: realisticamente, ricordando perfino quel matto che picchia e che fa paura.

Difficilmente, nei romanzi di oggi, si parla ancora di anarchia e di rivoluzione, con toni che uniscono gli affetti familiari, forti e presenti, allo sguardo sul mondo, sulla storia e su quella che è diventata l’Italia.

ornella spagnulo e la copertina di voi onesti farabutti

Politica, società e autobiografia sono narrate con un linguaggio che ha un suono toscano, e si sente. Ma ormai lo sanno pure i pesci che l’italiano proviene dal toscano, così questo libro si può dire più italiano di altri.

Italiano perché è da noi esaltare la famiglia, lamentarci, fare guerra e restare dolci dentro. Perché siamo curiosi del nostro passato, come Ghelli quando parla con il nonno: vuole raccontarci la sua storia da eroe, visto che il presente è bombardato da politici deludenti e corrotti, quiz televisivi e lavori precari. Il problema è che adesso non abbiamo più ideali. E mentre il nonno, ex partigiano, sbraita contro un televisore ignorante, il protagonista, la nuova generazione, sta zitto. Tanto l’abbiamo capito l’andirivieni, e a parlare si consuma solo la lingua. Meglio scrivere. Il risultato è l’espressione di un grido interiore: Voi, onesti farabutti, scritto da chi, per avere studiato “il bel cinema e le belle lettere”, sa che sarà costretto a cambiare di continuo lavoro, ma grazie a un rapporto così stretto col nonno, ancora, sotto sotto, sarebbe pronto a fare resistenza, una resistenza lirica, che ha descritto in questo libro.

Ma son anni che apro la bocca e inghiotto, nonno, come dici tu; eppure resto un enigma anche per me stesso: non mi comprendo, non mi ritrovo. Dev’esserci un punto in cui gli estremi si son sciolti, quei fili che avevo tessuto con cura per legarmi a una storia: un momento che mi sono tradito, che non ho scelto”. Voi, onesti farabutti di Simone Ghelli, Caratteri Mobili.

Ornella Spagnulo

05 Nov

Pensiero e realtà n. 19

Il fidanzato mi sta contagiando. Amavo le verdure, ma con lui non le posso cucinare. Odia tutto ciò che è verde, arancione, rosso e non è carne, pasta, dolce. Mangio le verdure solo a pranzo. Poi odia la città di Napoli e i paesi vicini, non si sa il motivo, forse è perché ama Milano. Come me: che amo l’anarchia e odierei i fascisti, di partenza. Ma in fondo sono pacifista per cui non metto barriere o limiti insuperabili. Almeno idealmente. Poi che io mi segni in un libro privato tutte le offese e non le perdoni, è un altro discorso.

Ieri sera abbiamo visto Il gatto con gli stivali. Bello, peccato che morivo di sonno per via dei troppi zuccheri ingoiati durante la giornata. Ci siamo svegliati all’ora di pranzo. Merendine a colazione, succo di frutta. Poi il pomeriggio ho mangiato un’altra merendina. Dopo cena mi sono sentita completamente rintontita, sono convinta che siano stati gli zuccheri. Ora preparo una zucchina lessa con il pane. Daniele ha appena chiamato, con la metropolitana ci mette di più ad arrivare a lavoro ma con la pioggia è preferibile. Sto più tranquilla.

I piatti da lavare stanno indisturbati nel lavello. Ho scoperto che odio lavare i piatti e userei sempre la lavastoviglie, ma al massimo riesco a infilare i piatti nel modo giusto per non farli scontrare, così come i bicchieri. Poi Daniele mette il detersivo e l’accende. Così oggi, dopo pranzo, non posso sfuggire a tutti quei piatti. E pensare che a casa di mamma lavare i piatti era l’unica attività casalinga che ero in grado di fare.

Il riscaldamento non funziona ma adesso abbiamo tanti plaid di pile. Il copripiumino blu che copriva il divano ex bianco ha lasciato la sua impronta e così tutte le cuciture hanno un’ombra blu.

Stamattina il mio compagno mi ha salutato prima di andare a lavoro – ma non mi piace dire ‘il mio compagno’ perché non siamo né compagni di scuola, né compagni di partito. Allora dirò ancora ‘il mio fidanzato’ anche se è più simile a un marito che a un fidanzato. Il fidanzato andando via m’ha detto: ‘ti amo proprio’ e avevo gli occhi brillanti – e aveva gli occhi che brillavano.

Le impalcature circondano ancora questa casa-fortezza del nostro amore. Varie piantine delimitano la casa. Un televisore grande, nessuno specchio, la scrivania nello studio.