11 Ott

Le poesie d'amore funzionano di più

Le poesie d’amore funzionano di più

perché l’amore non è orrore.

Si guarda la realtà,

e si trova orrore.

Girandosi verso il passato

ettogrammi di terrore

all’ennesima potenza.

Perché l’amore fa scorrere questo mondo

meglio che l’acqua calda

nelle tisane calde da bere,

per questo le poesie d’amore

funzionano più di quelle del terrore.

Abbiamo già fiducia in noi,

noi poveri angeli serafini.

Ornella Spagnulo

30 Ago

Gli angeli suggeriscono

Gli angeli suggeriscono di tenere il cuore in mano

fino al prossimo invasore.

Si può sempre bere un bicchiere d’acqua,

e poi cambiare la serratura della porta.

 

Le strategie per sopravvivere sono molte:

contare i sassi, le nuvole e le stelle,

e “non farti pecora bambina mia,

sennò il lupo ti mangia”.

 

Sono chiare le parole della nonna,

tutte insieme sono un monito maestoso,

non farti umile, non contraddirti,

di fronte a un uomo che di te certo è più forte.

 

Hai ragione nonna mia,

ma come mai, tra i lupi, uno s’è posato

e m’ha schiacciato dentro, fin dentro,

dentro l’anima?

 

Tu e il tuo lupo insieme riposate

al cimitero di Taranto,

tu sei lì da prima,

e lui ti ha raggiunto.

 

Negli anni del lutto

si è ammalato di demenza senile,

non ce la faceva a vivere senza te, nonna,

sei stata furba a morire prima di lui.

 

La nuova nonna

mi ha lasciato in eredità

una macchina da scrivere, anche lei,

è morta solo un anno fa la nuova nonna.

 

La casa in cui vivo era sua,

lei non aveva figli,

ma tu e il nonno sette figli!

E tanta povertà.

 

Ora mi chiedi di non piangere

ma sono così confusa, nonna,

e non trovo le parole per spiegarlo,

se la mente va da un’altra parte.

 

Nonna lo sai, io te l’ho detto

ti ho parlato di una persona

nel sonno

e tu non mi hai risposto.

 

I medici vorrebbero farmi il lavaggio del cervello

dicendo che se lo amo,

dopo che l’ho lasciato un’altra volta,

sono solo una pazza bipolare.

 

Ma nonna, lo sai,

sono sempre stata intelligente

e calma. Non sono

come quelli che gridano, io.

 

E se anche ho vissuto

un passato burrascoso,

quelle manie non venivano dal nulla,

nella notte, nel silenzio.

 

Era tutto intimamente collegato.

Invece ora penso bene, dico bene, mi riposo,

non vedo cose strane, eppure…

il sentimento ancora m’appartiene,

 

verso quest’uomo,

ch’è stato il primo

ad amarmi sul serio.

 

C’è chi mi parla di distacchi,

di psicologia, di sani appigli,

ma tu nonna lo sai com’è amare

sperando di morire prima di lui.

 

Tu lo sai com’è litigare

e rimanere legati insieme.

Il nonno era delicato,

con i suoi occhi celesti.

 

E aveva quell’aria dolce,

tu eri tranquilla, sapiente.

Oh, nonna!

Come vorrei assomigliarti!

 

La mia faccia ora è strana,

ora è dolce, ora arrabbiata,

ora triste, ora entusiasta.

Però prego!

Prego agli angeli che mi sono testimoni

che ritroverò l’amore,

al di là dei medici che mi vogliono schedare.

 

E morirò d’amore,

come sei morta tu, prima del nonno.

Per una tacita conferma del Signore:

“Non posso più vivere senza di lui”.

Lo dico anch’io, nonna.

Non posso più vivere senza di lui.

27 Ago

Ponte Sant'Angelo con tutti gli angeli allineati

Ponte Sant’Angelo con tutti gli angeli allineati in piedi, uno con la croce, un altro con una colonna, uno con la corona di spine, un altro con i chiodi. Ci sono andata perché ero sola, a Ferragosto, la ztl era libera e ho pensato di fare un giro in centro. Ho parcheggiato in piazza Adriana, da lì ho girato fra le bancarelle fino al ponte. Avevi notato le scritte che ci sono, in latino? “Vulnerasti cor meum”: lo pensi di me?

Quante volte ti sto pensando non lo sai. In macchina piangevo, ma non è destino per noi. Qui a Roma ci sono solo un’amica e un amico, non si sa cosa facciano tutto il giorno in casa, non vogliono uscire. È questo il modo perfetto di capire che eri essenziale, anche se sacrificavo tanto: mi ero ridotta a una donna senza vita, a parte te. Una brava massaia – ho anche imparato a cucinare – e questa storia non si deve ripetere più. In tutto questo, sai, sono contenta se mi rimpiazzi, ti trovi una, quella che sia, il mio interrogativo è per quanto tempo sarò da sola, in che misura di orari controllati sul display del cellulare, per vedere se qualcuno ha chiamato, fosse anche un parente, una zia, in quanti calendari di giorni che non trascorrono, o che presentano sempre quel paio di ore morte e finite all’Inferno, in cui piango e non capisco perché mi dispero, sento la noia e ricordo la tua espressione quando tornavi a casa, o quando stavi male. Sono le uniche due figure dei tuoi occhi che mi sono rimaste nel cuore. Per il resto, portavi spesso gli occhiali da sole fuori, anche d’inverno. E quando ridevi chiudevi troppo gli occhi e avevi una risata con un suono che mi infastidiva. Quante cose ti infastidivano di me? Hai avuto il coraggio di dirmele? La mia debolezza ti infastidiva, ma non la mia debolezza tout court: il mio sentirmi inferiore alle altre donne. La spiegazione più digeribile potrebbe essere che non sentivo di appartenerti, all’occorrenza lasciavi la mano che mi tenevi. Ora un cane grida, ora uno gli grida di stare zitto, ora vorrei gridare.

Tengo la finestra aperta, è notte. Stavolta non c’è rischio di sentire suonare il citofono alle undici di sera. Mi potrò addormentare, perché siamo non esiste più, e l’altra volta ti sei intestardito, e stavi male, stavolta sto male io. Puoi dire quello che vuoi, che ti ho lasciato un’altra volta, e così con la terza volta che ti lascio mi aggiudico l’antipremio di pessima donna, da non conoscere mai. Dillo. Però io vedo le foto che si fanno le altre coppie di innamorati. Anche quelle dei tuoi amici, sì, le coppie vere che hanno un sentimento comune. I loro sguardi diventano di un’intensità simile, i loro visi si avvicinano senza che uno sovrasti l’altro. Guarda le nostre: tu sei in ombra, io nella luce, tu sei illuminato e io sono scura, tu guardi verso l’obiettivo e te ne freghi di me, io guardo nell’obiettivo e tu stai dietro, appoggiato con il mento sulla spalla. Non portavano buoni auspici per noi. Le immagini sono rivelatrici.

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10 Giu

Cronaca di una convivenza. Lo specchio di Kundera

Possono regalarci un sorriso quando l’umore è strano e consigliarci al meglio prima di fare una scelta: troviamo la quintessenza dell’amore in questo, il dono di Dio, l’affetto primitivo e la pazienza. Poi qualcuno ci mette alla prova: “Guardati allo specchio. Sei perfettamente felice?”. Puoi rispondere o forse, tanto non è quella la domanda reale.

“Hai fede? Credi di essere perfetta?” (guardati allo specchio, non sei perfetta e lo sai).

specchio Kundera

Sai di essere felice ma lo specchio non lo ammette. Narciso non può essere felice. Solo Adamo ed Eva lo erano davvero: infatti non si guardavano allo specchio.

Subito dopo una vecchia amica –perché gli amici e i nemici vivono di tempismi: gli angeli ti risollevano da terra, i dannati invece ti ci affossano, gli amici possono essere dannati e i nemici ti possono aiutare come angeli –  ti mette di nuovo davanti allo specchio:

“Ricordi quel ragazzo con cui stavi insieme una vita fa? Mi ha chiesto di te”. L’acqua di Narciso su cui ti specchi ti chiede per un momento di innamorarti di te stessa e di chi ti lusinga.

Ma ora che mi guardo intorno, non esistono più specchi in questa casa. Un soggiorno bianco con applique gialle e blu, un mobile pieno di libri che ricordano le mie tante non identità, qualche foto al muro che so già che cambierò presto – anche oggi –, la cucina, un divano enorme, quattro sedie e i cuscini. La pagina di Kundera che mi ha fatto pensare a questo mi ha tenuto svariati minuti con le lacrime sotto gli occhi. Quanto affetto per un cane sofferente! E ho trovato queste riflessioni in Narciso e Adamo, i due antipodi che vivo a intervalli sulla mia pelle.

Mi sento in Paradiso spesso, incosciente, quando seguo alla lettera i doveri, le gioie che mi procurano, scanso ogni idea di volontà. Cerco di attuare giustizia e inevitabilità: “Es muss sein!”, in un Paradiso terrestre dove non conto niente ma conta l’amore. Viceversa, sono Narciso nei momenti peggiori: permalosa come le bisce e le semidivinità pagane, egocentrica come i folli e le soubrette televisive, irriconoscente come chi fa carriera e si dimentica i colleghi. Sono stata Narciso con Daniele, quando per raggiungere un Paradiso precettistico mi sono allontanata da lui. E ancora di più quando mi sono specchiata nelle parole di una vecchia amica: “Ricorda il tuo passato. Cercalo nello specchio”.

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Preferisco non vivere nel mondo di Narciso, ma in quello di Adamo ed Eva. Non voglio nessuno specchio delle mie inutili brame, mi basterebbe vivere circolarmente in un Paradiso terrestre senza identità, senza volere niente in più di quello che ho.

Male che vada, a Eva e Adamo viene data un’altra possibilità: una vita di fatiche. Narciso invece si butta nell’acqua e muore. Meglio faticare.

Ornella Spagnulo

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