02 Mar

Elsa Morante. Lettere

L’Amata. Lettere di e a Elsa Morante, a c. di DANIELE MORANTE, con la collaborazione di GIULIANA ZAGRA, Torino, Einaudi, 2012, pp. 663.

Elsa Morante lettere

Nella scelta di un titolo riuscire a rendere l’idea di un libro è un lavoro delicato: si butta qualcosa per dare spazio ad altro, si esalta un aspetto mentre si nasconde un tema importante. Ma il titolo ha sortito un effetto se riesce a incuriosire: e per questo carteggio L’amata è un titolo riuscitissimo, perché attira le lettrici e i lettori innamorati di Elsa Morante, nella promessa di ritrovare delle lettere piene d’amore verso la propria autrice prediletta. Fin dalle prime pagine, però, viene da chiedersi se la raccolta si sarebbe potuta chiamare anche in un altro modo, ovvero: L’amante. Non nel senso di colei che tradisce, ma nel significato antico di colei che ama (se non fosse già il titolo di un romanzo di Yehoshua, della Duras e di altri libri minori). Viene in mente allora un meno suggestivo Colei che amò, ma sarebbe stato decisamente troppo arcaico. È bello, in fondo, che il libro si chiami così, L’amata, ma dalla lettura delle lettere emerge una ben diversa realtà, molto più amara. Sia i romanzi che i racconti e le poesie della Morante sono stati lodati anche in alcune di queste lettere, è vero, ma la reale tristezza è che queste sono tra le sole lettere piene d’amore che si scorgono in queste righe.

Elsa Morante lettere

Dal carteggio pubblicato da Einaudi, Elsa Morante si rivela come una donna colma d’amore per il prossimo: un amore spesso frainteso, snobbato, non capito, lo stesso amore che, con più successo, riversava nei suoi romanzi. «Ma il segreto di tutto è che tu credi forse questo: che tu credi nel genere umano, ne hai ammirazione, senso della bellezza e eccezionalità umana: un modo raro, oggi, di guardare il mondo» (p. 290), le scrisse Italo Calvino a proposito del premiato L’isola di Arturo. Sì, i complimenti non mancarono per questa scrittrice che non rese gli altri, contemporanei e posteri, indifferenti al proprio passaggio nel mondo delle lettere. Ma dall’“amata” ci si aspetta di più, ci si aspetta una donna che sia stata amata e venerata, anche e soprattutto nella sua femminilità, umanità. Invece si trova una delusissima donna che si consola, scrivendo, dalla mancanza d’amore degli altri.

Fin dall’inizio del carteggio, si scorge un’Elsa Morante che non conosce argini nel proprio affetto, non conosce divieti – pensiamo all’amicizia con Luisa Fantini, disegnatrice e illustratrice. Le lettere firmate Elsa sono strabordanti dichiarazioni d’amicizia che finiscono con l’invio di un aiuto economico a vantaggio dell’amica Fantini, non certo l’unica elargizione di soldi a favore di amici testimoniata da questo carteggio, anzi. Le dichiarazioni d’affetto insomma venivano confermate spesso da azioni magnanime e più che amicali. In queste lettere in particolare, spedite presumibilmente tra il ’33 e il ’42, c’era un reale interessamento per Luisa Fantini, per il suo umore, il suo stato d’animo, per il suo lavoro e la sua esistenza, per poi arrivare al famoso invio di denaro molti anni dopo, nel 1965. Seguono le lettere del misterioso RTM, Richard, il fidanzato respinto che tanto galante non fu. Richard infatti ricoprì Elsa di insulti, offese che riguardavano addirittura la sua sfera professionale, e di cui abbiamo traccia. Diede alla Morante della «bugiarda» e della «puttana» (p. 82) ma lei lo perdonò cercandolo di nuovo, anche dopo il matrimonio con Alberto Moravia, per quello che sappiamo. Addirittura, nonostante tutti quegli insulti, fu la scrittrice invece a chiedere scusa a Richard (si presume nel 1957): per «una freddezza offensiva […] ti risposi con una lettera che sembrava piuttosto un bollettino ufficiale che una lettera d’amicizia» (p. 91).

Nel secondo capitolo del libro spicca la corrispondenza con il marito Moravia. Quasi tutte le lettere firmate dallo scrittore, molto placidamente, terminavano con un «Ti abbraccio», o con un «Con affetto», saluti che si addicono più a una conoscenza che abbia appena superato i limiti della formalità, e non a un marito appassionatamente innamorato. Verso il 1938, con tutt’altro stile, Elsa Morante gli aveva scritto: «Io vorrei avere i tuoi trent’anni e avere scritto quello che hai scritto tu. […] Io vorrei disperatamente essere te per essere te, forse solo così potrei dirti, entrare… Ma è difficile spiegarlo» (p. 137), una dichiarazione non tanto di amore, quanto di vera e propria venerazione. Poco più di dieci anni dopo gli lasciò le seguenti parole: «Vorrei poter lavorare davvero, o amare davvero, e sarei felice di dare a qualcuno o a qualcosa tutto quello che posso, purché la mia vita fosse compiuta finalmente e trovassi il riposo del cuore» (p. 147). Del resto, come tacere sul fatto che il carteggio tra i due sposi sia più che altro un rendiconto che ciascun coniuge fa dei propri spostamenti, e non uno scambio di lettere amorose? L’insoddisfazione della scrittrice era palese già nel ’38, a dir la verità, ben prima del matrimonio del ’41. In un abbozzo di lettera leggiamo: «Ogni giorno vedo degli esseri – e devo fingere che non m’importi di niente – e continuamente penso dove sarai, che cosa farai. Se a te importasse, non te ne saresti andato o a quest’ora saresti già tornato. Ma tu sei come un bambino, corri dietro a tutte le cose e mi sembra di vederti sulla piazza o sugli scogli. Corri dietro alla pittrice belga o a quelle due o all’altra di Anacapri, poi vieni e di nuovo scappi via» (pp. 138-139).

Le lettere più appassionate, però, furono senz’altro quelle indirizzate a Luchino Visconti. Il regista seppe tracciare un solco nel cuore della Morante, che ora si ritrovava pienamente nel ruolo di amante: da una parte con una relazione extraconiugale e dall’altra con la certezza, palese, di essere lei colei che amava, almeno all’interno di questa relazione. Le lettere di Elsa Morante al regista furono struggenti ricerche d’amore, mentre di Visconti non ci restano se non brevi messaggi. A contraddire l’apparente indifferenza di Visconti è la notizia, riportata dalla stessa scrittrice, che i due avrebbero parlato addirittura di avere un figlio insieme. Poi il nulla da parte di Luchino Visconti, mentre Elsa Morante gli scrisse e riscrisse bozze di lettere con minime variazioni, e di tanto in tanto fece parlare i gatti al posto suo, per invocare ancora il suo amore perso e cercare nuovi appigli. Sono carte strazianti, queste per Luchino Visconti, di un’intensità inaspettata.

Ma Elsa Morante sapeva essere anche dura nei giudizi: quando qualcosa non le piaceva, lo diceva senza mezzi termini. La schiettezza della scrittrice la portò a dare pareri negativi su autori come Natalia Ginzburg o Italo Calvino. Di entrambi apprezzava l’insieme delle opere, ma a ognuno seppe trovare un singolo difetto (nella fattispecie riguardo un’opera neanche mai pubblicata di Calvino, e a una commedia della Ginzburg).

Nel complesso, l’epistolario – corredato dalle meticolose e utili annotazioni di Daniele Morante e Giuliana Zagra – è una lettura più che interessante, per diverse ragioni. Consente di spaziare tra i più grandi intellettuali del Novecento italiano, conoscendone abitudini, idee, desideri e vizi. Permette di conoscere meglio le opere di Elsa Morante, perché ora ne sappiamo i retroscena e ne leggiamo i giudizi successivi, sia della stessa autrice sia di un nutrito circolo di lettori (e che lettori!). Ma poi questo carteggio apre anche ad altro: apre al mondo interiore di una scrittrice dal tono duro e dal forte cuore. Elsa Morante, che spesso si lamentò per la sua solitudine, aveva una carica di affetto che forse non trovava corrispondenze, e per questo si isolava in mezzo ai gatti.

Forse, il suo, fu un amore inadatto a raggiungere la felicità – amare senza essere ricambiati è una pratica frustrante e deleteria – ma utile, se così si può dire, per riempire di densità quel dolore che noi troviamo nei suoi libri. Forse non fu un amore abbastanza generoso, abbastanza concreto da saper ricambiare chi la amava, ma era un amore che sfarfallava in giro come una falena notturna e che aveva l’enorme difetto – difetto in questa società dove l’umiltà non è un valore e dove si accettano difficilmente le critiche – di dire sempre quello che pensava, anche a costo di criticare gli altri. Lei che, è vero, forse tanto umile non era. Ma Elsa aveva una consapevolezza di sé molto forte, e se la coscienza di sé stessa come scrittrice era alta, la sua opinione di sé stessa come donna era ben più triste (specie se prendiamo l’ultima parte del carteggio). Ecco allora che colei che amò chi non l’amava seppe scrivere (in una lettera a Wilcock del 1° ottobre 1967): «Insomma credo che la generosità e l’amore consistano nell’amare chi ci ama. Amare chi non ci ama è la cosa più facile del mondo, giacché chi non ci ama non ci chiede nulla» (p. 494). [Ornella Spagnulo]

Questa recensione si trova all’interno della rivista “La rassegna della letteratura italiana”, 2014, n. 2 (pp. 697-699).

Il pdf è qui: Academia.edu.

Elsa Morante lettere

24 Gen

Casa Moravia

Casa Moravia. Sabato mattina. Lui sta all’ultimo piano, con due splendide terrazze. Al citifono leggo: Fondazione Alberto Moravia. Salgo con l’ascensore e mi apre un signore alto e in carne, la guardia del corpo della casa di Moravia. C’è un libro aperto di fronte all’entrata, sotto a un grande quadro: è il quadernone degli ospiti.

Casa Moravia

“Entrò Carla; aveva indossato un vestitino di lanetta marrone con la gonna così corta, che bastò quel movimento di chiudere l’uscio per fargliela salire di un buon palmo” (Gli indifferenti)

Nell’ingresso i quadri proliferano: Schifano, Scialoja, persone, artisti amici di Alberto Moravia. Lungo il corridoio centinaia di libri, nel soggiorno centinaia di libri, ovunque libri, da Freud a Pavese, da Sciascia a Orwell, ma non è questo il punto, mi trovo nella casa di uno scrittore, mi dico, i libri devono strabordare. Anche i ritratti di Moravia strabordano, ce ne sono due giganti, più una fotografia. Lo studio è minimale, mentre nel salone ci sono cuscini con ricami di fiori sul divano chiaro. Ma nello studio c’è un tavolo da lavoro, una scrivania artigianale, fatta da un falegname e sopra l’immancabile fotografia. Posso sedermi qui? Chiedo, in imbarazzo.

Casa Moravia Museo

«Era stravagante e scontroso e un’amica mia andò a chiedergli: ma tu da grande che farai? E lui subito: lo scrittore di romanzi!» (testimonianza di Adriana Pincherle, la sorella. Moravia era uno pseudonimo).

Vado a vedere la camera da letto, con una valigia sopra: Moravia sta per partire, o è già partito, non lo so. Vado a cercarlo in una delle terrazze, i fiori sono rosa e stanno in salute. Qualcuno allora c’è, a parte il guardiano, o è lui che bagna i fiori di Moravia? In cucina, poi, mi rilasso, mi siedo, appoggio il mio quaderno sul tavolo. Allora, Moravia, dove ti sei nascosto? Mi invita e non si presenta, a casa sua poi! La porta del bagno è semiaperta, la apro del tutto; è vuoto.

Esco ripassando dall’ingresso ovviamente e lascio il mio commento sul librone: “Caro Alberto Moravia, caro scrittore, la prossima volta ti voglio vedere, incontrare, devo chiederti molte cose, perché io sono solo una bambina”. Saluto il buttafuori e gli faccio un sorriso, prendo l’ascensore: “Io l’ho visto Moravia”, mi dice la signora che è già dentro: “L’ho visto tra i tavolini di un bar”. Allora vado al caffè Rosati, ma non ci sono né lui né Elsa Morante.

Casa Moravia ritratto

Il romanzo d’esordio, Gli Indifferenti, fu pubblicato a spese di Alberto Moravia nel ’29.

Ornella Spagnulo

06 Dic

Fiera della piccola e media editoria. Resoconto di una blogger

Fiera piccola e media editoria

Il pass e Virginia Woolf.

 

Daniele è via da 3 giorni per lavoro e qui è anarchia totale. Un po’ di equilibrio mi serve. In questo periodo per fortuna c’è la Fiera della piccola e media editoria a Roma – Più libri più liberi. Ieri e avant’ieri ci sono stata, ho l’ingresso gratuito, ho rincorso workshop e altri incontri in qualche modo ‘formativi’: un resoconto di Cepell sullo stato della lettura nelle scuole, il self publishing (pro e contro, pro), il mercato della piccola e media editoria, la presentazione di un romanzo appena uscito di una piccola casa editrice, un workshop su come far trovare i libri online, uno su come costruire un sito con l’e-commerce (perché l’ho seguito? un mistero!), finalmente la presentazione della rivista Orlando Esplorazioni e abbiamo finito.

Fiera piccola e media editoria

L’editore Giulio Perrone e lo scrittore Paolo Di Paolo.

Ho mancato di sicuro altrettanti appuntamenti degni di attenzione, ma già questi sette incontri mi hanno regalato tante suggestioni e non è per retorica che lo scrivo (va bene, mi costringo a un po’ di ottimismo in più in virtù del decalogo della buona blogger: bisogna essere sempre un po’ positive! Almeno per contrastare questa solitudine dozzinale e nostalgia in cui sono piombata da quando il mio compagno è dovuto andare in Namibia per lavoro. Ci rimarrà fino al 19, i miei nervi sono tenuti a sopportare la lontananza e anche l’immenso vuoto di questa casa, libera, purtroppo, perfino dagli inquilini che stanno dall’altra parte del muro, e che almeno mi darebbero un senso di quiete, di presenza).

Torniamo a Più libri più liberi e diciamo che questo titolo forse è molto ottimista, troppo. Il solito retaggio culturale che associa la cultura alla libertà, libertà da chi? da cosa? e perché? non saprei. Anche oggi scrivo tardissimo, sono quasi le 23 e non ho sentito Daniele, per questo il mio umore è così labile, creativo. Ci siamo solo scritti qualche messaggio. Prima che partisse, ero contenta di potermi dedicare full time alla fiera dei libri romana, felice di dedicare più tempo agli amici, a me, libera di poter cucinare anche le verdure e di dormire senza essere costretta a mettere i tappi alle orecchie, perché Daniele russa. Eppure, questi vantaggi si sono dileguati in meno di 3 giorni. Il tempo di Gesù per resuscitare, io l’ho impiegato per scivolare in un baratro infernale. Ma la fiera mi sta salvando! Più libri più liberi, è giusto, in fin dei conti. Più libri hai più sei libero di leggere, meno libri hai meno puoi leggere, più tristezza, al limite ti puoi sempre andare a infognare in una biblioteca pubblica, dove ti fanno leggere, leggere, leggere ma poi i libri non te li puoi portare a casa, non sono tuoi e per costruirti una biblioteca personale non hai niente altro da fare che comprarli. Almeno per il gusto di poterli sottolineare! Un vantaggio inesprimibile, quasi pari a quello di piegare le orecchie delle pagine migliori e di annotare parole di getto.

Durante le affollate ore della fiera ho potuto 1) salutare un grandissimo scrittore e sapere per quale motivo si è cancellato da Facebook (per qualche ragione strana, la sua assenza mi pesava molto), 2) salutare una brava editor che ha un carattere meraviglioso, per quello che conosco di lei, 3) rivedere un caro amico, che nel frattempo è diventato editore, ma che non è l’editore del romanzo in pubblicazione per intenderci (ah, uscita prevista: fine gennaio) e raccontarci tante tante cose che sanno di vita, di sincerità e ammirazione, citando naturalmente, durante l’incontro, la canzone “Incontro” di Guccini, 4) incontrare per caso un’amica che non vedevo dai tempi della laurea triennale alla Sapienza, per poterci dire cosa abbiamo fatto nel frattempo e cosa stiamo cercando ora, 5) conoscere una simpatica ragazza che ha collaborato nello stesso sito dove ho scritto anch’io per un bel po’ di tempo e che ho visto crescere (ci siamo inevitabilmente lamentate per le condizioni di chi lavora nel campo della cultura in Italia, scambiandoci i contatti), 6) rivedere un vecchissimo amico a uno stand, un architetto, e chiedersi che cosa ci facesse seduto dietro a uno stand, per scoprire che si è fidanzato con una editor, e che è rimasto architetto, 7) essere additata davanti a una cinquantina di persone come una specie di nerd (questo è accaduto durante il workshop su come trovare i libri online), 8) incontrare una persona che ha creduto in me quando scrivevo sul sito di cui sopra, curando un blog con i miei racconti. Lui era il mio editor e ora è dottorando di ricerca: si è a quanto pare consacrato alla critica letteraria.

Non ho altre suggestioni da raccontare, è troppo tardi e questo post è troppo lungo per essere letto da qualcuno fino alla fine. Forse uno o due lo leggeranno fino alla fine? Daniele? Forse no… lo scoprirò nei prossimi giorni dalla lettura delle statistiche, se nessuna verrà dall’Africa non mi avrà letto, pazienza, non chiedo attenzioni come una bambina. La domanda ora è: quando finirà la fiera Più libri più liberi, che farò?

Ornella Spagnulo

11 Set

Cronaca di una convivenza. Il mio primo romanzo

Non sto nella pelle. Ho trovato un editore e il romanzo su cui ho sudato di più sta per prendere le sue gambine e lasciarmi, per esplorare nuovi mondi. So che il testo non sarà più mio d’ora in poi, ma alla mercé di chi vorrà interpretarlo, e non mancherà chi lo liquiderà come inopportuno tra i libri del suo scaffale, ma ci sarà anche chi lo regalerà, spero, perché gli sarà piaciuto, chi forse ci piangerà, chi si ritroverà, come mi è successo con questo blog. È un testo che ha visto varie versioni di se stesso.

Sola con una fotografia ora è un titolo molto lontano dalla mia vita, ho abbandonato la fotografia e la solitudine da tempo. Magari non sarà tra le pile della Feltrinelli, la casa editrice è piccola, ha 3 anni d’età, e non può comprarsi le vetrine dei librai, ma sarà da qualche parte, almeno, in qualche luogo fisico. Si parla di presentazioni, chissà se verrà mai qualche  lettrice o lettore del blog? Io ci spero. Ma mancano ancora mesi.

Daniele è stato felicissimo quando gliel’ho detto. Poi ho chiamato i miei genitori, e ho mandato qualche email. Mi sento ancora frenetica. Mentre l’editore parlava, anche se sapevo bene che non era un editore a pagamento, tra me e me pensavo: “Ecco, ora mi dirà che devo contribuire alle spese della casa editrice”. Non sembravo visibilmente contenta credo, perché sono anni che scrivo di nascosto, mando manoscritti, mi rendo conto che fanno schifo, allora li riscrivo e poi li lascio riposare, e li invio di nuovo e aspetto. Le risposte finora erano state poche, qualcuna gratificante ma senza arrivare a nessun risultato finale. Alcuni consigli, più che preziosi direi, li ho afferrati; anche i rifiuti mi sono serviti. Per far crescere quei canovacci.

Intanto, mi preparo per l’evento del 27 settembre, con la redazione di Viva, una rivista in carne e ossa, per la ‘puntata’ su poesia colta e poesia popolare. Il mio intervento sarà su Alda Merini.

Gli aggiornamenti continueranno su questo blog. Siete contenti insieme a me?

 

28 Ago

Cronaca di una convivenza ricomincia. La casa che cambia

Ci eravamo lasciati, fine di una convivenza. L’ennesima mia reazione di gelosia (anche se solo sussurrata) aveva causato la sua ennesima impazienza. Dal centro commerciale mi aveva accompagnato sotto casa: “Scendi”, aveva detto, e se n’era andato. E non si era fatto più sentire per qualche giorno. Quando mi aveva richiamato, avevo risposto che chi non si fa sentire non merita di esistere nella mia vita, o cose del genere. Allora lui, inorgoglito, aveva riattaccato, poi aveva preso a farmi degli squilli, e l’ansia saliva, ma ero troppo offesa. Così ero partita, sola, prima per uno squallido hotel di Fondi, dove ho rischiato perfino di essere violentata, poi per Malta, per una vacanza-studio. Di questo vi avevo parlato nei miei ultimi post di settembre scorso.

Ritornata a Roma prima del tempo, ero andata, una mattina, a trovarlo a casa sua – sua madre mi aprì al citofono. Lui stava ancora dormendo. Lo svegliai cercando di convincerlo, ma non ne voleva sapere. Ci è voluto circa un mese.

I cambiamenti nella mia casa da settembre scorso: più orpelli africani, frutto delle missioni di Daniele; un tavolino marrone scuro di provenienza Ikea a tre gambe (su cui abbiamo finalmente poggiato la mia lampada particolare in rame, comprata ancora prima di avere una casa e tenuta per mesi nello stesso negozio, con il cartellino “Venduta” appiccicato su, poi in un angolino dello studio, sul ripiano di cristallo, in alto, a oziare, tristemente scollegata da qualsiasi fonte di elettricità, e oltre a quella, le pipe di Daniele, tutte allineate e belle, poi un calice per la birra e infine un pupazzetto a forma di civetta, buffo); una specie di comodino che abbiamo messo vicino alla libreria, rosso, su cui c’è una nostra fotografia incorniciata con delle coccinelle sul vetro, uno stereo che, volendo, mentre suona potrebbe ricaricare contemporaneamente un Iphone o Ipod, un fiore di stoffa giallo e, per il momento, un foglietto preso da me a messa con l’immagine della Madonna (in attesa di trovare un quadro o qualcos’altro che la raffiguri, perché, si dice, l’immagine della Madonna protegge la casa); un cuscino nero con un unicorno rosa, sempre Ikea (che rispecchia il mio dubbio senso del gusto); una serie di modellini di aeroplani sopra al mobile della tv, e vicino a loro tre bandiere: Italia, Uganda e Salini Costruttori, tutti soprammobili di Daniele; anche lo studio è cambiato, ora ci sono ben tre pc, di cui uno grande e due piccolini, e il bello è che io non uso mai nessuno di questi, affezionata come sono al mio Mac portatile, ma Daniele ci fa gli esperimenti informatici; varie bottiglie di superalcolici nella vetrinetta, io astemia, utili soprattutto quando abbiamo invitati (non siamo soliti alcolizzare le persone, ma a fine cena un bicchierino è gradito); e la più bella cosa: c’è una giacca grigio chiaro, adagiata qui sopra la sedia di fronte a me, che testimonia più di ogni altro segno o oggetto il ritorno del mio compagno, dopo l’ondata che ci aveva travolto.

Ornella Spagnulo. Continua

cronaca di una convivenza

Tutti i giovedì Cronaca di una convivenza di Ornella Spagnulo

 

22 Ago

Dopo l'estate, il nulla

Nulla, nella rabbia,

è grande come il pane

che dividiamo.

E forse il problema è che

non mi sono legata i capelli,

li ho trascurati,

come ho fatto con il primo

amore,

che dopo quel periodo

mi prese la mano,

mi disse: “Basta”,

e ne ho tratto lezione da questo.

Ho capito che non bisogna

trascurare

le persone che ami,

neanche per mezzo secondo.

Non bisogna perderle di vista

nemmeno un attimo,

perché il vento è mutevole

e i riccioli danzano nel vento.

Stremata dalle tante

informazioni non valide

sulla tua pelle lecco il sale,

sulla mia pelle conto i nei –

ne ho tanti –

ne ho circa un milione.

Ma l’estate è finita

e provo solo rabbia:

rabbia perché le cose belle

devono finire,

e spero solo di morire insieme

all’uomo che amo,

e insieme alle persone

che amo

ritrovarmi,

dopo il nulla che sovrasta

anche questa fine dell’estate,

così come dopo la fine della vita,

qualcosa resta.

 

Ornella Spagnulo©

(Tutti i diritti riservati)

21 Gen

L'apatia

D’un balzo non s’è mossa l’apatia

pur facendone sette,

sette passi, otto passi: apatia,

vien giù come la febbre.

 

Vorrebbe ingannarmi: apatia.

Ma io sono più forte.

Potrei riscaldarmi: apatia,

se fossi più grande.

 

Il concetto non è aspettare fuori dal bar

senza comprare il biglietto del Superenalotto,

è invece entrarci, sapendo che non lo comprerai.

 

Gli amici di una volta dovrebbero restare

ma neanche loro hanno qualcosa da dire

in mia difesa.

Solo una specie di apatia.

 

L’Apatia resta in me, senza me,

fidata e distratta.

Non le daresti due lire a vederla nuda,

ma di solito è tutta ingioiellata.

 

L’adoperiamo per fingere che non c’importi,

o che siamo più grandi,

invincibili, illesi.

 

L’apatia non è il mio male peggiore,

tra i tanti mali che pesi.

 

Ornella Spagnulo

12 Nov

Casa, dolce casa

La casa poggia su un filo matematico,

di bruno verde lo copre l’insalata

all’età mia non dovrei vedere più le cose

che in un unico modo: quello visto, reale.

Poi riappaio prendendo la mia macchina

a me stessa da quell’angolo peggiore:

la solitudine, che mi scava sulle ossa

con l’uomo perso e malato giù in Etiopia.

Non sono più parole universali, le mie,

son delle case che ho abitato e che ho vissuto

non ridendone mai.

Come se ci fosse dentro un’aura sacra

a compiangermi e ad illudermi

di poter essere migliore.

Non potendo ridere oltremodo

della parte mia peggiore.