28 Ott

Cronaca di una vita intima. Cambio titolo

Cronaca di una vita intima. Casa

Il titolo di questa serie di post cambierà da Cronaca di una convivenza a Cronaca di una vita intima. Cari lettori arguti, capirete bene perché.

 

Come è andata quest’estate? Una vacanza in un mare stupendo (che ho visto solo una mattina, poi mi è venuto il ciclo), più che altro tanto cibo buono, un rientro nella mia casa e una persona del passato che mi ha cercato da un’altra città. Un po’ di ospedale, il ritorno di nuovo a casa, la confusione affettiva e ora solo una parola: CASA. “Una casa che è il corpo /e la solitudine esistenziale” (scrivevo da adolescente): no! Ora no! Lo prometto. Nessuna solitudine più, adesso che sono libera nella testa e nel cuore.

 

Nessun senso di solitudine anche senza la parola “compagno”. L’abbiamo scelto insieme questa volta. Ma anche in questo modo mi ha sconvolto. Sono troppo fragile. Mi sono fatta tatuare una croce molto piccola dietro la scapola destra. La mia casa ora sembra un centro sociale. Adesivi alle pareti, disordine di libri e cose, il ginocchio sinistro mi fa male perché l’altro ieri ho camminato per circa due ore. Mamma si è operata ed è in clinica, mia cugina Patrizia ha avuto oggi un bimbo col cesareo, l’inquilina mi ha portato un buon cannolo siciliano, io tra poco vado a visitare mamma in clinica.

 

I capelli mi stanno crescendo. Sto dando retta a un bravo ragazzo che ho conosciuto in ospedale e dice che sicuramente mi doneranno di più i capelli lunghi (l’ho sempre pensato anch’io, ma su questo mi lascio consigliare). E la notizia più grande (nel mio piccolo universo personale): sto consegnando la tesi! L’ultima.

 

La mia vita si appresta a un nuovo slancio.

Per adesso, ignorare il futuro non mi spaventa.

 

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30 Giu

Cronaca di una convivenza. Il solito inutile resoconto del mio tavolo da pranzo

Più scrivo più diventa difficile dire cose sincere: sapere che qualcuno mi leggerà mi mette una costante ansia. Avevo fatto bene a iniziare questo blog con un nome inventato. Mi ero trovata un’identità inviolabile.

La Cronaca di una convivenza è rimasta sospesa là in autunno, dopo il mio viaggetto a Milano per presentarmi di persona con Isabel Allende. Tutto era finito nell’abisso dei sogni e io ero ritornata a casa, non ricordo bene con quale tipo di umore.

Torno da un altro viaggio anche stavolta e non so bene identificare questo tipo di umore. Daniele già russa, meno male, quell’antipatico vizio mi è diventato una ninna nanna. La nostra foto ci sorride dietro al vetro della libreria, davanti ad alcuni libri. Ogni tanto mi chiedo se è il caso di spostarla per assecondare il feng shui ed evitare oggetti sovrapposti davanti ad altri oggetti. Quella foto lì incorniciata con tanto di coccinella (che mia madre, una volta, guardandola pensava fosse una Madonna) mi ricorda le mie priorità. Davanti noi, dietro i libri, quella è la teca con i miei massimi affetti, al di là del fatto che inevitabilmente tutta la casa non può non ricordarmi mia madre e mio padre per evidenti ragioni.

Ora viaggio di più, da sola intendo, quel processo di smembramento della colla tra di noi sta piano piano lasciando spazio alle nostre individualità, un po’ a come eravamo prima di conoscerci, ma diversi, più belli, più sereni.

È quasi mezzanotte. Sul tavolo ho alla mia destra una bolletta dell’Acea, che non ho capito se ci arriva anche via email o se è una cosa a parte, poi c’è il dvd del film La Caduta, e non so esattamente cosa ci faccia qua sopra, l’abbiamo visto insieme tanto tempo fa, i tovaglioli, il gufetto che dovrebbe proteggere il legno dalle pentole bollenti e invece sta sempre messo a caso – dice per portare fortuna -, dietro ancora c’è il plico con le 3 copie di un mio saggio con aggiunte e cambiamenti che non ho mai approvato (ma sembra che in ambito accademico si faccia così), il telecomando dello stereo, un coltello, una penna, un foglio con gli appunti sui comandamenti di domani: rileggere il saggio per controllare tutto da capo, ritirare le copie delle mie poesie per portarle al prossimo evento, telefonare in biblioteca per ascoltare a voce le scuse del direttore del personale dopo che mi hanno perso la patente e mi hanno fatta tornare a casa senza patente e poi l’hanno ritrovata, contattare la libraia per quell’evento in cui si potrebbero vendere le copie delle mie poesie (è confermato?), correggere l’indirizzo per quell’altro incontro il 7 luglio.

Incontri, eventi, etrenta, scontri, incomprensioni, silenzi, forestierismi, negazioni, assenti. Sì, tanti assenti. Scrivo per le mie mille voci interne, costretta a ricercare le settantamila voci esterne.

19 Giu

Cronaca di una convivenza. Reazioni

Non vorrei raccontare anche questo, ma tornando in macchina dalla biblioteca mi sono scritta in testa questo post e dunque merita un suo posto nel mondo. Se me lo merito io, se lo merita anche lui.

Allora, non è per vanagloria (oggi parlo in accademichese), ma devo descrivere anche le circostanze del preambolo. (È curioso: in questo momento ho pensato che adesso, scrivendo quello che a lui, Daniele, ho già sussurrato ieri sera prima di dormire in uno sfogo da ragazzina insicura, una lamentela insomma — risolvendo in parte, in buona parte, quel dubbio che mi si era insinuato su per la clavicola fino al collo, dentro al cervello — potrei un’altra volta, ma con più convinzione, fargli capire il mio stato psichico in relazione all’accaduto. Mi serve scrivere, that’s all, e che lo sappiano tutti quelli e quelle che hanno interpretato male le mie richieste di chiarificazione nero su bianco, e non a voce! Se vi volete rapportare al mio mondo, dovete passare anche attraverso la scrittura e il suo vaglio, ve lo dico).

Interminabile parentesi chiusa, quella sera c’era stata la seconda presentazione della mia raccolta di poesie, L’avvio e la perdizione, con un musicista di rilievo, Giuseppe Dolce, ad accompagnarmi, e alcuni timidi amici e amiche, che però alla fine si sono affannati con tante domande restituendomi un clima più umano, perché a parlare da sola le loro facce mi erano sembrate tutte perplesse e giudicanti, quando magari non lo erano.

Cronaca di una convivenza

Tra le spettatrici c’era un’amica di mamma, N., fra l’altro già mia lettrice (apprezzò molto la monografia su Isabel Allende). Anche lei con le sue domande e con i suoi suggerimenti, ma più degli altri generosa nei commenti positivi a fine evento: entusiasta. E si capiva che lo diceva sul serio! Siamo andati a cena a casa dei miei genitori in cinque, Daniele, io, N., mamma e papà. N. è sposata ma suo marito non c’era. Il mio momento era finito e così ci eravamo messi a parlare del più e del meno, più del meno che del più. N. a un certo punto ha chiesto, sapendo della convivenza: “Chi di voi fa le pulizie in casa?”. E io, come al solito smoderatamente sincera: “Nessuno!”. La verità è che ora faccio qualche pulizia da sola, prima mi aiutava la signora che pagavo 8 euro l’ora per 3 ore una volta a settimana (non era una grossa spesa ma ho dovuto tagliare anche quella). Non è che la casa brilli, ma nemmeno fa schifo. Daniele mi aiuta quando ci sono gli ospiti suoi amici, è l’unica maniera per coinvolgerlo. A ritmo incalzante, mi è piovuta contro un’altra domanda subito (in sé neanche pericolosa): “Cosa cucini?”. Quando parlo, posso apparire sicurissima o no. In quella situazione, arrancavo cercando di elencare i miei menu: salmone al forno, pollo alla piastra… Considerando che ho quasi smesso di cucinare i primi in vista delle nostre pance sempre più materne, preparo spesso verdure e insalata. “Insomma, non prepari mai primo, secondo e contorno?”. In effetti, no. O primo o secondo, e/o contorno.

Sono ritornata quella sera sentendomi giù di morale. Forse non sono abbastanza una donna, come quelle che si prendono cura dei mariti, che li coccolano con il cibo, che fanno trovare tutte le stoviglie sbrilluccicanti, asciugate con il panno a mano una per una? Però scrivo poesie!

cronaca di una convivenza

Queste domande mi sono rituonate dentro, generando sensi di colpa e disistima diffusa. Ma Daniele dice che cucino bene e non si lamenta per la casa. Non tocca livelli preoccupanti, no. Un po’ di disordine.

Mi piacerebbe — ecco la mia vendetta, non verso N. assolutamente, ma verso questa società — mi piacerebbe chiedere alle altre donne:

“Tu leggi mai a tuo marito dei passaggi da un romanzo che stai leggendo, oppure delle poesie?”

e ancora: “Gli scrivi mai bigliettini e lettere a cui reagisce con gioia estrema?”

“Gli organizzi mai le cacce al tesoro in casa?”.

“Gli gratti la schiena per mezz’ora tutte le sere o quasi?”

“Gli scrivi delle amorose dediche sui libri che ti pubblicano?”.

Forse no: almeno tre su cinque no… dai, siate sincere!

Così, ecco vi potrò rispondere. Con altre domande. Io sono così. Sarei, sulla carta. Di persona, mi intimidisco e mi umilio per voi. Ma va bene. Sono fatta così.

Ornella Spagnulo

08 Apr

Cronaca di una convivenza. Sarebbe facilissimo.

cronaca di una convivenza

È un periodo che il tempo non c’è. Si nasconde sotto il letto mentre dormo, mi guarda seduto sul divano se correggo all’infinito la stessa pagina. Mi chiedo come potrei fare bene cinque cose al giorno: a stento ne faccio due, e a rilento. Sarà l’effetto della Primavera, ma qui fa un freddo che sembra febbraio.

Un giorno mi sento piena di amici – è stato il giorno del mio compleanno, il 31 marzo per l’esattezza, in un caffè letterario di Roma, a san Lorenzo, tra dolcetti e tisane calde, confidenze e racconti -. A stare tra amici ci si sente giovani dentro. Poi qualche giorno passa e la festa non si ricorda più: dove sono finiti i miei amici? E si sta bene in casa, o in macchina, soli con quella persona al proprio fianco, riflettendo: in questo spazio mi sento protetta, qui ho tutto e non voglio altro. Ma capita di litigare perché vuoi prendere un caffè al bar e lui no: “Mi potrebbero rompere i vetri della macchina!”. Eravamo alla stazione Tiburtina, in effetti, ma c’erano altre auto parcheggiate, pazienza.

Allora rientri a casa e te ne stai sola per un po’. Volevi correggere quel romanzo che non finisce più, invece non hai energie e ti butti sulla televisione, che ti offre un paio di serie tv che assolvono la funzione di tanti pupazzetti ballerini intorno alla lancetta dell’orologio. Pasquetta: nessuna gita, né fuori porta né dentro la porta. Per fortuna chiama zia a fare gli auguri e a parlare un po’ del più e del meno. E dire che sabato scorso, che poi era il benedetto Sabato Santo, c’è stata la megacena qui a casa: ho cucinato io, con Daniele, i miei genitori e sua madre (suo padre non stava bene). Ho ricevuto tanti regali.

Ma la messa di Pasqua è stata deludente. Un prete nuovo che non parlava l’italiano ha saputo dire solo: “Risorto! Domenica! Sabato!” e io mi chiedevo dove fosse finito don Sandro, perché mi ostino ad andare alla messa delle 19 quando la mattina c’è il parroco che è molto più gagliardo, e altre piccole questioni teologiche che non sto qui ad elencare (per esempio, mi piacerebbe molto se nella liturgia introducessero le testimonianze di santi recenti, italiani e stranieri). Grazie a Dio avevo vicino Giuseppina, con cui si può commentare qualcosa senza passare per anticlericali (lei, come me, è cresciuta con le suore).

La sera, anzi, la notte di Pasqua, siamo stati in una specie di sala giochi con altri amici ed è stata una serata molto piacevole, davvero. Daniele ha detto: “Voglio giocare due euro alle slot machine” e l’ho seguito solo per stargli vicino. Si è seduto, ha giocato e non ha vinto. Seduta lì accanto, ho provato anch’io a giocare i miei due euro e ne ho vinti ventinove. Ecco, allora oggi mi sono comprata una bella collana artigianale.

Sono tornata a casa per correggere questo romanzo. No, non questo del blog, ma quello che ho iniziato nel 2010. Nel frattempo è uscito su Amazon (e altri store) Un anno di facebookun manuale romanzato che ho scritto con il giornalista Raffaele Cirullo, Un anno di Facebook.

Lui, esperto nelle nuove tecnologie, io, esperta di storytelling: questo dovrebbe essere il nostro slogan, più o meno.

Ognuno ha i suoi talenti e vivere in pace con tutti non è il mio. Aspettate! Sarebbe facilissimo stare in pace con me: volermi bene basterebbe! Ve lo assicuro! E con questo piccolo resoconto se ne sono andati via 45 minuti. Dov’è il tempo? Forse l’unico modo per trovarlo è uscire.

cronaca di una convivenza

Ornella Spagnulo 

14 Mar

Cronaca di una convivenza. Quando non si lavora, è sempre sabato

Prenotare la pizza entro il pomeriggio, perché sennò ce la portano alle 22: questo significa il sabato. Il sabato significa riposo assoluto per gli ebrei, mentre i cristiani lavorano anche di domenica. Io mi vorrei riposare un po’, ma che cos’è il riposo? Anche scrivere è un’attività lavorativa? Anche andare con la mente da tutte le parti e registrarne i movimenti?

Non so, certo è che per questo weekend cercherò di non fare niente. La casa, però, ha bisogno di una sistemata, i panni asciutti – alcuni da una settimana, altri da due giorni – vorrebbero essere stirati e forse invitiamo qualcuno a cena stasera, o no, non si sa.

Il fatto è che a non fare niente non si sa niente, e a non sapere niente non si ha un appiglio.

Ieri sera mi sono divertita tanto, fino a mezzanotte e mezza, poi mi è venuto sonno. Abbiamo cenato con gli amici di Daniele per festeggiare la laurea di un ingegnere. Ero seduta vicino a Daniele da una parte, e alle ragazze dall’altra. Locale molto accogliente e romanaccio – la Birreria Peroni -, ma tagliatelle scotte. Non volevo dirlo, per non inchinarmi, come spesso faccio, alla dea Lamentela, però oggettivamente lo erano. Tutti i critici onesti sono a volte lamentosi. Per il resto, sono stata bene. Maria e Claudio ci hanno portato due pensierini dall’Australia e dalla Nuova Zelanda: un bel bicchiere e un boomerang con la calamita. boomerangTornando a casa, ieri notte (o stamattina), ripensavo alla filosofia del boomerang, pensavo che avrei potuto scrivere qualcosa a riguardo, in un romanzo. Oppure chiamare un romanzo: Boomerang. Intanto, però, sto ancora correggendo per la centesima volta sempre lo stesso scritto. Quello che sarebbe dovuto uscire a gennaio, ma l’editore ha avuto problemi con la distribuzione, quindi sarebbe dovuto uscire la prossima estate, poi io gli ho raccontato di aver ricevuto una proposta da un altro e lui, secco: “Fatti pubblicare da qualcun altro, allora, io non lavoro per gli altri editori”. Eppure quel giorno non era né sabato, né domenica.

Sabato prossimo sarà dedicato alla memoria di Alda Merini – 21 marzo 2015, da Mangiaparole. Giovedì invece leggerò un paio di mie poesie alla Casa delle Letterature, per la Giornata mondiale della poesia. http://www.casadelleletterature.it/online/giovedi-19-marzo-2015-ore-18-00-in-occasione-della-giornata-mondiale-della-poesiaNominare i prossimi lavori è già lavoro? Non lo so, ma intanto sono in pigiama e sono le cinque. Direi che già dall’abbigliamento si possa affermare che mi sto riposando.

24 Gen

Casa Moravia

Casa Moravia. Sabato mattina. Lui sta all’ultimo piano, con due splendide terrazze. Al citifono leggo: Fondazione Alberto Moravia. Salgo con l’ascensore e mi apre un signore alto e in carne, la guardia del corpo della casa di Moravia. C’è un libro aperto di fronte all’entrata, sotto a un grande quadro: è il quadernone degli ospiti.

Casa Moravia

“Entrò Carla; aveva indossato un vestitino di lanetta marrone con la gonna così corta, che bastò quel movimento di chiudere l’uscio per fargliela salire di un buon palmo” (Gli indifferenti)

Nell’ingresso i quadri proliferano: Schifano, Scialoja, persone, artisti amici di Alberto Moravia. Lungo il corridoio centinaia di libri, nel soggiorno centinaia di libri, ovunque libri, da Freud a Pavese, da Sciascia a Orwell, ma non è questo il punto, mi trovo nella casa di uno scrittore, mi dico, i libri devono strabordare. Anche i ritratti di Moravia strabordano, ce ne sono due giganti, più una fotografia. Lo studio è minimale, mentre nel salone ci sono cuscini con ricami di fiori sul divano chiaro. Ma nello studio c’è un tavolo da lavoro, una scrivania artigianale, fatta da un falegname e sopra l’immancabile fotografia. Posso sedermi qui? Chiedo, in imbarazzo.

Casa Moravia Museo

«Era stravagante e scontroso e un’amica mia andò a chiedergli: ma tu da grande che farai? E lui subito: lo scrittore di romanzi!» (testimonianza di Adriana Pincherle, la sorella. Moravia era uno pseudonimo).

Vado a vedere la camera da letto, con una valigia sopra: Moravia sta per partire, o è già partito, non lo so. Vado a cercarlo in una delle terrazze, i fiori sono rosa e stanno in salute. Qualcuno allora c’è, a parte il guardiano, o è lui che bagna i fiori di Moravia? In cucina, poi, mi rilasso, mi siedo, appoggio il mio quaderno sul tavolo. Allora, Moravia, dove ti sei nascosto? Mi invita e non si presenta, a casa sua poi! La porta del bagno è semiaperta, la apro del tutto; è vuoto.

Esco ripassando dall’ingresso ovviamente e lascio il mio commento sul librone: “Caro Alberto Moravia, caro scrittore, la prossima volta ti voglio vedere, incontrare, devo chiederti molte cose, perché io sono solo una bambina”. Saluto il buttafuori e gli faccio un sorriso, prendo l’ascensore: “Io l’ho visto Moravia”, mi dice la signora che è già dentro: “L’ho visto tra i tavolini di un bar”. Allora vado al caffè Rosati, ma non ci sono né lui né Elsa Morante.

Casa Moravia ritratto

Il romanzo d’esordio, Gli Indifferenti, fu pubblicato a spese di Alberto Moravia nel ’29.

Ornella Spagnulo

23 Nov

Cronaca di una convivenza. Il bilancio di un anno e i soliti stivali

blog letterariAvevo interrotto di nuovo l’aggiornamento di questo status continuo di relazione, casa, persona, perché il tempo non mi bastava per fare tutto, in particolare c’è stato il passaggio ufficiale dal primo al secondo anno che, al di là di una cerimonia accademica a cui poi non me la sono sentita di andare (c’era tutto un complicato sistema di assegnamento dei posti e se non arrivavi in tempo eri costretta a seguire l’evento da una stanza attigua con la proiezione del video), c’era, in soldoni, da consegnare la prima parte della tesi. Il primo anno del dottorato se n’è andato come rincorso da una strega su una scopa. Se scelgo di dire la verità, l’altr’anno non è stato un grande anno, per me. Ero rintronata, letargica, in sovrappeso. Ma quest’anno sembra partito meglio. Sono attiva, meno letargica, meno in sovrappeso. Cerco di rinunciare ai carboidrati e soprattutto evito di cucinare le torte. Anche Daniele è dimagrito. Ieri mi ha detto, stupito e illuminato: “Mi sembra che stiamo mangiando poco”. Nel weekend, però, trasgrediamo di più, e ora c’è l’invito a casa dei miei genitori, ora c’è l’invito dai suoi, alla fine se non si mangia la pasta si mangia qualcos’altro, un dolce, una buona schifezza, e così le tossiche particelle che trasportano i grassi e le calorie si depositano, e per noi che non corriamo e che non facciamo sport, non ci sono moltissimi modi di eliminarle.

Oggi ho fatto un’azione poco ortodossa. Due anni fa ho raccontato in questo blog di come una delle nostre due porte vicine fosse solita occupare parte della scalinata con un suo paio di stivali. Due anni fa, presa da un impeto di ribellione, una volta avevo spostato gli stivali da una parte della scala all’altra parte della scala. Risultato: nessuno, però mi ero divertita. Oggi, tornando piena da casa di mamma e papà, per fortuna a piedi, e memore di quando, mia madre, sempre molto tempo fa (oggi sono in vena di reminiscenze), mi disse: “Che maleducazione lasciare gli stivali sul pianerottolo!”, riferendosi evidentemente a una delle vicine, ho pensato a un piano, e l’ho anche messo in pratica. Ho preso un mio paio di scarpe da ginnastica rosse e le ho messe vicino agli stivali, sullo scalino. Poi mi ha chiamato Daniele, che era andato a pranzo da un amico a Centocelle, e ovviamente gli ho confessato la marachella. “Cos’hai fatto? Toglile subito!”, io ero in pigiama perché stavo facendo la siesta e ho replicato: “Dopo lo farò”. Rientrando, ha riportato le mie scarpette da ginnastica a casa. E penso che crescendo, un certo impeto anarchico non me lo toglierà nessuno.

cronaca di una convivenza

02 Ott

La convivenza e la lavastoviglie

A questa fase accetto, forse per la prima volta, il senso dei limiti dell’ispirazione. Nel raptus creativo la strofa di una canzone può perdere una congiunzione, e un sentimento scomparire da una pagina. L’editore mi ha detto: ‘rileggi e fai le tue correzioni. Non c’è da lavorarci tanto’, così mi ritaglio ogni giorno qualche mezz’ora quando tramonta. Purtroppo l’aspetto lirico di questa operazione stasera si è definitivamente perso perché la lavastoviglie in azione ha cominciato a suonare: non caricava l’acqua, così Daniele ha cercato di ripararla – sì, anche fasciato, con una mano sola –. E il destino di questa lavastoviglie mi interessa, visto che non amo molto lavare pentole, scolapasta, posate, bicchieri e piatti vari, piatti grandi e piccoli ed eventuali poggia-posate o spremiagrumi.

Tra una settimanella andiamo in ospedale per togliere la fasciatura alla spalla. Si spera almeno. Ma procediamo a zig zag. Sabato scorso l’evento al Maxxi con la rivista “Viva” è andato bene, ci sono stati tanti interventi, Maria Grazia Calandrone per esempio ha fatto un bel confronto tra l’ottico di Edgar Lee Masters e quello di De André, Simone Di Biasio ci ha storditi, in senso buono, con il dialetto di Fondi – mi manca un dialetto come mi manca una città d’appartenenza, poteva andarmi bene anche la provincia, non chiedevo di nascere a New York, ma sono nata a Taranto e in tre anni, mi dispiace, non mi è nato molto senso di appartenenza –, la poetessa e professoressa Gabriella Sica ha dato spunti acuti per una ridefinizione del concetto di poesia popolare, etc.

Daniele ora si esibisce in un improbabile inglese con il suo amico in Africa. Credo che sappia dire tutto o quasi in inglese, ma ha un accento pessimo, e mi ricorda me quando ero a Madrid (un’altra patria mancata, dopo l’Erasmus non ci sono tornata più). Mi esprimevo bene in spagnolo, parlavo con scioltezza però si capiva che ero italiana, al massimo mi davano della portoghese (non perché non pagassi).

E mentre guardo qua, al mio lato sinistro, il Meridiano Mondadori su Eugenio Montale che mi ha dato l’epigrafe per il  romanzo, Daniele dice a Tesfaye: ‘December is coming! Okay! Of course!’ (sembra che l’amico non sappia ancora se verrà qui a dicembre con la fidanzata). Alla fine, il pensiero va al tiramisù da preparare per sabato, quando verrà una coppia di amici miei qui, a tenerci un po’ di compagnia.

Niente, la lavastoviglie non riparte, non si trova il certificato di garanzia e i filtri sono rotti. Al telefono ora con Daniele c’è sua mamma, o suo papà. E io sto morendo di fame.

La Zanussi mi ha rovinato quest’ultima parte del pomeriggio, che stavo dedicando a un ispirato editing. Ma ora chiudo proprio, perché la fame mi divora.

 

la convivenza

Terzo posto per il blog Cronaca di una vita intima cercando Alda Merini su Google.

Ornella Spagnulo

25 Set

Cronaca di una convivenza e il conto a rovescio della convalescenza

Il resoconto giornaliero nei tempi di malattia o convalescenza è quasi sempre uguale, si va di sottrazione. Un giorno in meno, un giorno in meno, dalla mattina a quando è buio, la fortuna è che ogni giorno è uno in meno. Al caro Hemingway, che consigliava di scrivere con sincerità: posso raccontare ai miei lettori quello che ha appena detto l’avvocato, cioè che ci farà sapere presto per i soldi dello scorso incidente? E che a me questa somma, incidente più incidente, proprio non piace? E che il più grande divertimento per Daniele in questo periodo è bere una Coca Cola dalla bottiglietta di vetro?

Il prossimo weekend forse una coppia di miei amici verrà a trovarci. Venerdì scorso abbiamo provato a raggiungere un sushi non molto lontano da casa, ma lungo la strada il compagno si lamentava per le buche, le buche di Roma a chi ha la spalla lussata non gli fanno tanto bene. Ma alle autorità della regione Lazio e della città di Roma non si può domandare anche questo: non si può richiedere di livellare l’asfalto, perché sarebbe una spesa troppo costosa, ci sono altre ‘priorità’, come aumentare la tassa dei parcheggi a pagamento, per esempio.

Non mi dispiace, sotto sotto, avere Daniele a casa con me, circa un’ora fa ho pensato: come farò quando tornerà a lavoro?

La sera non fanno più film belli come quest’estate. A volte ce ne stiamo ognuno con il suo computer a fare, a leggere. Ogni giorno, poi, lui mi ascolta ripetere la vita di Alda Merini: sabato ci sarà il grande evento al Maxxi. Nel frattempo, grazie a questa scusa, ho stretto amicizia con tre delle quattro figlie della poetessa, ci siamo scritte. Non l’ho mai viste di persona ma mi sento molto affezionata a loro.

Facebook è il Social in assoluto che più amo. Io e Daniele abbiamo cominciato a relazionarci in maniera intima proprio grazie a Facebook. Nel periodo in cui lavoravamo insieme non c’era mai stato niente, neanche un interesse da una parte o dall’altra. Andavamo a mangiare in pausa pranzo, ci raccontavamo le nostra sconfitte (io le mie angosce d’amore e lui i suoi incontri fatiscenti), dopo mi licenziai, e a quell’altezza non ci eravamo neanche scambiati i nostri numeri di telefono. Fu grazie a Facebook che mi contattò, un mese dopo più o meno. E gli raccontai per la prima volta come sono fatta, così mi invitò a uscire con lui e i suoi amici per non farmi passare il Natale da sola.

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 Ornella Spagnulo

18 Set

Cronaca di una convivenza. L'incidente

Mi sembrava strano che stesse andando tutto così bene. Sabato 13 settembre, data che da giorni mi lampeggiava in testa come se ci fosse qualche ricorrenza ultraimportante da ricordare, all’ora di pranzo il mio compagno ha fatto un incidente mentre ritornava a casa in motorino. Cosa insolita di sabato, gli avevano chiesto di andare in ufficio la mattina. Ero al computer quando dal suo cellulare mi ha telefonato una signora, che poi mi ha passato un poliziotto. Sono arrivata ed era steso a terra, intorno varie persone gli consigliavano di non muoversi. Urlava. Anche il poliziotto ha detto a me di non muovermi, quando sono arrivata. Secondo lui, se mi avesse visto si sarebbe agitato e avrebbe mosso involontariamente la spalla. L’ambulanza l’ha portato in barella al Vannini, Tor Sapienza (lì sono specializzati in ortopedia). Io correvo con la macchina dietro la sua scia rumorosa, fregandomene dei rossi e andando giù di clacson se qualche auto si metteva in mezzo.

Ho aspettato fuori: gli hanno fatto due lastre e le analisi del sangue. Ora è mezzo fasciato, con la spalla immobilizzata per una lussazione e il braccio piegato e la mano sinistra ha uno squarcio che hanno disinfettato, ma intorno alla ferita la mano è ancora sporca. Non vuole che io provi a pulirla, gli fa ancora male. In compenso, gli ho potuto lavare i capelli e mi sono ricordata dell’anno scorso, di quando mia madre mi chiese di farle uno shampoo in clinica, giorni dopo l’operazione. Non capisco quindi se fare lo shampoo alle persone più care sia un bel momento oppure no: il fatto è che se puoi lavare i capelli a qualcuno vuol dire che tutto sommato è vivo, e di questo bisogna ringraziare.

Il medico ha prescritto 30 giorni di riposo a Daniele. Gli capita di avere fitte alla spalla, ma passano con l’Efferalgan da 1000 due volte al giorno. Finalmente riesce a dormire a letto senza problemi: all’inizio vagava come un’anima in pena tra il divano e la camera, a volte si lamentava.

Mi sento ridicola a scrivere di questo, ma se non lo scrivo non cambia. E dire che sabato sera per la prima volta sarei dovuta salire in motorino dietro di lui, fino a Trastevere, per il compleanno di un’amica. Ero andata a prendere il casco a casa dei miei, tutto sporco, non avevo fatto a tempo neanche a pulirlo. Il suo casco si è mezzo spaccato dopo il botto. Il motorino invece non si è fatto nulla.

Ed è stupido chiedersi: “Ma perché?”, siamo tutti sulla giostra e l’importante è che ci siamo ancora, chi è mezzo fasciato e non può fare quasi niente per un mese, chi trattiene il pianto perché qualcuno ha detto: “Fatti una risata, non è niente, sai quante volte è successo a me”, chi sta in pensiero perché un figlio è finito all’ospedale e allora prende subito la macchina dal paese per tornare nella capitale, c’è chi ora esorta: “Vedrai, dopo i brutti periodi accadono sempre grandi cose, arriveranno buone notizie”, e lo sapevo che se era successo qualcosa di bello mi dovevo preparare a qualcos’altro, non tanto bello. “Non tanto bene”, scriverebbe Aldo Nove. Proprio non tanto bene.
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