28 Ago

Cronaca di una convivenza ricomincia. La casa che cambia

Ci eravamo lasciati, fine di una convivenza. L’ennesima mia reazione di gelosia (anche se solo sussurrata) aveva causato la sua ennesima impazienza. Dal centro commerciale mi aveva accompagnato sotto casa: “Scendi”, aveva detto, e se n’era andato. E non si era fatto più sentire per qualche giorno. Quando mi aveva richiamato, avevo risposto che chi non si fa sentire non merita di esistere nella mia vita, o cose del genere. Allora lui, inorgoglito, aveva riattaccato, poi aveva preso a farmi degli squilli, e l’ansia saliva, ma ero troppo offesa. Così ero partita, sola, prima per uno squallido hotel di Fondi, dove ho rischiato perfino di essere violentata, poi per Malta, per una vacanza-studio. Di questo vi avevo parlato nei miei ultimi post di settembre scorso.

Ritornata a Roma prima del tempo, ero andata, una mattina, a trovarlo a casa sua – sua madre mi aprì al citofono. Lui stava ancora dormendo. Lo svegliai cercando di convincerlo, ma non ne voleva sapere. Ci è voluto circa un mese.

I cambiamenti nella mia casa da settembre scorso: più orpelli africani, frutto delle missioni di Daniele; un tavolino marrone scuro di provenienza Ikea a tre gambe (su cui abbiamo finalmente poggiato la mia lampada particolare in rame, comprata ancora prima di avere una casa e tenuta per mesi nello stesso negozio, con il cartellino “Venduta” appiccicato su, poi in un angolino dello studio, sul ripiano di cristallo, in alto, a oziare, tristemente scollegata da qualsiasi fonte di elettricità, e oltre a quella, le pipe di Daniele, tutte allineate e belle, poi un calice per la birra e infine un pupazzetto a forma di civetta, buffo); una specie di comodino che abbiamo messo vicino alla libreria, rosso, su cui c’è una nostra fotografia incorniciata con delle coccinelle sul vetro, uno stereo che, volendo, mentre suona potrebbe ricaricare contemporaneamente un Iphone o Ipod, un fiore di stoffa giallo e, per il momento, un foglietto preso da me a messa con l’immagine della Madonna (in attesa di trovare un quadro o qualcos’altro che la raffiguri, perché, si dice, l’immagine della Madonna protegge la casa); un cuscino nero con un unicorno rosa, sempre Ikea (che rispecchia il mio dubbio senso del gusto); una serie di modellini di aeroplani sopra al mobile della tv, e vicino a loro tre bandiere: Italia, Uganda e Salini Costruttori, tutti soprammobili di Daniele; anche lo studio è cambiato, ora ci sono ben tre pc, di cui uno grande e due piccolini, e il bello è che io non uso mai nessuno di questi, affezionata come sono al mio Mac portatile, ma Daniele ci fa gli esperimenti informatici; varie bottiglie di superalcolici nella vetrinetta, io astemia, utili soprattutto quando abbiamo invitati (non siamo soliti alcolizzare le persone, ma a fine cena un bicchierino è gradito); e la più bella cosa: c’è una giacca grigio chiaro, adagiata qui sopra la sedia di fronte a me, che testimonia più di ogni altro segno o oggetto il ritorno del mio compagno, dopo l’ondata che ci aveva travolto.

Ornella Spagnulo. Continua

cronaca di una convivenza

Tutti i giovedì Cronaca di una convivenza di Ornella Spagnulo

 

12 Nov

Casa, dolce casa

La casa poggia su un filo matematico,

di bruno verde lo copre l’insalata

all’età mia non dovrei vedere più le cose

che in un unico modo: quello visto, reale.

Poi riappaio prendendo la mia macchina

a me stessa da quell’angolo peggiore:

la solitudine, che mi scava sulle ossa

con l’uomo perso e malato giù in Etiopia.

Non sono più parole universali, le mie,

son delle case che ho abitato e che ho vissuto

non ridendone mai.

Come se ci fosse dentro un’aura sacra

a compiangermi e ad illudermi

di poter essere migliore.

Non potendo ridere oltremodo

della parte mia peggiore.

05 Set

Analisi di una convivenza n. 1

Sulla ragione di quest’analisi inutile indagare. Quando mi sento in colpa ho difficoltà a dormire, e questo mi è successo per esempio stanotte. Così, arrabbiata per quei due sogni sospesi troppo presto (in uno di questi, c’era un ragazzo che mi aiutava a prevenire l’insonnia: non sarà perché ti scrocchiano le mani? Aprile e appoggiale contro il muro, si distenderanno). Sono semi-sveglia e la mattina è già a metà, avrei voglia di appoggiare davvero le mani contro il muro per vedere se si distendono, funzionerà questo rimedio onirico? Mi basta passare due dita sul medio dell’altra mano e il medio fa scroc, le dita sono anchilosate. Eppure ieri ho ballato danza del ventre prima di andare a letto, per rilassarmi.

Se vado sugli archivi di settembre 2012, il blog mi restituisce un’immagine di me un anno fa abbastanza veritiera. Avevo smesso di ballare danza del ventre, anche perché ogni volta che danzavo davanti al compagno, lui mi chiamava a sé e dovevo smettere, le mie preoccupazioni erano rivolte soprattutto alla casa e a lui, ho cominciato uno shopping sfrenato che mi ha lasciato solo a giugno, tutto per la casa, come se fosse un’entità a sé, tutto per il compagno, con regali nelle ricorrenze speciali e non, ed ero ingrassata a forza di cucinare solo i suoi piatti preferiti. Una compagna perfetta fino al momento in cui l’ho lasciato, anzi, i momenti, perché le cose si capiscono sempre tutte insieme, anche se l’affetto rimane.

Un anno dopo mi trovo più grande, più matura e femminile. Sono cambiata dentro, ma forse sono cambiata al contrario, recuperando vecchi sogni che non mi avevano mai abbandonato. Una società più giusta, un modo di vivere anticonvenzionale: ora davvero posso affermarlo, ora che sono stata dall’altra parte della barricata. Non sono riuscita a fare amicizia con i fascisti. Con nessuno dei fascisti e delle loro consorti. L’unico gruppo che mi piaceva era quello dei comunisti, conosciuto al primo appuntamento con il mio ex, simpatici, tranquilli, intelligenti, bravi. Anche gli altri lo saranno, per l’amor di Dio!, c’è qualcosa di buono ovunque, per la legge del Tao, il fatto è che siamo vittime delle nostre repulsioni. E non in modo assoluto; lo testimonia il Pensiero n. 1 in cui parlo di una felicità in arrivo (ed è arrivata, è durata, è finita), dell’entusiasmo trasferito tutto sulla casa e sull’amore, sentimento non tipico nella mia vita. Ma se contiamo la percentuale delle frasi, c’è un 80% sulla casa e un 15% sul fidanzato in questo post (il 5% su di me). Ero affannata dalle tendine che non ho mai messo, dai mobili che mi fanno tutti schifo, dall’obiettivo di rendere questa casa uno specchio della mia identità. Adesso, le tende non mi interessano perché quando guardo fuori mi sento in compagnia, i mobili mi ricordano già qualcosa da cui vorrei scappare – un fallimento – e quelle storie assurde sulla casa mi sembrano tutte stronzate. Vorrei una vita che parlasse di me, non una stupida casa decorata al punto giusto da apparire freakettona e artistica quanto basta, minimale. Mi disinteressavo degli altri (“Fuori, il resto della gente, altre geometrie, diverse case e montagne, non mi farò distogliere dalla mia quiete. I telegiornali parleranno per altre persone e le persone che si picchiano per strada non entreranno.”) e scivolavo nell’egoismo più bieco, eliminando dalla lista di contatti molte persone a cui voglio bene, solo perché quella relazione di coppia risucchiava tutto, e lo permettevo.

Quel bellissimo specchio con una farfalla disegnata sopra non l’ho preso più. L’ex compagno non voleva. Anche le presine originalissime, non le voleva.

E ricordo quando, da adolescente, tornavo tutte le sere in paranoia per le canne. Mai nessuno che mi scuotesse, mi abbracciasse, che mi dicesse: “Che costa stai facendo? Stai perdendo te stessa”. Perché io sono così, ogni tanto scivolo per traiettorie che non mi appartengono, però ci ricavo sempre qualcosa, capisco di più.

Ora basta, vorrei essere me.

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28 Ago

Analisi di una convivenza. Inizia così

Never mind I’ll find someone like you… Nella canzone l’uomo le aveva detto: “Qualche volta, in amore, dura, qualche volta invece fa male”. Che soffra sotto il giogo di mille catene, un uomo che… Ma io ero pronta? Marzo mi ha fregato, il mio mese di nascita è il più indeciso dell’anno, fa freddo, ho caldo, prendo l’ombrello anche con il sole: siamo dei matti.

Potevo chiamarla “cronaca di un’indecisione” la cronaca di una convivenza, e “cronaca di una vita indecisa” la cronaca di una vita intima. Sarebbe stato uguale.

La tendinite al ginocchio mi ha tenuto una settimana con i piedi appesi ovunque, sulle sedie, sul divano, gamba tesa, senza piegare il ginocchio. Non sono scesa per giorni. Sono venuti a trovarmi due cari amici, Michela e Gabriele, così ho preparato una piccola torta. E siamo andati a messa. Oggi sono scesa da sola al parco, c’era il sole, acqua per terra, volevo non pensare a niente, fermavo i pensieri con la forza del pensiero. E ci riuscivo, molto strano. Questa paralisi dell’attività cerebrale mi ha fatto tornare lucida nel secondo pomeriggio. Un paio di decisioni prese, sì, proprio giuste, con l’aiuto di papà al telefono. Tante persone non hanno bisogno di nulla fuori che di se stesse, per decidere, e del tempo; io sono l’opposto. Scegliere senza l’aiuto di qualcuno è una tortura, e rimandare è una tortura. Telefono allora, a volte chiedo anche ai passanti. Quando vivevo a Madrid non sapevo bene quale fosse il momento adatto per ritornare in Italia. La borsa di studio stava per scadere e occorreva una decisione: partire o fare richiesta per il prolungamento, come facevano tanti. Troppo difficile per me decidere. Per strada fermai una signora, mi fermò lei, ora il particolare non lo ricordo. Sta di fatto che cominciammo a parlare. Lei mi aveva chiesto indicazioni, forse io, non ricordo. Poi ci mettemmo a parlare del fatto che venivo dall’Italia. Quanto tempo rimani a Madrid? Sei mesi – la borsa di studio era di sei mesi. Troppo poco per conoscere Madrid. Se ne andò. Il segno del destino era arrivato, e così rimasi, anche se mia madre da Roma mandava le maledizioni: “Se non torni, vedrai!”. Ma le minacce non funzionano nella mia vita, ho già il passato minacciato, e poi sono ottimista.

Così da vera ottimista ho iniziato questa convivenza. Il postulato dell’amore è che quando c’è l’amore c’è tutto. Chiarito che questo elemento primario era presente, regole clericali a parte, iniziavamo una convivenza con le migliori intenzioni di sempre, sempre, sempre. La casa all’inizio era uno squallore, per carità, papà mi ha comprato una casa perfetta, anche per la storia che c’è dietro. Apparteneva a una buffa vedova dagli occhiali spessi, che era morta, lei insegnava e amava scrivere. Mi ha lasciato qualche manoscritto che ho buttato perché la notte avevo paura dei fantasmi. Al di là di questo, qualche volta in questa casa ci ho anche dormito bene, quando il compagno non russava. Anche sul divano si dorme bene. La vedova aveva lasciato in eredità la casa alle suore di Madre Teresa di Calcutta. Le ho incontrate, belline, suor Elena, simpatica, parla bene inglese, e anche l’indiana mi piaceva, e ho avuto la fortuna di entrare nella piccola stanzina rifugio della beata Teresa di Calcutta, ho visto dove dormiva, ho pregato rivolta alla statua della Madonna a cui si rivolgeva lei. È stato un grande momento, uno di quelli che penso ricorderò per sempre. Tutto grazie a papà, mamma, la vedova senza figli che insegnava e scriveva (e che, dopo la pensione, aveva il proposito di aprire uno sportello di aiuto per giovani mamme, se non fosse morta) e a questa concreta svolta si è aggiunto lui. Quasi di nascosto. Non glielo volevamo dire ai miei genitori che andavamo a vivere insieme. Ci sembrava troppo di approfittarci dell’altrui generosità. Ma poi per gradini, lui mi accompagnava a scegliere le mattonelle del bagno, mi portava a decidere i mobili (scegliere, decidere), e tra una cosa e un’altra, siamo saliti qui. Ed era tutto ancora vuoto. Però l’architetto si stava dando da fare, a smontare, abbassare, creare, imbiancare. Ricordo ancora lui, non l’architetto, il compagno, che mi guardò, si fermò e mi disse: “Davvero vuoi che vengo a vivere qui? Davvero mi vuoi?”. E a me viene da piangere. Risposi sì, il bacio, l’inizio, la meraviglia.

26 Ago

Fine di una convivenza

La casa ha già preso nuove sembianze, perché le persone muovono gli oggetti anche col pensiero. Così, quasi con il pensiero il divano si è addossato al muro e non occupa più la metà esatta del salone-cucina, creando una barricata eventuale. Anarchica contro fascista? Donna contro uomo? Precaria contro lavoratore? Erano tante le opposizioni. Sulla parete del divano ho attaccato quegli adesivi che mi piacevano tanto: gli stickers a forma di edera verde. Ho preso un altro paio di quadretti e la cassetta finta della posta, su cui attaccavamo i nostri cappotti – c’è ancora un berretto suo appeso, non ho voglia di levarlo, mi resta per ricordo – è tappezzata di calamite: ho scoperto solo adesso che è magnetica! Il tavolo centrale, su cui scrivo, si trova vicino alle portefinestre e qualcos’altro è cambiato nell’aria, ma non saprei dire bene cos’è. La libertà è un’amica e per questo sono in buona compagnia. Sempre sola, per il resto. Non ho resistito a lungo, perché due persone che in comune hanno solo le differenze non vivono di grande sintonia, e l’unione può essere data solo dall’annullamento di una delle due volontà. I sacrifici, però, devono avere uno scopo. Tanto meglio il non sacrificio, che comporta comunque altri sacrifici, come quello di vivere sola.

Almeno torno alle mie convinzioni, a una vita che possa capitare anche a casaccio, ma senza dover assistere a stupidi litigi con poveri lavavetro colpevoli solo di non pagare le tasse e scappare da un paese difficile, senza dover presenziare a ridicoli appuntamenti con non-amici a cui poter dire solo: “Ciao!” e dopo: “Bene”, e poi ancora: “Ciao!”. Non farneticavo dai tempi del liceo. Parlo molto quando sono coinvolta, quando ho sentimenti e ideali comuni alle persone intorno. Altrimenti resto in silenzio. E così restavo con gli amici suoi. Tanto affetto ho ricevuto da lui: è vero. Per questo dovrei stare zitta. Ma cos’è quell’amore che ti riduce al silenzio? È un amore che ti fa sentire fragile. Così mi sentivo, in fondo.

Quanto a lui, lo sa, gli auguro, come si dice spesso, il meglio, l’amore giusto, la felicità. Per quello che mi riguarda, prego per le solite cose, forse ho una maggiore spinta verso il viaggio e l’indipendenza, poi si annulla facilmente in questa società, cade ogni desiderio. Ho provato a viaggiare da sola, e al terzo giorno di mare ho rischiato di essere violentata. Due tizi mi seguivano mentre rientravo in albergo. Mi sono avvicinata alle uniche persone che c’erano in giro, una ragazza con un signore di una certa età e un uomo in carrozzina. L’hanno accompagnato a casa, mostrandomi dei quadri bellissimi di Anna Nevi, crocifissi e paesaggi. Loro, Anna e Giuseppe, mi hanno scortato fino all’hotel.

Forse non sto lasciando soltanto lui: ho voglia di nuovo di ribellione, di spinta vitale autentica, di riconoscere le mie verità.

Le cicale con i loro suoni si stanno calmando, oggi è il giorno di Ferragosto e, tanto per cominciare, non vado fuori porta. Quest’abitudine l’ha trasmessa Mussolini. E resto qui, a Roma, progettando di fare un giro in macchina per le strade della capitale (le ztl sono aperte). E non vedo l’ora che arrivi la settimana prossima, e non vedo l’ora che la festa ricominci: l’anno inizia in fondo il 1° settembre. Il 1° gennaio è solo la sua celebrazione ufficiale, religiosa. Ma la vita, la vita ricomincerà e non sarà come prima, allora perché ho voglia di piangere pensando all’affetto, all’amore? Perché non lo trovo in queste mura così meravigliosamente libere, in questo spazio ritrovato?

Forse noi donne nasciamo già con il concetto del giogo come culla. Stavo bene anche con lui, perché oltre al sacrificio c’era la felicità. Ora c’è solo libertà e libertà, ma niente di felice; qualche speranza.

04 Giu

Cronaca di una convivenza. La riunione di condominio

Quando non c’è, la casa reclama la sua presenza, quando c’è miracolosamente è uguale a prima. Mi chiedo se è vero che dobbiamo essere tutti fratelli. Allora perché alcuni ci spingono nel baratro? Dovremmo porgere l’altra guancia per dare retta a chi ci fa sbagliare? Non è stato solo il prete, no, e queste mura mi sembrano stupide adesso: come al solito me ne andrei. Con Daniele stavolta. Lasciando questa casa a una coppia nuova, che non sentirà il soffitto che pesa sulla testa e il pavimento che vacilla la notte. Colpa del treno che passa qua sotto. Non riesco a curare neanche le piante, spero che piova tutti i giorni così la pioggia le annaffierà. Sono mortificata però continuo a credere che non sia colpa mia. Ognuno viene punito con torture diverse. Chi lavora 20 ore su 24, chi è completamente solo, chi un giorno ha conosciuto l’alcol e non s’è staccato più, chi vomita tutti i santi giorni…

Non è da me essere pessimista, ma sono stata ottimista per un anno e mezzo, quasi due. Si sa che le maree annegano tutto. Non ho più la sua fiducia. Aspetto il ricambio delle maree, sperando che l’unico uomo che sia mai riuscito ad amarmi (ce ne vuole di pazienza per amare me), abbia anche la pazienza di ritrovare la fiducia.

A casa fa freddo, non basta il pigiama con i pantaloncini, di nuovo due coperte sul letto. Le odio perché non lo coprono fino in fondo, è un letto più grande di quelli normali e l’enormità adesso mi irrita, perché non serve. Piccolissime ferite mi fanno piangere e addormentare prima del solito. Ormai ho capito che non mi è chiesto di vivere la fede in maniera integrale. Faccio due conti, e stasera c’è anche la riunione di condominio.

Se il vecchio vicino mi chiederà perché ho tolto la striscetta bianca dal mio citofono, gli dirò che mi piaceva il cognome che c’era sotto, che tornerà con me presto, solo che non so quando. “Stia attenta, è pericoloso portare un uomo in casa, lo può fare solo se porta questa al dito”, indicando l’anello d’oro. “Io la fede ce l’ho anche se non la porto. Ho questo ciondolino con la Madonna al collo, le basta?”.

Infine, stasera sorvolerò la riunione di condominio, tanto di accuse e litigi ne ho abbastanza. Andrò a prenderlo quando stacca da lavoro.

“Vuoi mangiare fuori?” mi ha chiesto

“Voglio stare con te”. E per le decisioni del condominio mi affiderò alla volontà della maggioranza.

Cronaca di una convivenza.  I gamberi.

Cronaca di una convivenza. Lo specchio di Kundera.

11 Mag

Torna "Cronaca di una convivenza"!

Sola. Quello che avevo sempre voluto: “Cosa vorresti fare da grande?” chiedeva papà. “Andare a vivere da sola”. Le altre bambine: “Sposarmi, avere figli, diventare una principessa…diventare…”. Avevo ambizioni lavorative, ero indecisa tra essere ballerina o giornalista. Di giornalisti in casa non ne avevamo. Era tutto mio quel desiderio. La tisana al limone e allo zenzero comunque non si può bere.

Così, hai voglia a ragazzi da deludere! In determinati modi. Mi bastava essere me stessa e venivo liquidata nel giro di un solo mese, 3 se ero fortunata. In 29 anni la mia relazione più seria aveva toccato i 10 mesi. Poi mi sono trasferita in questa casa. Quando mi sono trasferita, stavo già da 9 mesi con Daniele. Era automatico chiedergli: “Vieni con me?”, anche perché io non ci sapevo stare, da sola. Volevo, mi sarebbe piaciuto da piccola, ma anche la ballerina sarebbe stato un bel mestiere!

Daniele era incerto, non voleva condividere casa con me perché era casa mia, e si sentiva ospitato. “Ma vieni, che ci frega?”.

Tempo 6 mesi e l’ho lasciato. Volevo essere libera, per la prima volta: casa mia, amici miei, pensieri miei; mie scelte. Non stavo passando neanche un bel periodo equilibrato, diciamo. Mi è bastata la frase di un prete a farmi mettere in questione tutto quello che avevo creato e desiderato fortemente per un anno.

Ma non voglio parlare di preti, dare la colpa ad altri. L’uomo che con tanta pazienza avevo convinto a dormire, mangiare, guardare la tv dentro le mie mura domestiche, vicino a me, era andato via perché volevo riprendermi il mio spazio, forse – in qualche modo devo ancora motivare perfino a me stessa una decisione che ancora non capisco – . Bene, serena, cene a casa con amiche e amici, compresa un’ex compagna dell’università che ora sta in America, temporaneamente nella capitale, a casa mia. Via tutto quello che mi ricordava di lui.

È durata circa 3 settimane questa situazione. Poi è bastata una citofonata, alle dieci di sera. “Amore”, mi parlava dal marciapiede, siamo stati mezz’ora e più a parlare, con l’acqua nel pentolino che bolliva ininterrottamente, gli ho detto: “Se mi amavi venivi oggi pomeriggio. Lo sai che io la sera devo stare calma, per riuscire a dormire”. Ho chiuso il citofono, e tutta l’acqua era evaporata.

Mi sono stesa sul divano e ha cominciato a farmi male la schiena. Mi capita quando sono molto triste, per non dire depressa.

La mattina dopo, appena sveglia, come se niente fosse gli ho mandato un messaggio per dirgli: “Andiamo stasera a mangiare il sushi?”. E siamo tornati insieme, lui a casa sua e io a casa mia però.

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23 Dic

Pensiero e realtà n. 30

Il Natale è arrivato praticamente e io mi sento del tutto impreparata. L’albero è acceso, il presepe creativo installato – ho usato la forma del pandoro Bauli di cartone per fare la casetta della Sacra Famiglia, come a dire: ricordate, sotto il pandoro c’è Gesù, è questo il significato del Natale. Ma non so quali altri significati dare al Natale, visto che sono ancora tanto lontana dal segreto dell’amore.

 

Questo è il primo, anzi, il secondo Natale che passo in compagnia di una persona che mi ha saputo mettere i piedi per terra. Prima volavo, presa da mille cose, mi stranivo per niente e mi infatuavo di fantasmi, Vip e artisti scarsi. Non avevo nessuna autostima. Così cercavo qualcuno, accanto, che brillasse di un valore aggiunto. Non mi bastava un banale essere umano. In Daniele amo tutto, amo la persona, il sentimento, le fragilità, amo le idee che odio e  tutto quello che non sono. È molto più abile di me nelle pubbliche relazioni; ormai parla anche più di me con i miei amici. I miei ex amici, ora i nostri amici.

 

Quello che dico a me stessa è che per riscattarmi, per non essere più in debito verso chiunque per tutto questo amore, dovrei essere amica di tutte le persone che esistono su questo pianeta. Morti inclusi. Invece non mi ci vuole molto per etichettare, come al solito, come facevo prima o forse di più.

 

A volte sono verde di rabbia per la gelosia, perché mi sento in disparte. Non succede spesso. Sabato sera abbiamo litigato. È vero: non mi piace stirare le camice.

 

Non mi piace neanche fare le lavatrici, perché abbiamo la lavatrice in balcone e io prendo freddo. Cucino, però, e non male. Tengo più o meno in ordine la casa, passo la scopa e lo straccio, ogni tanto. Questo non basta per riscattarmi. Dovrei fare molto più di così. Almeno stirare e lavare bianchi, colorati, capi neri eccetera.

 

Stamattina ho ricevuto una telefonata benaugurante da una persona. Si tratta dell’ambito lavorativo. C’è un progetto e crescerà: dopo la Befana tornerò a lavorarci. Abbiamo trovato una persona valida a cui affittare l’altra parte della casa. Lavora molto e risiede fuori Roma. Sono già meno preoccupata di prima, sull’argomento.

 

Oggi nel pomeriggio, dopo una scorpacciata di carne al sangue (non sono vegetariana) in un ristorante in cui eravamo stati 4 mesi fa, abbiamo incontrato un mio amico. Ci ha regalato una splendida cornice in legno. Daniele non vuole essere fotografato, così non so cosa ci metteremo dentro, però è stato un bel pensiero. Noi gli abbiamo portato una confezione di biscotti al cioccolato. La sera a cena è venuta una mia amica, le abbiamo regalato un piccolo albero di Natale in vetro e lei a noi una Stella di Natale.

 

Daniele mi prende la mano, stiamo sul divano, e mi dice: ‘ti amo’, ‘eh?’, ‘ti amo’, ‘sì?’. ‘tantissimo’, dice il fidanzato e mi sento squagliare dolcemente, peggio che il cioccolato, peggio che il caramello. Sta giocando con un videogioco, ora brucia tutti gli alieni. Vicino a noi ci sono il cane e la papera di peluches. Il cane me l’ha comprato da I., me ne ero innamorata, la papera stava seduta sul seggiolino della sua automobile prima che arrivassi io.

 

13 Dic

Pensiero e realtà n. 28

Tutto ruota intorno alla fatidica cena di venerdì, domani. Ma i preparativi culinari sono soltanto mentali. Ho in programma di preparare un rustico con olive e mozzarella, patate alla piastra cacio e pepe e il mio tiramisù. Comincerò da questo, oggi. Mi sono vestita per scendere al T. – il discount più vicino – e comprare gli ingredienti, poi però mi sono intrattenuta con il pc, le email, le offerte di G. per cene da 29 euro e pernottamenti scontati fuori porta. Peccato che il mio ragazzo non ami le terme, altrimenti avrei già preso un coupon per un albergo vicino Saturnia. La cena con i genitori che conoscono i genitori è praticamente arrivata.

 

Tutto ruota già intorno al Capodanno. Daniele insiste: ‘decidi tu! Decidi tu!’, allora propongo qualcosa e lui risponde: ‘no. Non mi piace’. Ieri c’è stato un piccolo battibecco, così ho detto: ‘facciamo in questo modo: io a Capodanno resto a casa, tu vai dove ti pare’. È vero, da quando ho trovato lui ho cominciato un po’ a trascurare gli amici. Per Capodanno più che organizzare cene fuori e feste improbabili mi piacerebbe solo stare insieme a lui. Ma rimanere tra le mura domestiche non avrebbe senso. Avrebbe senso se vivessimo lontani normalmente, ma queste mura le condividiamo già. Per fare qualcosa di speciale, è sempre essenziale dimenticare cosa si fa tutti giorni, anzi si deve prendere quello che si fa tutti i giorni e stravolgerlo. Così, mi piacerebbe stare in una casa in montagna davanti a un camino, perché normalmente vivo in città con il riscaldamento. Alt! Siamo ancora in tempi di recessione. Il primo stipendio buono del suo nuovo lavoro è arrivato, ma abbiamo ancora questa benedetta casa da affittare. E ci sta dando non pochi problemi. Quanto a me, il progetto di rivisitare il romanzo è da farsi nei ritagli di tempo. C’è un bel progetto con un socio della vecchia agenzia dove lavoravo, ma i ricavi arriveranno in estate. Come una formica, comincio a lavorare.

 

Il battibecco di ieri sera era del tutto inutile. Cambiando canale ho beccato per caso Pretty woman, a un certo punto c’era George Clooney svestito e l’ho guardato come si guarda un bel corpo nudo fuori dalle lezioni di anatomia e di arte. S’è alzato e se n’è andato a letto. ‘cosa succede?’, gi ho chiesto: ‘sei arrabbiato per questo, per quello o per quell’altro motivo?’. Ogni periodo ha i suoi motivi di nervosismo. Non mi voleva rispondere. Alla fine ha detto: ‘ho visto come guardavi George Clooney, se avessi guardato così Belen chissà quanto ti saresti arrabbiata’. Mi ha tenuto il muso per mezz’ora così sono tornata in salone. Poi mi ha detto: ‘vieni a letto’ e si era addolcito.

I pensieri si stanno sempre più adeguando alla realtà, e la realtà ai pensieri. ‘time after time’, dice una canzone.

http://www.youtube.com/watch?v=VdQY7BusJNU

 

26 Nov

Realtà n. 25 (dicembre a novembre)

Mioaffitto mi chiede di riposizionare l’annuncio ma per il momento intendo spendere zero centesimi per affittare la parte vuota della casa. L’appartamento infiocchettato è molto grande. Io e il fidanzato occupiamo poco più della metà dei metri quadri calpestabili. Abbiamo un salone con cucina, un bagno e una stanza da letto. Oltre la porta, però, c’è uno spazio ancora in parte da arredare: nell’ottica dei miei genitori affittando l’altra zona dovrei avere un reddito utile almeno a pagare le spese e il supermercato. Poi è arrivato il fidanzato – è lui che mi aiuta, adesso, mentre oltre la porta è ancora tutto sfitto.

 

Ci siamo accorti che 1.100 euro al mese non possono bastare per due. E se vogliamo tornare a vivere e a respirare – se vogliamo stare tranquilli con i soldi, gli amici, le uscite e le tante cose belle che il sistema, freddo e incauto, ci vende – non dobbiamo soltanto affittare l’altra parte della casa: dobbiamo affittarla in fretta!

 

Stamattina sono stata al negozio “Tutto a mezzo euro” e ho comprato 1 euro e 80 di adesivi per il Natale. Li voglio nascondere fino all’8 dicembre. A dire la verità sono uscita con il pensiero di regalare qualcosa a Daniele ma già rinunciare alla cifra di 1 euro e 80 centesimi – quasi 2 euro: una colazione al bar o una confezione di prosciutto al supermercato – è stato faticoso. Ma Natale sta arrivando e il fidanzato mi ha raccontato che quando lui era piccolo suo padre appiccicava gli adesivi natalizi alle finestre – così ho pensato che poteva essere l’ideale soluzione.

 

Sto davanti a uno dei canali musicali su cui mi sintonizzo spesso, alla tv un video si succede a un altro e io prendo fiato e coraggio: ho già fatto una lavatrice e ora mi tocca mettere a posto bagno, salone con cucina e camera da letto. Alle quattro arriva l’agente immobiliare che ci ha venduto casa – per vedere com’è cambiato l’appartamento dopo la ristrutturazione. Le chiederemo consiglio per gestire l’affitto e i contratti.

 

Il pensiero del Natale mi perseguita quest’anno. E non è ancora dicembre. Al di là degli oggetti, delle Natività, degli adesivi per le finestre e delle stelle di Natale, sotto rifletto su quello che sto facendo di bene e di male. Ho smesso di andare a messa, è da un mese e mezzo, da quando sono entrata in questa casa. La verità è che mi dispiace lasciare il fidanzato da solo, che la domenica improvvisamente mi sembra freddo fuori e non mi va di prendere la macchina e di stare là da sola senza di lui.

 

Per il resto, sono risolti i rapporti familiari, ormai subordinati a un quieto vivere di base. Lascio stare le relazioni che mi portano a sentimenti strani: invidia, gelosia, antipatia, insofferenza. Però rimane forte in me un senso di giustizia e di rispetto che non mi dà pace. Continuo a fare di tutto per portare chi mi ferisce a capire il mio risentimento. Questo forse l’ho preso da mio padre. Ma è qualcosa che allontana molte persone. Così non so come giustificare la mia voglia di Natale. Se bisogna perdonare ‘settanta volte sette’, preferisco, per il momento, ‘non gettare le perle ai porci’

Natale arriva

Pacchetti di Natale, pandori grassi con le gocce di cioccolato, piante rosse dette ‘stelle di Natale’, biglietti da spedire a parenti e amici lontani, etichette brillanti per indicare il nome del destinatario di un regalo, mercatini pieni di presepi, strade affollate con vetrine colorate di fiocchi di neve finti, e poi pranzi, cene ipercaloriche e rumorose, ma non si parla di religione né di politica seduti a tavola, si descrivono solo ricette e si raccontano piccoli aneddoti quotidiani.