01 Lug

L'Ode al Monte Soratte di Damiani

C. DAMIANI, Ode al Monte Soratte, Monterotondo, Fuorilinea, 2015.

Ode Monte Soratte Damiani

Cè qualcosa che si può chiedere a questo libro e che non si può pretendere da tutti i libri: la pace interiore, l’armonia, la riconciliazione con la natura. Ode al Monte Soratte è una raccolta di versi provocatoria per il mondo in cui viviamo: Claudio Damiani infatti non canta né l’apologia del traffico, né la funzionalità degli elettrodomestici, né le formidabili innovazioni dei pc e nemmeno l’efficacia dei telefonini intelligenti… «Per lui i luoghi sono esseri viventi, come persone, con un loro carattere, un loro modo di essere, di comportarsi, di pensare. E con loro dialoga»: lo leggiamo nella sua breve biografia all’inizio del volume. Ma si allude a un certo tipo di luoghi molto ristretto (eppure infinito): i luoghi naturali.

Sono due i riferimenti che saltano subito alla mente per quanto sono espliciti nel testo. Questa Ode al Monte di Damiani ricorda da vicino il Cantico delle Creature di San Francesco e la lettera al Monte Ventoso di Petrarca (non a caso, il dialogo Quadrara delle Aquile ha come interlocutori proprio un Francesco e una Laura). Credo quindi che il titolo del libro potrebbe essere esteso con l’inserimento di un aggettivo che lo connoterebbe con fedeltà: Ode francescana al Monte Soratte. L’attributo si riferirebbe sia allo stile povero e semplice, sia al contenuto mistico, che non è in secondo piano e inneggia a un recupero del rapporto con la natura e i suoi elementi, come già quel famoso cristiano che un giorno decise di dare via gli abiti di famiglia e prese a parlare con gli animali, riuscendo a muovere a compassione perfino il papa. Claudio Damiani sembrerebbe seguire alla lettera quel Cantico delle Creature, se non fosse per un particolare. Il Sole, che in Francesco simboleggia l’Altissimo, il primo tra i fratelli (a cui seguono a ruota sora Luna e le stelle, frate Vento, sor’Acqua, frate Focu e matre Terra) è qui sostituito dal Monte. Fra tutte le creature, infatti, il poeta Damiani, che vive ai piedi del Soratte dal 2006, canta la montagna, il luogo naturale più vicino al cielo.

Volendo intraprendere un’interpretazione psicoanalitica, possiamo partire dalla semplice constatazione che il sole in Freud e in Jung rappresenta il padre e la sua presenza così forte nel componimento di San Francesco si spiega bene: Francesco cercava soprattutto il padre, o meglio il Padre, per questo aveva affidato al Sole un ruolo primario fra tutte le creature. Ma nelle liriche di Claudio Damiani, nell’Ode al Monte Soratte in particolare, la montagna sostituisce di fatto il sole. Che cos’è, allora, questa montagna? Sigmund Freud fu un grande estimatore delle montagne: amava passeggiare a lungo d’estate per contemplare i paesaggi dalle Alpi (spesso proprio dall’Italia). Il suo imperativo di salire sulle montagne e mangiare le fragole, scritto in una lettera a un amico, è rimasto impresso come un invito ad astrarsi dal mondo per dedicarsi al piacere dopo una faticosa scalata. I significati della montagna possono essere molteplici: già nelle Sacre Scritture questo elemento paesaggistico assumeva ora la sede della dimora del Signore, ora le caratteristiche della malvagità. In Claudio Damiani il monte è quasi un soggetto da sfidare: «Tu te ne stai sopra e troneggi / ma io vengo fin lassù, cosa credi!». La montagna però corrisponde anche alla conoscenza del mondo, alla pienezza del tutto che si può raggiungere solo da una vetta, da lontano, dall’alto: «Tu vuoi farmi vedere tutto, sei come un bambino / e vuoi raccontarmi la tua storia». E in questo riferimento preciso alla storia della montagna si aggiunge un elemento metapoetico.

Ci possono essere senz’altro dei pericoli nei percorsi fino in cima: «Io avevo un po’ paura delle vipere / per la stagione e le erbe troppo alte / così abbiamo battuto la terra prima per allontanarle». Del resto, il monte non è perfetto: ha visto anche il passaggio delle streghe e dei briganti! Ma in queste pagine, come nel rapporto psicoanalitico, l’individuo sul sentiero è solo con se stesso e può essere attraversato da una fatica paralizzante: «Facevo molta fatica. Mi sono fermato / e mi sono seduto / in mezzo al sentiero, / tanto, ho pensato, / su questo sentiero / cammino solo io / non intralcerò la strada /a nessun altro» (straordinariamente novecentesco, qui, si avverte l’impasse per cui sembra che l’io poetico ammetta di poter intralciare la strada a se stesso: «non intralcerò la strada / a nessun altro»).

La montagna è la sede delle difficoltà da superare per arrivare fino all’ultimo tratto da scalare e rilassarsi, da soli o in compagnia, osservando il paesaggio celeste o terreno, con il cervello iperossigenato e i muscoli stanchi: via dai rumori, via dagli obblighi, via dalle incomprensioni. Si ha l’impressione, a tratti, che l’io poetico sperimenti un’identificazione con il monte stesso, una fuga da una condizione umana fragile e insoddisfatta: «Avrei voluto capire di più / e essere più amato, essere più capito / io stesso». Sono svariati i riferimenti all’infanzia come a uno stato di purezza e meraviglia, recuperabile solo con un concreto sforzo.

L’altro riferimento evidente dell’Ode al Monte di Claudio Damiani è la lettera al Ventoso di Francesco Petrarca, indirizzata al monaco Dionigi da Borgo San Sepolcro, che aveva regalato al poeta le Confessioni di Sant’Agostino. Anche qui, una montagna da scalare, anche qui, frequenti difficoltà che però non portavano a mollare la presa, ma a proseguire fino alla vetta. In entrambi i casi è una scalata che avviene con un familiare: Francesco Petrarca saliva sulle altezze insieme al fratello Gherardo, ben più sicuro di lui, Claudio Damiani invece si fa accompagnare dal figlio Antonio, di cui, grazie alla Nota che chiude la raccolta, conosciamo l’età attuale (12 anni) e l’età dell’epoca (al tempo della scrittura della poesia ne aveva 7). Il tema religioso appare chiarissimo nel verso conclusivo, in cui il soggetto si sente il bambino nel quadro Madonna Litta di Leonardo, come se non fosse sul monte nel ruolo di padre che accompagna un figlio, ma come figlio a sua volta.

Il dialogo Quadrara delle Aquile era già uscito nel libro-catalogo di Giuseppe Salvatori, Diomira, 1978-2006 (Galleria d’arte Marchetti, 2006). Si tratta di un dialogo sulle montagne, sugli alberi, sugli uccellini, si tratta di sospensione senza il senso delle vertigini perché sul monte ci si sente leggeri come angeli. Di nuovo un timido richiamo a San Francesco: «Le erbe erano umili», mentre due pagine più avanti Francesco viene finalmente nominato: si parla della necessaria sopportazione delle formiche, che subito saltano addosso quando si è sdraiati sull’erba. Occorre sopportarle seguendo l’esempio: «San Francesco negli ultimi giorni di vita aveva quel tormento dei topi, che lo infastidivano continuamente. Ma lui doveva sopportare».

Doveroso, alla fine, è spendere almeno due parole sulle meravigliose illustrazioni di Giuseppe Salvatori, non perché due parole bastino, ma perché chi scrive questa recensione non si intende particolarmente di storia dell’arte contemporanea. A ogni modo, i disegni neri che affiancano i testi di Damiani presentano stretti richiami con le macchie di Rorschach, il test finalizzato a scoprire la personalità degli individui attraverso associazioni a partire da macchie simili alle illustrazioni di Salvatori. Forse perché le montagne ci aiutano a scoprire noi stessi?

Ornella Spagnulo

Ode Monte Soratte Damiani

La recensione si trova all’interno della rivista letteraria “In Limine”, 2015, n. 11.

Il pdf è qui: Ode Monte Soratte Damiani

(In questa versione online, per comodità, ho eliminato le note).

05 Ott

Il fico sulla fortezza, di Claudio Damiani

Stavolta non ho preso il vecchio lapis. Volevo sentire bene le emozioni. La poesia di Damiani è fatta di questo: parole, sguardi, panorami, considerazioni che danno sensazioni, emozioni, gioie, dolori. È questo che si chiede a un poeta. Il lessico scelto è essenziale, scarno, in una sana ricerca dell’equilibrio. Tra i temi, la raccolta offre molto alla morte, un argomento che in Occidente non prevede questi canali tranquilli, pacificati. Invece Claudio Damiani ci crede nella morte, o non ci crede, crede che sia come una gatta da accarezzare e da tenere là vicino. Perché “Noi adesso siamo qui” ma domani potremmo essere da un’altra parte, magari in un luogo incantevole. Eros e thanatos, certo. L’amore che si respira ha la forza e l’inconsistenza piacevole dell’amore adolescenziale e bambino. Il poeta Damiani non è certo di quelli che si consumano con i fiori di piante ultra-rari di orchidee nere, ma è più poeta delle margherite e se nel titolo c’è un fico, moribondo, su una fortezza, è forse per Montale e i suoi limoni. Ma possiamo far dire ai poeti quello che non ci hanno palesemente detto? Sì. A queste poesie io faccio dire: “Che meraviglia”, e “Che pace!”. E avendo la fortuna di conoscere Claudio Damiani, anche se da poco tempo, riconduco quell’umiltà a quest’umiltà, quella serenità a questa serenità.

C’è molta terra e poca aria, poco fuoco, se posso dirlo, ma molta, beata, acqua salvatrice. Damiani vorrebbe suggerire all’umanità una strada per la pace. Se Papa Francesco leggesse certe liriche probabilmente le citerebbe a sua volta. Anche se la religiosità qui non è affatto quella stanca delle chiese, ma quella pura dello Spirito.

Questa è una poesia fatta di dialoghi. Niente Decadentismo: Rinascimento al quadrato. Capisco la duplice affermazione di Giovanni Mariotti, quando afferma che Damiani è sia poeta che Maestro. Magari non è neanche tra le sue intenzioni: non è che si diventi maestri per scelta, è una vocazione, come l’artista. Ecco, un maestro artista. Claudio Damiani butta dei semi come il fico che è sulla fortezza: per i posteri. Non lo dico io, ma la poesia centrale, quella sul fico e i suoi numerosi figli che moriranno tutti insieme, come “soldati intrappolati”. Ma gli uccelli spargeranno altri semi e così i fichi rimarranno, vedranno altre terre, rivivranno.

Questa poesia fa rivivere, e non c’è altro da dire.

Ornella Spagnulo

17 Giu

La poesia contemporanea nelle antologie, a "Viva, rivista in carne e ossa"

Il motivo per cui leggo di più i classici è che 1) mi infastidisce l’idea di leggere autori che non rimarranno nella storia della letteratura, 2) quando leggo un autore o un’autrice contemporanea ho paura di imitarne per riflesso lo stile, 3) per scrivere devo farmi influenzare da scrittori e scrittrici che fanno parte della storia della letteratura, 4) leggo con lentezza e impiego molte emozioni nella lettura, per esempio non posso leggere di sera: le troppe emozioni mi svegliano, e dato che ho una vita soltanto e non posso leggere tutti i libri che vorrei, dovendo fare una scelta seleziono i classici e, tra le nuove uscite, mi dedico soprattutto agli autori contemporanei che sembrano palesemente destinati a durare in eterno.

Siamo arrivati al punto: gli autori contemporanei che rimarranno. Chi sono? Dentro di me, alcune idee ce l’ho, ma sono segrete, al massimo le scriverò su un foglio così, quando sarò morta, si potrà controllare se intuivo la verità. Certo è che chi scrive, oggi, ha due possibilità di riuscire: se i critici attestano con proverbiali deduzioni logiche e/o sentimentali che i suoi libri sono frutto di un lavoro nobile, e non di narcisismo, o grazie alle vendite. Le recensioni dei critici possono basare tutto sulla ragione, sì, ma spesso partono da un sentimento, o dovrebbero partire da un sentimento, nel senso non amoroso, ovvio, o almeno non di un amore inteso come per l’uomo o per la donna, ma verso un libro, una poetica, una scrittura. Altrimenti, un autore (o autrice) può emergere se i suoi libri sono comprati dalla maggioranza, che arriva a riconoscere la scrittrice o lo scrittore in questione per strada alla stregua dei personaggi famosi più tradizionali: gli attori, i musicisti, i presentatori, i presidenti della Repubblica… Il fatto è che il successo si porta dietro necessariamente degli insuccessi. Se non fosse così, vivremmo nel migliore dei mondi possibili e tutto sarebbe splendido, buono, necessario e sublime. L’insuccesso che capita a chi ha avuto successo è in genere essere oggetto del cieco parlar male di chi ha raggiunto le vette, da parte del popolino o degli esclusi dal Parnaso. È determinato dall’invidia dei più ma anche da un avvertimento che Gesù ci aveva dato nella notte dei tempi: “Nessun profeta in patria”. Poi ci sono le eccezioni.

blog poesia

Viva, una rivista in carne e ossa

Le eccezioni sono raccolte nel prossimo numero speciale di “Viva – rivista in carne e ossa”. Alla Nuova Pesa centro per l’arte contemporanea, in via del Corso 530, giovedì prossimo dalle 18:30 un reading di poeti italiani che sono già entrati a fare parte delle antologie. Intervengono: Claudio Damiani, Giancarlo Pontiggia, Patrizia Cavalli, Filippo La Porta, Valerio Magrelli, Laura Pugno, Davide Rondoni, Ottavio Rossani, Umberto Piersanti, Rossella Frollà, Giovanna Rosadini, Francesco Napoli, Vanni Pierini, Adriano Napoli, Daniela Attanasio, Franco Buffoni, Nicola Bultrini, Maria Grazia Calandrone, Rossella Tempesta e altri.

La poetessa Patrizia Cavalli

Patrizia Cavalli

Claudio Damiani Viva rivista

Claudio Damiani, “Il fico sulla fortezza”

Viva rivista. Davide Rondoni

Davide Rondoni, “Si tira avanti solo con lo schianto”

Viva rivista Valerio Magrelli

Valerio Magrelli

23 Mag

Presentazione della rivista "Viva" e racconto di Angelo Gasparini

Blog tra poesia e racconti

Oggi vi segnalo un evento a Roma e ospito l’incipit di un racconto di Angelo Gasparini pubblicato dall’Erudita.

Presentazione della rivista “Viva”

Per chi si trova a Roma, oggi presentazione di “Viva, una rivista in carne e ossa”, in via del Corso 530, alle 18:45. Nella redazione: Claudio Damiani, Nicola Bultrini, Stas’ Gawronski, Giuseppe Salvatori. Il tema del primo numero è “Terre”.

Opere d’arte nuove o riproposte, nuova socialità nel nome dell’arte e per l’arte, come una rivista dovrebbe fare.

Tra gli ospiti: Maria Pia Ammirati (La danza del mondo, Mondadori), Daniele Mencarelli (Figlio, Nottetempo), Lucio Saviani (Voci di confine. Il limite e la scrittura, Moretti & Vitali), Lucilla Catania (scultrice): Stareeandare (Museo Nazionale d’Arte Orientale e Palazzetto Venezia – Giardino degli Aranci). Aperitivo finale.

La Nuova Pesa Centro per l’Arte Contemporanea

 blog poesia

Rui Costa, la Fenice. Racconto di Angelo Gasparini. Incipit

Rui Costa è arrivato al Milan nell’estate del 2001, fra tanto entusiasmo e i soliti scettici che dicevano che non avrebbe trasformato un buon battaglione nell’armada invincibile. Il mio vicino di casa, che è da sempre un tifosissimo viola, mi aveva detto “i traditori li giustizieremo quando passano a Firenze”. Lo diceva con rabbia, ma in realtà era molto dispiaciuto, era il disprezzo degli amanti quando non sono più ricambiati. L’anno prima, era andato al canile ad adottare un cucciolo e l’aveva chiamato Rui.

Di Rui Costa, si diceva che fosse un uomo del presidente, uno di quelli che il proprietario dell’A.C. Milan avesse comprato senza consultare allenatori od osservatori. Nella Fossa dei Leoni, si definiscono uomini o acquisti del presidente tutti quei giocatori che hanno doti balistiche ineccepibili, belli da vedere, spettacolari ed entusiasmanti, non per forza determinanti, ma esteticamente parlando perfetti e imposti dal presidentissimo, quasi aprioristicamente. Rui, in effetti, aveva tutte le carte in regola per rientrare a pieno nella categoria e, rispetto a tanti altri numeri dieci che oscillavano tra genio e sregolatezza, in più era un grande professionista. Rui Costa avrebbe preso il posto di un certo Zorro Boban, un giocatore dal grande carisma e dal carattere assai difficile; solo il vulcanico Ibrahimovic, qualche anno più tardi, sarebbe riuscito a farci scordare il temperamento del campione croato. Ad ogni modo, facendo dietrologia, Zorro era stato il numero dieci di un decennio incantato e irripetibile, un periodo fatto di successi nazionali e internazionali ma, soprattutto, l’eroe di quella strepitosa rimonta che nel 1999 ci aveva portato a vincere uno scudetto in rimonta contro una Lazio molto più forte (ma anche più stanca) della compagine rossonera.

(da I più grandi numeri 10 della storia del calcioL’Erudita, 2013)

08 Mag

Claudio Damiani sulle Nuove Terzine di Ornella Spagnulo

Questo è un breve giudizio di Claudio Damiani sulle mie Nuove TerzineHo letto alcuni tuoi testi, mi piace la tua immediatezza, la tua frontalità bruta, libera, e il modo fintamente naïf con cui usi le parole, complimenti“.

Ringrazio molto Claudio Damiani, poeta che ammiro infinitamente.

Ornella Spagnulo

claudio damiani poesie

Claudio Damiani (1957) ha pubblicato diverse  raccolte poetiche. Nel 2010 è uscita un’antologia a cura di Marco Lodoli, per la casa editrice Fazi. Nel 2012 ha pubblicato Il fico sulla fortezza.

Tra i riconoscimenti che ha ricevuto finora, c’è il Premio Dario Bellezza, il Premio Montale, il Premio Mario Luzi, il Premio Unione Scrittori.

Le sue poesie sono tradotte in varie lingue.