16 Feb

Cronaca di una convivenza. Email indesiderate

Email blog

Cancello l’ultima email indesiderata della giornata, non si trattava in realtà di un’email non desiderata ma di una (e)lettera che ha deluso le mie aspettative. Tutte le lettere sono potenzialmente interessanti, perché con la scrittura si comunica più verità (quando si comunica) rispetto alle normali parole, quelle che volano.

Nel forno, le melanzane cuociono da 5 minuti, giusto da quando una ragazza che voleva vedere l’altra parte della casa se n’è andata. Sarà difficile affittare quella zona di casa fino a che sulla parete in alto resterà una macchia di muffa. L’amministratore ha scritto che manderà presto qualcuno.

Per San Valentino piccoli litigi di una bambina viziata che pretende che a ogni festa comandata il mondo si fermi e giri intorno a lei, intorno a me magari (svelato l’arcano). Daniele ha dormito tutto il giorno e mi sentivo veramente molto arrabbiata, anche perché alcuni giorni prima un’amica single mi aveva chiesto: che farete a San Valentino? E io: di solito non facciamo niente, solo una cena più carina. Ma quella domanda ha poi suscitato in me profonde aspettative: in effetti per un anno potremmo fare qualcosa di diverso, e ho cercato tra le email, quelle indesiderate, le proposte di X Eventi per San Valentino. Costavano tutte un’enormità, o almeno il costo di una cena.

Così niente, mi sono svegliata tardi, era sabato e già appena sveglia mi giravano le scatole perché lui non mi aveva svegliato. Era uscito per aiutare un suo amico a comprare una macchina. Chissà se non l’hanno scambiati per due gay. Poi è tornato a casa e non mi ha portato nemmeno una rosa. In compenso abbiamo mangiato i cioccolatini che avevo comprato alla fiera del cioccolato, tre piccoli quadrati, con le scritte: Ti amo – amore – mio. Non mi ricordo se ho mangiato amore o ti amo, ma mio l’abbiamo diviso. Ho pensato che fosse un bel simbolo dividersi mio a metà col coltello. Poi, il sonno fino all’ora di cena, può capitare, eh, ma a San Valentino!

La mattina dopo ci siamo svegliati tutti e due a un orario decente e siamo andati a pranzo dai miei genitori a piedi. Un grande evento: di solito prendiamo la macchina. C’è stata qualche piccola discussione relativa al numero di uova utilizzate da mamma per la torta ed è stata superata anche grazie alla mediazione di mio padre, mentre Daniele mi stava affossando: ma ti sei mangiata la pizza con la Nutella ieri sera e ora te la prendi per quattro uova!

L’amore è un’email che qualche giorno sembra meravigliosa e qualche altro non riesci a capire. Ma non è mai un’email indesiderata.

Ornella Spagnulo

23 Nov

Cronaca di una convivenza. Il bilancio di un anno e i soliti stivali

blog letterariAvevo interrotto di nuovo l’aggiornamento di questo status continuo di relazione, casa, persona, perché il tempo non mi bastava per fare tutto, in particolare c’è stato il passaggio ufficiale dal primo al secondo anno che, al di là di una cerimonia accademica a cui poi non me la sono sentita di andare (c’era tutto un complicato sistema di assegnamento dei posti e se non arrivavi in tempo eri costretta a seguire l’evento da una stanza attigua con la proiezione del video), c’era, in soldoni, da consegnare la prima parte della tesi. Il primo anno del dottorato se n’è andato come rincorso da una strega su una scopa. Se scelgo di dire la verità, l’altr’anno non è stato un grande anno, per me. Ero rintronata, letargica, in sovrappeso. Ma quest’anno sembra partito meglio. Sono attiva, meno letargica, meno in sovrappeso. Cerco di rinunciare ai carboidrati e soprattutto evito di cucinare le torte. Anche Daniele è dimagrito. Ieri mi ha detto, stupito e illuminato: “Mi sembra che stiamo mangiando poco”. Nel weekend, però, trasgrediamo di più, e ora c’è l’invito a casa dei miei genitori, ora c’è l’invito dai suoi, alla fine se non si mangia la pasta si mangia qualcos’altro, un dolce, una buona schifezza, e così le tossiche particelle che trasportano i grassi e le calorie si depositano, e per noi che non corriamo e che non facciamo sport, non ci sono moltissimi modi di eliminarle.

Oggi ho fatto un’azione poco ortodossa. Due anni fa ho raccontato in questo blog di come una delle nostre due porte vicine fosse solita occupare parte della scalinata con un suo paio di stivali. Due anni fa, presa da un impeto di ribellione, una volta avevo spostato gli stivali da una parte della scala all’altra parte della scala. Risultato: nessuno, però mi ero divertita. Oggi, tornando piena da casa di mamma e papà, per fortuna a piedi, e memore di quando, mia madre, sempre molto tempo fa (oggi sono in vena di reminiscenze), mi disse: “Che maleducazione lasciare gli stivali sul pianerottolo!”, riferendosi evidentemente a una delle vicine, ho pensato a un piano, e l’ho anche messo in pratica. Ho preso un mio paio di scarpe da ginnastica rosse e le ho messe vicino agli stivali, sullo scalino. Poi mi ha chiamato Daniele, che era andato a pranzo da un amico a Centocelle, e ovviamente gli ho confessato la marachella. “Cos’hai fatto? Toglile subito!”, io ero in pigiama perché stavo facendo la siesta e ho replicato: “Dopo lo farò”. Rientrando, ha riportato le mie scarpette da ginnastica a casa. E penso che crescendo, un certo impeto anarchico non me lo toglierà nessuno.

cronaca di una convivenza

09 Ott

Cronaca di una convivenza. Tra ottimismo e pessimismo

ottimismo pessimismo

No, non baratterò l’ottimismo con il pessimismo solo perché questa volta, anche quest’altra volta, mi ha fregato. Certo, se ti aspetti il peggio di sicuro ti pari il sedere. Così, se cadi, ti fai poco male: era più il male dell’attesa. Aspettavamo da giorni questo benedetto ritorno nel luogo del bendaggio per levare la fasciatura, ma il conto alla rovescia della convalescenza non ha dato i suoi frutti, almeno non per ora: Daniele ha dolori più forti di prima. Oggi è tornato a prendere l’Efferalgan forte. Senza la fasciatura è più vulnerabile; una signora mentre stavamo andando a ritirare la cartella clinica l’ha inavvertitamente urtato, e lui ha tirato un urlo. Dentro al braccio, la pelle è tutta rosa, nuova. Gli hanno prescritto 10 sedute di fisioterapia che penso farà qui in zona. Ora è nello studio del medico di base con suo padre, per capire quanti giorni ancora dovrà restare a casa.

Io sono rimasta qua a scrivere e progettare, non mi ricordo neanche più quello che ho fatto oggi pomeriggio, ah sì, sono stata al telefono con mia madre per venti minuti, forse un po’ di più. Ho corretto il manoscritto. Sto arrivando a detestarlo: controllo i tempi verbali, le più piccole incongruenze o le grandi, per esempio il piano, sì, è fondamentale che il piano del monolocale resti quello, perché uno mentre scrive non è che ci fa tanto caso a che piano piazza il monolocale, a meno che non abbia particolari fissazioni sui numeri (come ne ho io, ma a volte le dimentico per fortuna). Allora ho dovuto controllare che il terzo piano fosse terzo piano sempre, perché un monolocale non può volare. E ancora: monolocale, sì. È facile descriverlo, ma poi ci sono varie versioni su cosa si intende davvero per monolocale, in genere una stanza sola con il bagno, ma poi si scopre che la cucina ci può essere, se piccola piccola, etc. etc.

Con il cattivo umore di Daniele, oggi mi sento a rotoli. Ho chiamato una mia amica e un mio amico ma non mi hanno risposto. Il divano bianco da vari giorni, ormai settimane, ha qualche rigo nero sul cuscino. Quando sono venuti i miei amici, lo scorso sabato, l’ho coperto con una stoffa colorata. Va portato in tintoria, quando ho provato a lavare le fodere del divano bianco in lavatrice si sono ridotte più nere di prima.

Porto avanti con fatica questa rubrica. Sono una promotrice degli inizi. Gli esordi mi piacciono, amo avviare i progetti, poi, alla lunga… Questo blog ha già due anni e un po’. Tra una settimana netta netta saranno due anni che vivo qua. Lui è arrivato un pochino dopo – questione di giorni. Me lo ricordo perché era il giorno di Santa Teresa d’Avila, e pensai che fosse una coincidenza bella. Anche la signora che viveva qua prima di me si chiamava Teresa. Sono stata ad Avila, ho visto dove pregava Teresa, l’albero di fronte al suo convento. Ho appena riletto il post che scrissi quel giorno.  Era di un entusiasmo mai sperimentato prima. Cerco di ritrovarne un po’. Credo che già se potessimo uscire per cena sarei più contenta: sono tre settimane che non usciamo. Spero che il dolore gli passi presto.

02 Ott

La convivenza e la lavastoviglie

A questa fase accetto, forse per la prima volta, il senso dei limiti dell’ispirazione. Nel raptus creativo la strofa di una canzone può perdere una congiunzione, e un sentimento scomparire da una pagina. L’editore mi ha detto: ‘rileggi e fai le tue correzioni. Non c’è da lavorarci tanto’, così mi ritaglio ogni giorno qualche mezz’ora quando tramonta. Purtroppo l’aspetto lirico di questa operazione stasera si è definitivamente perso perché la lavastoviglie in azione ha cominciato a suonare: non caricava l’acqua, così Daniele ha cercato di ripararla – sì, anche fasciato, con una mano sola –. E il destino di questa lavastoviglie mi interessa, visto che non amo molto lavare pentole, scolapasta, posate, bicchieri e piatti vari, piatti grandi e piccoli ed eventuali poggia-posate o spremiagrumi.

Tra una settimanella andiamo in ospedale per togliere la fasciatura alla spalla. Si spera almeno. Ma procediamo a zig zag. Sabato scorso l’evento al Maxxi con la rivista “Viva” è andato bene, ci sono stati tanti interventi, Maria Grazia Calandrone per esempio ha fatto un bel confronto tra l’ottico di Edgar Lee Masters e quello di De André, Simone Di Biasio ci ha storditi, in senso buono, con il dialetto di Fondi – mi manca un dialetto come mi manca una città d’appartenenza, poteva andarmi bene anche la provincia, non chiedevo di nascere a New York, ma sono nata a Taranto e in tre anni, mi dispiace, non mi è nato molto senso di appartenenza –, la poetessa e professoressa Gabriella Sica ha dato spunti acuti per una ridefinizione del concetto di poesia popolare, etc.

Daniele ora si esibisce in un improbabile inglese con il suo amico in Africa. Credo che sappia dire tutto o quasi in inglese, ma ha un accento pessimo, e mi ricorda me quando ero a Madrid (un’altra patria mancata, dopo l’Erasmus non ci sono tornata più). Mi esprimevo bene in spagnolo, parlavo con scioltezza però si capiva che ero italiana, al massimo mi davano della portoghese (non perché non pagassi).

E mentre guardo qua, al mio lato sinistro, il Meridiano Mondadori su Eugenio Montale che mi ha dato l’epigrafe per il  romanzo, Daniele dice a Tesfaye: ‘December is coming! Okay! Of course!’ (sembra che l’amico non sappia ancora se verrà qui a dicembre con la fidanzata). Alla fine, il pensiero va al tiramisù da preparare per sabato, quando verrà una coppia di amici miei qui, a tenerci un po’ di compagnia.

Niente, la lavastoviglie non riparte, non si trova il certificato di garanzia e i filtri sono rotti. Al telefono ora con Daniele c’è sua mamma, o suo papà. E io sto morendo di fame.

La Zanussi mi ha rovinato quest’ultima parte del pomeriggio, che stavo dedicando a un ispirato editing. Ma ora chiudo proprio, perché la fame mi divora.

 

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Terzo posto per il blog Cronaca di una vita intima cercando Alda Merini su Google.

Ornella Spagnulo

25 Set

Cronaca di una convivenza e il conto a rovescio della convalescenza

Il resoconto giornaliero nei tempi di malattia o convalescenza è quasi sempre uguale, si va di sottrazione. Un giorno in meno, un giorno in meno, dalla mattina a quando è buio, la fortuna è che ogni giorno è uno in meno. Al caro Hemingway, che consigliava di scrivere con sincerità: posso raccontare ai miei lettori quello che ha appena detto l’avvocato, cioè che ci farà sapere presto per i soldi dello scorso incidente? E che a me questa somma, incidente più incidente, proprio non piace? E che il più grande divertimento per Daniele in questo periodo è bere una Coca Cola dalla bottiglietta di vetro?

Il prossimo weekend forse una coppia di miei amici verrà a trovarci. Venerdì scorso abbiamo provato a raggiungere un sushi non molto lontano da casa, ma lungo la strada il compagno si lamentava per le buche, le buche di Roma a chi ha la spalla lussata non gli fanno tanto bene. Ma alle autorità della regione Lazio e della città di Roma non si può domandare anche questo: non si può richiedere di livellare l’asfalto, perché sarebbe una spesa troppo costosa, ci sono altre ‘priorità’, come aumentare la tassa dei parcheggi a pagamento, per esempio.

Non mi dispiace, sotto sotto, avere Daniele a casa con me, circa un’ora fa ho pensato: come farò quando tornerà a lavoro?

La sera non fanno più film belli come quest’estate. A volte ce ne stiamo ognuno con il suo computer a fare, a leggere. Ogni giorno, poi, lui mi ascolta ripetere la vita di Alda Merini: sabato ci sarà il grande evento al Maxxi. Nel frattempo, grazie a questa scusa, ho stretto amicizia con tre delle quattro figlie della poetessa, ci siamo scritte. Non l’ho mai viste di persona ma mi sento molto affezionata a loro.

Facebook è il Social in assoluto che più amo. Io e Daniele abbiamo cominciato a relazionarci in maniera intima proprio grazie a Facebook. Nel periodo in cui lavoravamo insieme non c’era mai stato niente, neanche un interesse da una parte o dall’altra. Andavamo a mangiare in pausa pranzo, ci raccontavamo le nostra sconfitte (io le mie angosce d’amore e lui i suoi incontri fatiscenti), dopo mi licenziai, e a quell’altezza non ci eravamo neanche scambiati i nostri numeri di telefono. Fu grazie a Facebook che mi contattò, un mese dopo più o meno. E gli raccontai per la prima volta come sono fatta, così mi invitò a uscire con lui e i suoi amici per non farmi passare il Natale da sola.

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 Ornella Spagnulo

18 Set

Cronaca di una convivenza. L'incidente

Mi sembrava strano che stesse andando tutto così bene. Sabato 13 settembre, data che da giorni mi lampeggiava in testa come se ci fosse qualche ricorrenza ultraimportante da ricordare, all’ora di pranzo il mio compagno ha fatto un incidente mentre ritornava a casa in motorino. Cosa insolita di sabato, gli avevano chiesto di andare in ufficio la mattina. Ero al computer quando dal suo cellulare mi ha telefonato una signora, che poi mi ha passato un poliziotto. Sono arrivata ed era steso a terra, intorno varie persone gli consigliavano di non muoversi. Urlava. Anche il poliziotto ha detto a me di non muovermi, quando sono arrivata. Secondo lui, se mi avesse visto si sarebbe agitato e avrebbe mosso involontariamente la spalla. L’ambulanza l’ha portato in barella al Vannini, Tor Sapienza (lì sono specializzati in ortopedia). Io correvo con la macchina dietro la sua scia rumorosa, fregandomene dei rossi e andando giù di clacson se qualche auto si metteva in mezzo.

Ho aspettato fuori: gli hanno fatto due lastre e le analisi del sangue. Ora è mezzo fasciato, con la spalla immobilizzata per una lussazione e il braccio piegato e la mano sinistra ha uno squarcio che hanno disinfettato, ma intorno alla ferita la mano è ancora sporca. Non vuole che io provi a pulirla, gli fa ancora male. In compenso, gli ho potuto lavare i capelli e mi sono ricordata dell’anno scorso, di quando mia madre mi chiese di farle uno shampoo in clinica, giorni dopo l’operazione. Non capisco quindi se fare lo shampoo alle persone più care sia un bel momento oppure no: il fatto è che se puoi lavare i capelli a qualcuno vuol dire che tutto sommato è vivo, e di questo bisogna ringraziare.

Il medico ha prescritto 30 giorni di riposo a Daniele. Gli capita di avere fitte alla spalla, ma passano con l’Efferalgan da 1000 due volte al giorno. Finalmente riesce a dormire a letto senza problemi: all’inizio vagava come un’anima in pena tra il divano e la camera, a volte si lamentava.

Mi sento ridicola a scrivere di questo, ma se non lo scrivo non cambia. E dire che sabato sera per la prima volta sarei dovuta salire in motorino dietro di lui, fino a Trastevere, per il compleanno di un’amica. Ero andata a prendere il casco a casa dei miei, tutto sporco, non avevo fatto a tempo neanche a pulirlo. Il suo casco si è mezzo spaccato dopo il botto. Il motorino invece non si è fatto nulla.

Ed è stupido chiedersi: “Ma perché?”, siamo tutti sulla giostra e l’importante è che ci siamo ancora, chi è mezzo fasciato e non può fare quasi niente per un mese, chi trattiene il pianto perché qualcuno ha detto: “Fatti una risata, non è niente, sai quante volte è successo a me”, chi sta in pensiero perché un figlio è finito all’ospedale e allora prende subito la macchina dal paese per tornare nella capitale, c’è chi ora esorta: “Vedrai, dopo i brutti periodi accadono sempre grandi cose, arriveranno buone notizie”, e lo sapevo che se era successo qualcosa di bello mi dovevo preparare a qualcos’altro, non tanto bello. “Non tanto bene”, scriverebbe Aldo Nove. Proprio non tanto bene.
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05 Set

Analisi di una convivenza n. 1

Sulla ragione di quest’analisi inutile indagare. Quando mi sento in colpa ho difficoltà a dormire, e questo mi è successo per esempio stanotte. Così, arrabbiata per quei due sogni sospesi troppo presto (in uno di questi, c’era un ragazzo che mi aiutava a prevenire l’insonnia: non sarà perché ti scrocchiano le mani? Aprile e appoggiale contro il muro, si distenderanno). Sono semi-sveglia e la mattina è già a metà, avrei voglia di appoggiare davvero le mani contro il muro per vedere se si distendono, funzionerà questo rimedio onirico? Mi basta passare due dita sul medio dell’altra mano e il medio fa scroc, le dita sono anchilosate. Eppure ieri ho ballato danza del ventre prima di andare a letto, per rilassarmi.

Se vado sugli archivi di settembre 2012, il blog mi restituisce un’immagine di me un anno fa abbastanza veritiera. Avevo smesso di ballare danza del ventre, anche perché ogni volta che danzavo davanti al compagno, lui mi chiamava a sé e dovevo smettere, le mie preoccupazioni erano rivolte soprattutto alla casa e a lui, ho cominciato uno shopping sfrenato che mi ha lasciato solo a giugno, tutto per la casa, come se fosse un’entità a sé, tutto per il compagno, con regali nelle ricorrenze speciali e non, ed ero ingrassata a forza di cucinare solo i suoi piatti preferiti. Una compagna perfetta fino al momento in cui l’ho lasciato, anzi, i momenti, perché le cose si capiscono sempre tutte insieme, anche se l’affetto rimane.

Un anno dopo mi trovo più grande, più matura e femminile. Sono cambiata dentro, ma forse sono cambiata al contrario, recuperando vecchi sogni che non mi avevano mai abbandonato. Una società più giusta, un modo di vivere anticonvenzionale: ora davvero posso affermarlo, ora che sono stata dall’altra parte della barricata. Non sono riuscita a fare amicizia con i fascisti. Con nessuno dei fascisti e delle loro consorti. L’unico gruppo che mi piaceva era quello dei comunisti, conosciuto al primo appuntamento con il mio ex, simpatici, tranquilli, intelligenti, bravi. Anche gli altri lo saranno, per l’amor di Dio!, c’è qualcosa di buono ovunque, per la legge del Tao, il fatto è che siamo vittime delle nostre repulsioni. E non in modo assoluto; lo testimonia il Pensiero n. 1 in cui parlo di una felicità in arrivo (ed è arrivata, è durata, è finita), dell’entusiasmo trasferito tutto sulla casa e sull’amore, sentimento non tipico nella mia vita. Ma se contiamo la percentuale delle frasi, c’è un 80% sulla casa e un 15% sul fidanzato in questo post (il 5% su di me). Ero affannata dalle tendine che non ho mai messo, dai mobili che mi fanno tutti schifo, dall’obiettivo di rendere questa casa uno specchio della mia identità. Adesso, le tende non mi interessano perché quando guardo fuori mi sento in compagnia, i mobili mi ricordano già qualcosa da cui vorrei scappare – un fallimento – e quelle storie assurde sulla casa mi sembrano tutte stronzate. Vorrei una vita che parlasse di me, non una stupida casa decorata al punto giusto da apparire freakettona e artistica quanto basta, minimale. Mi disinteressavo degli altri (“Fuori, il resto della gente, altre geometrie, diverse case e montagne, non mi farò distogliere dalla mia quiete. I telegiornali parleranno per altre persone e le persone che si picchiano per strada non entreranno.”) e scivolavo nell’egoismo più bieco, eliminando dalla lista di contatti molte persone a cui voglio bene, solo perché quella relazione di coppia risucchiava tutto, e lo permettevo.

Quel bellissimo specchio con una farfalla disegnata sopra non l’ho preso più. L’ex compagno non voleva. Anche le presine originalissime, non le voleva.

E ricordo quando, da adolescente, tornavo tutte le sere in paranoia per le canne. Mai nessuno che mi scuotesse, mi abbracciasse, che mi dicesse: “Che costa stai facendo? Stai perdendo te stessa”. Perché io sono così, ogni tanto scivolo per traiettorie che non mi appartengono, però ci ricavo sempre qualcosa, capisco di più.

Ora basta, vorrei essere me.

specchio-ikea-decorazione-primavera-pane-amore-e-fantastia

28 Ago

Analisi di una convivenza. Inizia così

Never mind I’ll find someone like you… Nella canzone l’uomo le aveva detto: “Qualche volta, in amore, dura, qualche volta invece fa male”. Che soffra sotto il giogo di mille catene, un uomo che… Ma io ero pronta? Marzo mi ha fregato, il mio mese di nascita è il più indeciso dell’anno, fa freddo, ho caldo, prendo l’ombrello anche con il sole: siamo dei matti.

Potevo chiamarla “cronaca di un’indecisione” la cronaca di una convivenza, e “cronaca di una vita indecisa” la cronaca di una vita intima. Sarebbe stato uguale.

La tendinite al ginocchio mi ha tenuto una settimana con i piedi appesi ovunque, sulle sedie, sul divano, gamba tesa, senza piegare il ginocchio. Non sono scesa per giorni. Sono venuti a trovarmi due cari amici, Michela e Gabriele, così ho preparato una piccola torta. E siamo andati a messa. Oggi sono scesa da sola al parco, c’era il sole, acqua per terra, volevo non pensare a niente, fermavo i pensieri con la forza del pensiero. E ci riuscivo, molto strano. Questa paralisi dell’attività cerebrale mi ha fatto tornare lucida nel secondo pomeriggio. Un paio di decisioni prese, sì, proprio giuste, con l’aiuto di papà al telefono. Tante persone non hanno bisogno di nulla fuori che di se stesse, per decidere, e del tempo; io sono l’opposto. Scegliere senza l’aiuto di qualcuno è una tortura, e rimandare è una tortura. Telefono allora, a volte chiedo anche ai passanti. Quando vivevo a Madrid non sapevo bene quale fosse il momento adatto per ritornare in Italia. La borsa di studio stava per scadere e occorreva una decisione: partire o fare richiesta per il prolungamento, come facevano tanti. Troppo difficile per me decidere. Per strada fermai una signora, mi fermò lei, ora il particolare non lo ricordo. Sta di fatto che cominciammo a parlare. Lei mi aveva chiesto indicazioni, forse io, non ricordo. Poi ci mettemmo a parlare del fatto che venivo dall’Italia. Quanto tempo rimani a Madrid? Sei mesi – la borsa di studio era di sei mesi. Troppo poco per conoscere Madrid. Se ne andò. Il segno del destino era arrivato, e così rimasi, anche se mia madre da Roma mandava le maledizioni: “Se non torni, vedrai!”. Ma le minacce non funzionano nella mia vita, ho già il passato minacciato, e poi sono ottimista.

Così da vera ottimista ho iniziato questa convivenza. Il postulato dell’amore è che quando c’è l’amore c’è tutto. Chiarito che questo elemento primario era presente, regole clericali a parte, iniziavamo una convivenza con le migliori intenzioni di sempre, sempre, sempre. La casa all’inizio era uno squallore, per carità, papà mi ha comprato una casa perfetta, anche per la storia che c’è dietro. Apparteneva a una buffa vedova dagli occhiali spessi, che era morta, lei insegnava e amava scrivere. Mi ha lasciato qualche manoscritto che ho buttato perché la notte avevo paura dei fantasmi. Al di là di questo, qualche volta in questa casa ci ho anche dormito bene, quando il compagno non russava. Anche sul divano si dorme bene. La vedova aveva lasciato in eredità la casa alle suore di Madre Teresa di Calcutta. Le ho incontrate, belline, suor Elena, simpatica, parla bene inglese, e anche l’indiana mi piaceva, e ho avuto la fortuna di entrare nella piccola stanzina rifugio della beata Teresa di Calcutta, ho visto dove dormiva, ho pregato rivolta alla statua della Madonna a cui si rivolgeva lei. È stato un grande momento, uno di quelli che penso ricorderò per sempre. Tutto grazie a papà, mamma, la vedova senza figli che insegnava e scriveva (e che, dopo la pensione, aveva il proposito di aprire uno sportello di aiuto per giovani mamme, se non fosse morta) e a questa concreta svolta si è aggiunto lui. Quasi di nascosto. Non glielo volevamo dire ai miei genitori che andavamo a vivere insieme. Ci sembrava troppo di approfittarci dell’altrui generosità. Ma poi per gradini, lui mi accompagnava a scegliere le mattonelle del bagno, mi portava a decidere i mobili (scegliere, decidere), e tra una cosa e un’altra, siamo saliti qui. Ed era tutto ancora vuoto. Però l’architetto si stava dando da fare, a smontare, abbassare, creare, imbiancare. Ricordo ancora lui, non l’architetto, il compagno, che mi guardò, si fermò e mi disse: “Davvero vuoi che vengo a vivere qui? Davvero mi vuoi?”. E a me viene da piangere. Risposi sì, il bacio, l’inizio, la meraviglia.

31 Mag

Cronaca di una convivenza

La convivenza ha chiuso le tende per un consiglio errato, o meglio un ricatto psicologico e morale. Ci sono caduta con tutte le penne e ora sono sola, qui. È mia usanza credere che difficilmente le persone cambiano opinione su di te. Infatti Daniele non ha cambiato idea, perché mi conosce. Ma la mia condizione di “incompresa” è storia vecchia, non ne vale la pena nemmeno parlare, per le troppe cose da dire.

Ieri sera è stato a cena qui e abbiamo fatto fuori quasi un chilo di gamberi. Il pescivendolo al mercato è riuscito a vendermeli: “Ti faccio un regalo: solo 20 euro”

“Li cucinerò al mio fidanzato domani”

“Così lo farai innamorare!”. Stavo per rispondere, perché non mi so tenere un cece in bocca, come si dice, poi sono stata zitta, perché era troppo lunga da spiegare.

Il fidanzato però è stato davvero contento e siamo stati felici come quando vivevamo qui.

Opinioni diverse sul mondo non mi scoraggiano: sono lontani i tempi in cui credevo che il mondo fosse diviso davvero tra cattivi e buoni. Sono concetti troppo assoluti, noi siamo tutti relativi. Il mondo, per me, è diviso tra quelli che sono buoni con me e quelli che non lo sono. Ai primi cerco di dedicare il mio tempo, gli altri non li voglio neanche vedere.

Sono stata al supermercato, ora, e una busta si è rotta da quanto era piena. Mi ricordo quando ci andavo insieme a lui: erano attimi celestiali. Finalmente potevo decidere di cosa riempire il carrello senza che nessuno protestasse! A Firenze, quando ero ragazzina, mia madre mi mandava al supermercato e mi dava una lista scritta a mano quasi illeggibile, che prima di uscire mi spiegava. Dovevo comprare quello che c’era scritto: nient’altro. E se andavo a fare la spesa con lei, non potevo mettere niente di nuovo nel carrello di mia iniziativa, rispetto a quello che era già stabilito. Con Daniele invece i miei desideri erano accontentati. Mettevo questo, mettevo quell’altro, e in pochi mesi siamo ingrassati tanto, ma non ce ne fregava niente. Mangio quando sono felice, il mio digiuno è legato alla tristezza e all’apatia. Trovo ovvio riversare le mie emozioni nel cibo, dopo i miei trascorsi da anoressica e bulimica.

Ha paura a tornare, è normale. Non voglio guardarmi indietro perché mi dispiace quello che ho fatto. Voglio solo ricoprirlo di attenzioni. E mentirei se dicessi che non m’importa l’opinione degli altri, ma so che non posso fare più nulla per modificare certi giudizi pesanti. E mi porto la mia croce, come sempre. Prima per gli altri ero una “paranoica”, dopo ero una che si credeva “chissà chi”, ora sono quella che ha “cacciato di casa il compagno” e per questo merito la gogna. Per fortuna che quasi nessuno crede più alle streghe, altrimenti sarei scomparsa già da un po’.

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Intervista della Social Agency in qualità di blogger. Sconsiglio di guardarla, però il fidanzato mi consigliava di metterla.

Cronaca di una convivenza. In partenza per il Salone del Libro di Torino (racconto precedente)

Ornella Spagnulo 

11 Mag

Torna "Cronaca di una convivenza"!

Sola. Quello che avevo sempre voluto: “Cosa vorresti fare da grande?” chiedeva papà. “Andare a vivere da sola”. Le altre bambine: “Sposarmi, avere figli, diventare una principessa…diventare…”. Avevo ambizioni lavorative, ero indecisa tra essere ballerina o giornalista. Di giornalisti in casa non ne avevamo. Era tutto mio quel desiderio. La tisana al limone e allo zenzero comunque non si può bere.

Così, hai voglia a ragazzi da deludere! In determinati modi. Mi bastava essere me stessa e venivo liquidata nel giro di un solo mese, 3 se ero fortunata. In 29 anni la mia relazione più seria aveva toccato i 10 mesi. Poi mi sono trasferita in questa casa. Quando mi sono trasferita, stavo già da 9 mesi con Daniele. Era automatico chiedergli: “Vieni con me?”, anche perché io non ci sapevo stare, da sola. Volevo, mi sarebbe piaciuto da piccola, ma anche la ballerina sarebbe stato un bel mestiere!

Daniele era incerto, non voleva condividere casa con me perché era casa mia, e si sentiva ospitato. “Ma vieni, che ci frega?”.

Tempo 6 mesi e l’ho lasciato. Volevo essere libera, per la prima volta: casa mia, amici miei, pensieri miei; mie scelte. Non stavo passando neanche un bel periodo equilibrato, diciamo. Mi è bastata la frase di un prete a farmi mettere in questione tutto quello che avevo creato e desiderato fortemente per un anno.

Ma non voglio parlare di preti, dare la colpa ad altri. L’uomo che con tanta pazienza avevo convinto a dormire, mangiare, guardare la tv dentro le mie mura domestiche, vicino a me, era andato via perché volevo riprendermi il mio spazio, forse – in qualche modo devo ancora motivare perfino a me stessa una decisione che ancora non capisco – . Bene, serena, cene a casa con amiche e amici, compresa un’ex compagna dell’università che ora sta in America, temporaneamente nella capitale, a casa mia. Via tutto quello che mi ricordava di lui.

È durata circa 3 settimane questa situazione. Poi è bastata una citofonata, alle dieci di sera. “Amore”, mi parlava dal marciapiede, siamo stati mezz’ora e più a parlare, con l’acqua nel pentolino che bolliva ininterrottamente, gli ho detto: “Se mi amavi venivi oggi pomeriggio. Lo sai che io la sera devo stare calma, per riuscire a dormire”. Ho chiuso il citofono, e tutta l’acqua era evaporata.

Mi sono stesa sul divano e ha cominciato a farmi male la schiena. Mi capita quando sono molto triste, per non dire depressa.

La mattina dopo, appena sveglia, come se niente fosse gli ho mandato un messaggio per dirgli: “Andiamo stasera a mangiare il sushi?”. E siamo tornati insieme, lui a casa sua e io a casa mia però.

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