19 Giu

Cronaca di una convivenza. Reazioni

Non vorrei raccontare anche questo, ma tornando in macchina dalla biblioteca mi sono scritta in testa questo post e dunque merita un suo posto nel mondo. Se me lo merito io, se lo merita anche lui.

Allora, non è per vanagloria (oggi parlo in accademichese), ma devo descrivere anche le circostanze del preambolo. (È curioso: in questo momento ho pensato che adesso, scrivendo quello che a lui, Daniele, ho già sussurrato ieri sera prima di dormire in uno sfogo da ragazzina insicura, una lamentela insomma — risolvendo in parte, in buona parte, quel dubbio che mi si era insinuato su per la clavicola fino al collo, dentro al cervello — potrei un’altra volta, ma con più convinzione, fargli capire il mio stato psichico in relazione all’accaduto. Mi serve scrivere, that’s all, e che lo sappiano tutti quelli e quelle che hanno interpretato male le mie richieste di chiarificazione nero su bianco, e non a voce! Se vi volete rapportare al mio mondo, dovete passare anche attraverso la scrittura e il suo vaglio, ve lo dico).

Interminabile parentesi chiusa, quella sera c’era stata la seconda presentazione della mia raccolta di poesie, L’avvio e la perdizione, con un musicista di rilievo, Giuseppe Dolce, ad accompagnarmi, e alcuni timidi amici e amiche, che però alla fine si sono affannati con tante domande restituendomi un clima più umano, perché a parlare da sola le loro facce mi erano sembrate tutte perplesse e giudicanti, quando magari non lo erano.

Cronaca di una convivenza

Tra le spettatrici c’era un’amica di mamma, N., fra l’altro già mia lettrice (apprezzò molto la monografia su Isabel Allende). Anche lei con le sue domande e con i suoi suggerimenti, ma più degli altri generosa nei commenti positivi a fine evento: entusiasta. E si capiva che lo diceva sul serio! Siamo andati a cena a casa dei miei genitori in cinque, Daniele, io, N., mamma e papà. N. è sposata ma suo marito non c’era. Il mio momento era finito e così ci eravamo messi a parlare del più e del meno, più del meno che del più. N. a un certo punto ha chiesto, sapendo della convivenza: “Chi di voi fa le pulizie in casa?”. E io, come al solito smoderatamente sincera: “Nessuno!”. La verità è che ora faccio qualche pulizia da sola, prima mi aiutava la signora che pagavo 8 euro l’ora per 3 ore una volta a settimana (non era una grossa spesa ma ho dovuto tagliare anche quella). Non è che la casa brilli, ma nemmeno fa schifo. Daniele mi aiuta quando ci sono gli ospiti suoi amici, è l’unica maniera per coinvolgerlo. A ritmo incalzante, mi è piovuta contro un’altra domanda subito (in sé neanche pericolosa): “Cosa cucini?”. Quando parlo, posso apparire sicurissima o no. In quella situazione, arrancavo cercando di elencare i miei menu: salmone al forno, pollo alla piastra… Considerando che ho quasi smesso di cucinare i primi in vista delle nostre pance sempre più materne, preparo spesso verdure e insalata. “Insomma, non prepari mai primo, secondo e contorno?”. In effetti, no. O primo o secondo, e/o contorno.

Sono ritornata quella sera sentendomi giù di morale. Forse non sono abbastanza una donna, come quelle che si prendono cura dei mariti, che li coccolano con il cibo, che fanno trovare tutte le stoviglie sbrilluccicanti, asciugate con il panno a mano una per una? Però scrivo poesie!

cronaca di una convivenza

Queste domande mi sono rituonate dentro, generando sensi di colpa e disistima diffusa. Ma Daniele dice che cucino bene e non si lamenta per la casa. Non tocca livelli preoccupanti, no. Un po’ di disordine.

Mi piacerebbe — ecco la mia vendetta, non verso N. assolutamente, ma verso questa società — mi piacerebbe chiedere alle altre donne:

“Tu leggi mai a tuo marito dei passaggi da un romanzo che stai leggendo, oppure delle poesie?”

e ancora: “Gli scrivi mai bigliettini e lettere a cui reagisce con gioia estrema?”

“Gli organizzi mai le cacce al tesoro in casa?”.

“Gli gratti la schiena per mezz’ora tutte le sere o quasi?”

“Gli scrivi delle amorose dediche sui libri che ti pubblicano?”.

Forse no: almeno tre su cinque no… dai, siate sincere!

Così, ecco vi potrò rispondere. Con altre domande. Io sono così. Sarei, sulla carta. Di persona, mi intimidisco e mi umilio per voi. Ma va bene. Sono fatta così.

Ornella Spagnulo

27 Ago

Ponte Sant'Angelo con tutti gli angeli allineati

Ponte Sant’Angelo con tutti gli angeli allineati in piedi, uno con la croce, un altro con una colonna, uno con la corona di spine, un altro con i chiodi. Ci sono andata perché ero sola, a Ferragosto, la ztl era libera e ho pensato di fare un giro in centro. Ho parcheggiato in piazza Adriana, da lì ho girato fra le bancarelle fino al ponte. Avevi notato le scritte che ci sono, in latino? “Vulnerasti cor meum”: lo pensi di me?

Quante volte ti sto pensando non lo sai. In macchina piangevo, ma non è destino per noi. Qui a Roma ci sono solo un’amica e un amico, non si sa cosa facciano tutto il giorno in casa, non vogliono uscire. È questo il modo perfetto di capire che eri essenziale, anche se sacrificavo tanto: mi ero ridotta a una donna senza vita, a parte te. Una brava massaia – ho anche imparato a cucinare – e questa storia non si deve ripetere più. In tutto questo, sai, sono contenta se mi rimpiazzi, ti trovi una, quella che sia, il mio interrogativo è per quanto tempo sarò da sola, in che misura di orari controllati sul display del cellulare, per vedere se qualcuno ha chiamato, fosse anche un parente, una zia, in quanti calendari di giorni che non trascorrono, o che presentano sempre quel paio di ore morte e finite all’Inferno, in cui piango e non capisco perché mi dispero, sento la noia e ricordo la tua espressione quando tornavi a casa, o quando stavi male. Sono le uniche due figure dei tuoi occhi che mi sono rimaste nel cuore. Per il resto, portavi spesso gli occhiali da sole fuori, anche d’inverno. E quando ridevi chiudevi troppo gli occhi e avevi una risata con un suono che mi infastidiva. Quante cose ti infastidivano di me? Hai avuto il coraggio di dirmele? La mia debolezza ti infastidiva, ma non la mia debolezza tout court: il mio sentirmi inferiore alle altre donne. La spiegazione più digeribile potrebbe essere che non sentivo di appartenerti, all’occorrenza lasciavi la mano che mi tenevi. Ora un cane grida, ora uno gli grida di stare zitto, ora vorrei gridare.

Tengo la finestra aperta, è notte. Stavolta non c’è rischio di sentire suonare il citofono alle undici di sera. Mi potrò addormentare, perché siamo non esiste più, e l’altra volta ti sei intestardito, e stavi male, stavolta sto male io. Puoi dire quello che vuoi, che ti ho lasciato un’altra volta, e così con la terza volta che ti lascio mi aggiudico l’antipremio di pessima donna, da non conoscere mai. Dillo. Però io vedo le foto che si fanno le altre coppie di innamorati. Anche quelle dei tuoi amici, sì, le coppie vere che hanno un sentimento comune. I loro sguardi diventano di un’intensità simile, i loro visi si avvicinano senza che uno sovrasti l’altro. Guarda le nostre: tu sei in ombra, io nella luce, tu sei illuminato e io sono scura, tu guardi verso l’obiettivo e te ne freghi di me, io guardo nell’obiettivo e tu stai dietro, appoggiato con il mento sulla spalla. Non portavano buoni auspici per noi. Le immagini sono rivelatrici.

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01 Mag

Pensieri-spazzatura navigano

Farfalla o libellula,

la donna è donna

(diversa dai poster che guardi arrapato).

 

*

 

Se la volontà eserciti

alla verità del Signore,

puoi stare tranquillo sempre.

 

*

 

Pensieri-spazzatura navigano

più che nei meandri di Internet

nell’ego di cervelli senza cuore.

 

*

 

BUON PRIMO MAGGIO A CHI CERCA LAVORO, A CHI SE LO INVENTA E A CHI SI ADEGUA PUR DI PORTARE UNO STIPENDIO A CASA. A CHI COLTIVA PASSIONI COME L’ARTE, LA SCRITTURA, L’INFORMATICA. A CHI RIESCE OTTIMAMENTE, E ARRIVA AL VERTICE, E A CHI NON CI ARRIVA MA STA BENE LO STESSO.

ITALIA, NON PERDIAMO CORAGGIO NEANCHE PER QUESTO PRIMO MAGGIO!

buona festa del lavoro_1° maggio 2013