22 Set

Roma è una bugia troppo bella

Roma è una bugia è un libro dedicato a luoghi, sentimenti e citazioni letterarie. Filippo La Porta ci porta a spasso per una città che fondamentalmente sente sua. Forse i tre traslochi, sempre interni alla capitale, gli hanno permesso di abbracciare la totalità di Roma – e non solo una parte. Il critico racconta infatti di avere abitato sia ai Parioli che a Monteverde vecchio, e in zona Piramide-Aventino.

Per chi non è romano, molte caratteristiche di questo enorme agglomerato possono spaventare. La grandezza, appunto, si può tradurre in dispersione, il menefreghismo dei romani, il loro modo di deridere tutti, la strafottenza e una certa superbia intrinseca scoraggiano gli ‘immigrati’, italiani o stranieri che siano: per fare pace con questo tipo di atteggiamenti la lettura di Roma è una bugia è vivamente consigliata. Il critico letterario spiega pazientemente ogni comportamento ‘spigoloso’ e mette in luce gli aspetti positivi del romanaccio, come quel “rapporto di stupore verso il mondo”, che si traduce con l’espressione “Anvedi”.

Ma non è certo solo una guida attraverso i caratteri, questa di La Porta, anche se le psicologie ne prendono una parte. Come ogni buon libro su una città dovrebbe fare, Roma è una bugia è un tour guidato attraverso monumenti, centri d’interesse, quartieri e palazzi, non solo l’insieme dei punti nevralgici della città, quelli spiattellati un po’ dappertutto, che anche gli spagnoli o gli americani conoscono benissimo già prima di partire per Roma caput mundi. E insieme alla geografia, la letteratura va volentieri a braccetto in questi capitoli. Piazza del popolo, per esempio, la piazza dei pioppi, è descritta come la zona più frequentata dall’indimenticabile scrittrice Elsa Morante. Roma è una bugiaVia Merulana non è solo la strada su Colle Oppio, ma l’indirizzo di un capolavoro di Carlo Emilio Gadda.

La cosa più bella, in tutto questo, è che l’autore non si nasconde. Quindi i romani, i luoghi mitici o meno conosciuti, gli scrittori che passarono o passano dalla capitale non servono a Filippo La Porta per mascherarsi, alzare muri, descrivere senza donare qualcosa di sé. Per questo Roma è una bugia non è una bugia, in fin dei conti. Anche il narratore compare in prima linea, e racconta le vicende della sua adolescenza, tra lotte sessantottine e momenti indimenticabili, come quando ha assistito al concerto di Jimi Hendrix. Roma è una bugia

E se “dalla finestrella rotonda del Pantheon piove una luce metafisica”, da Roma è una bugia piove la stessa luce. Una luce pronta a illuminare i tratti migliori e peggiori di un popolo orgoglioso, i particolari e la storia di certi posti meravigliosi, le frasi e le esperienze di autori che fanno parte della storia della letteratura e aneddoti e pensieri autentici di un critico che riesce ad analizzare una città come se fosse un romanzo. Allora sì, Roma è una bugia è una bugia come tutti i libri sono bugie, bugie parziali e quasi inesistenti che non riescono a nascondere le loro verità.

Roma è una bugia

Ornella Spagnulo

04 Dic

"Poesia come esperienza" di Filippo La Porta

Nella Conversione di San Paolo di Caravaggio viene descritto il momento più importante del gran cambiamento: Paolo, steso a terra, si arrende, e un cavallo sopra di lui evita provvidenzialmente di calpestarlo con il suo zoccolo, mentre a Paolo è rivelata la verità. Ora, se intendiamo la poesia come la intendo io, come la intendevano i simbolisti, gli ermetici e non solo, è possibile sostituire alla Divinità la Poesia, se davvero si crede che i poeti siano solo mediatori di una luce espressa tramite parole assonanti o ritmate, e capita davvero che a chi abbia screditato la poesia per molti anni, la poesia si riveli in data x regalando nuove suggestioni di vita, di “poesia come esperienza”. Questo succede a Filippo La Porta, critico militante, pronto a combattere in passato contro la versificazione, che adesso, come un bambino nelle braccia della madre, si scioglie nel raccontare la sua relazione speciale con quei poeti che sono entrati nel canone, o che, più recenti, ci stanno entrando.

È un amore poi non completamente nuovo, quello di La Porta per la poesia. Infatti l’autore ricorda ancora certe poesie imparate a memoria (“by heart”), scoperte già nell’adolescenza. Ma in questo libro c’è anche tutto quello che un professore non ti può dire: antipatie, simpatie viscerali, predilezioni del tutto soggettive. Un professore non può svelare le sue carte agli alunni, un critico sì. Filippo La Porta si prende questa libertà. Manifestando un pieno soggettivismo, pur nel rispetto verso gli autori accettati ufficialmente e così entrati nella storia della letteratura italiana, oppure in quelle straniere. Da Dante a Zanzotto, ecco le luci e le ombre dei poeti secondo La Porta, per quanto riguarda la scrittura italiana.

Nella lunga introduzione, il critico tesse il suo stupore di fronte all’”infiltrazione della musica nella letteratura” (signore e signori: questa è la poesia). “La poesia costituisce un’esperienza reale”, anche “perché non si fa mai possedere del tutto”. E non si fa mai spiegare del tutto, se la poesia riesce, con grande ilarità, a uscire con il suo suono dalle pagine di questi capitoli, girellando come una fata che ha operato una magia.

Si mischiano ricordi liceali con assiomi digeriti più tardi, in una storia del tutto personale della poesia perché esperienza, storia perché esperienza. Poesia come esperienza può essere tranquillamente preso come un manuale di scrittura, se si accetta umilmente che l’unico insegnamento valido per chi vuole scrivere è conoscere nei minimi dettagli chi ha saputo scrivere così bene da lasciare una traccia di sé. Filippo La Porta tratta i classici come libri usciti oggi, esprimendo, con coraggio, anche dubbi su determinate opere. La sua si può definire allora una “storia intima della poesia”, aggettivo che ritorna spesso, insieme al termine intimità.

Ornella Spagnulo