06 Set

Il senso, domani, arriverà, dice. Lo stesso.

Mamma si è operata stamattina per la seconda volta nel giro di pochi mesi. Tutto bene, stavolta era superficiale il raggio d’azione dei medici, ma le hanno fatto la totale. Sono molto preoccupata per la prossima operazione, a gennaio, perché tre anestesie totali nell’arco di 7 mesi mi fanno paura. Le ho portato una bottiglia di vino bianco, così quando torna a casa, con papà bevono e non ci pensano più. All’inizio dell’estate, l’operazione d’urgenza è andata liscia, e non aveva moltissime probabilità di riuscita. Ma ero rincuorata, un’infermiera in clinica sembrava mia nonna, mi ha fatto una carezza e ho capito che dovevo stare tranquilla. Ora però quello stesso segno, ricordato, non mi rasserena. Mamma ha smesso di andare in chiesa dalla prima operazione, e ha ripreso a portarsi a casa il pane che trova nei ristoranti. Sono pensieri.

Domenica, comunque, parto, e oggi pomeriggio vorrei cominciare questa benedetta valigia arancione, recuperata l’altro giorno da casa dei miei genitori, dove era in ostaggio. Già che c’ero ho messo in valigia tutti i vestiti invernali che avevo lasciato lì, quindi prima di farla la devo disfare e mettere nelle scatole floreali i cappelli, i maglioni, i pantaloni e le gonne per il prossimo inverno, sperando di emigrare davvero questa volta, perché Roma mi ha stufato.

Ho comprato 4 panforte per le famiglie che conosce papà a Malta, veramente uno è in più. Papà ha detto di regalare il dolce a chi capita, all’insegnante, o alla direttrice della scuola, e non so perché questo discorso mi è sembrato un po’ mafioso: con tutti i soldi che si prendono, questi qui della scuola, senza che nemmeno li conosciamo, che regalo gli dovrei portare? Se saranno simpatici, allora sì! Se farò amicizia con un gruppo di persone, potremmo dividerci il panforte durante un’uscita, ma non ho la più pallida idea delle persone che conoscerò. Certo parto felice, ed è un buon modo per partire. Si va via da un posto quando tutto va male o tutto va bene, diceva la mia amica Chiara in un pomeriggio nuvolo a Firenze, eravamo alla stazione dei treni, se non ricordo male. Secondo la sua teoria non sarei dovuta andare via da quella città, perché le mie cose erano talmente confuse in quel periodo che sarebbe stato un atto ridicolo dire che andava tutto male, o tutto bene, ma non avevo coraggio.

Sono discorsi senza senso adesso che sto andando via solo per due settimane. Ma dal momento che sono rimasta per un anno e mezzo quasi fissa nella capitale perché il mio ex non voleva neanche che andassi a trovare mia zia a Treviso, questa sembra una vittoria. D’altronde anche lui dovrebbe essere partito per l’Africa, era arrivato il momento di partire per noi, ognuno però in una diversa direzione.

Quando le direzioni si disciolgono non è per forza un male, è come pettinare i capelli. A proposito di capelli, spero che il viaggio li rimetterà a posto perché ora sono tutti sconclusionati.

Davanti a me, c’è una pila di cuscini del divano, senza la fodera. Ho messo tutto in lavatrice per dare una sbiancata al povero divano bianco, e si sono sporcate ancora di più. Intorno al cestello quella plastica della lavatrice si è rovinata, per cui sporca. Ma che mi frega!

Vasco Rossi, il senso, domani, arriverà, dice. Lo stesso.

(L’immagine è presa da http://www.informagiovani-italia.com/storia-di-malta.htm)

17 Giu

Cronaca di una convivenza. Nomade involontaria

Venerdì ho aspettato tutto il giorno la telefonata di amici che non hanno chiamato. Ho fatto due passeggiate per prendere aria intorno al quartiere, cercando di non passare per due volte davanti allo stesso bar o negozio. Con i condomini non mi trovo bene, ma con i negozianti sì e non voglio sembrare una sfaccendata che trascorre il giorno a vuoto.

Così ho salutato solo una volta la libraia, solo una volta il barista, solo una volta ho fatto mezzo giro nel parco, solo una volta sono passata da una profumeria. Non vorrei sembrare una che vive dell’affitto di mezza casa a uno sconosciuto. Stiamo chiusi ognuno nella sua metà ma la gente straparla e qualcuno mi ha detto che non posso portare uomini a casa: sono “pericolosi”.

Taranto blog

La “mia” città, Taranto

Chissà cosa penseranno adesso che arriverà Daniele. Vicino alla doccia – mentre pulisco il piatto doccia dal bagnoschiuma con il getto dell’acqua – ricordo la mia città, Taranto. Mio zio Gianni ha telefonato poco prima di cena e mi ha chiesto di andare a Taranto quest’estate, per conoscere la sua compagna. Manco da Taranto da tempo immemore: da quando è morta nonna non ci vado più volentieri, e silenziosamente penso anche che mi porti sfiga.

Solo un mese fa ho ricevuto una notizia che ha cambiato la consapevolezza della mia storia personale. Dalla nascita nella città del porto fino ai 3 anni, allo sradicamento senza ritorno – quando Roma è diventata la mia città – sono cresciuta con i nonni, non con i miei genitori. Mamma lavorava di giorno, papà lavorava a Roma. Non lo sapevo, ricordo poche cose della mia primissima infanzia: un trauma privo di grazia che non racconto volentieri e un vago ricordo di disgusto di fronte al cibo.

Blog letterario

Firenze

Odiavo andarmene dalle città, a Taranto stavo bene all’inizio, questo lo ricordo. A Roma sono stata divinamente fino a 9 anni, poi il trasferimento a Firenze. L’allontanamento meno spiacevole fu proprio da Firenze, ci avevo trascorso gli anni peggiori della mia vita. Di nuovo a Roma, e un anno a Madrid – stavolta l’avevo scelto. Cerco di non pensare più a Madrid, perché quando mi capita sento qualcosa alla pancia, dire nostalgia è troppo poco, è come sentire un pezzo di pancia che manca. Ho imparato a non sentire nessuna mancanza e, anche da magra, tengo sempre un po’ di pancia in avanzo per riempire determinati vuoti.

ricordi di Madrid. Statua di Valle Inclàn

Qui ero vicino alla statua di Valle-Inclàn, Madrid

Leggi Cronaca di una convivenza. Il male oscuro della depressione

Dal vecchio blog Noi e la studentessa Erasmus

Consulta Mappallamano