27 Ago

Ponte Sant'Angelo con tutti gli angeli allineati

Ponte Sant’Angelo con tutti gli angeli allineati in piedi, uno con la croce, un altro con una colonna, uno con la corona di spine, un altro con i chiodi. Ci sono andata perché ero sola, a Ferragosto, la ztl era libera e ho pensato di fare un giro in centro. Ho parcheggiato in piazza Adriana, da lì ho girato fra le bancarelle fino al ponte. Avevi notato le scritte che ci sono, in latino? “Vulnerasti cor meum”: lo pensi di me?

Quante volte ti sto pensando non lo sai. In macchina piangevo, ma non è destino per noi. Qui a Roma ci sono solo un’amica e un amico, non si sa cosa facciano tutto il giorno in casa, non vogliono uscire. È questo il modo perfetto di capire che eri essenziale, anche se sacrificavo tanto: mi ero ridotta a una donna senza vita, a parte te. Una brava massaia – ho anche imparato a cucinare – e questa storia non si deve ripetere più. In tutto questo, sai, sono contenta se mi rimpiazzi, ti trovi una, quella che sia, il mio interrogativo è per quanto tempo sarò da sola, in che misura di orari controllati sul display del cellulare, per vedere se qualcuno ha chiamato, fosse anche un parente, una zia, in quanti calendari di giorni che non trascorrono, o che presentano sempre quel paio di ore morte e finite all’Inferno, in cui piango e non capisco perché mi dispero, sento la noia e ricordo la tua espressione quando tornavi a casa, o quando stavi male. Sono le uniche due figure dei tuoi occhi che mi sono rimaste nel cuore. Per il resto, portavi spesso gli occhiali da sole fuori, anche d’inverno. E quando ridevi chiudevi troppo gli occhi e avevi una risata con un suono che mi infastidiva. Quante cose ti infastidivano di me? Hai avuto il coraggio di dirmele? La mia debolezza ti infastidiva, ma non la mia debolezza tout court: il mio sentirmi inferiore alle altre donne. La spiegazione più digeribile potrebbe essere che non sentivo di appartenerti, all’occorrenza lasciavi la mano che mi tenevi. Ora un cane grida, ora uno gli grida di stare zitto, ora vorrei gridare.

Tengo la finestra aperta, è notte. Stavolta non c’è rischio di sentire suonare il citofono alle undici di sera. Mi potrò addormentare, perché siamo non esiste più, e l’altra volta ti sei intestardito, e stavi male, stavolta sto male io. Puoi dire quello che vuoi, che ti ho lasciato un’altra volta, e così con la terza volta che ti lascio mi aggiudico l’antipremio di pessima donna, da non conoscere mai. Dillo. Però io vedo le foto che si fanno le altre coppie di innamorati. Anche quelle dei tuoi amici, sì, le coppie vere che hanno un sentimento comune. I loro sguardi diventano di un’intensità simile, i loro visi si avvicinano senza che uno sovrasti l’altro. Guarda le nostre: tu sei in ombra, io nella luce, tu sei illuminato e io sono scura, tu guardi verso l’obiettivo e te ne freghi di me, io guardo nell’obiettivo e tu stai dietro, appoggiato con il mento sulla spalla. Non portavano buoni auspici per noi. Le immagini sono rivelatrici.

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