26 Giu

Una poesia sulla rivoluzione dalla raccolta L'avvio e la perdizione

Un magone dentro

Avevo un magone dentro
si è defilato prendendo il bus:
era il numero 1800,
uno di troppo
nella mia memoria,
che segna e che sogna
la Rivoluzione francese
e russa,
i moti dei carbonari
e la Comune proletaria.

A che ora è suonata la tua sveglia stamani? 

La mia è ferma all’età del paleolitico
in questo 2015 scarlatto.

Ornella Spagnulo

Poesia l'avvio e la perdizione un magone

Gli ideali in passato per un periodo mi hanno ingabbiato. Ma la libertà dagli ideali (e non degli ideali) può risultare (cinicamente) un traguardo inaspettato.

Sconto per i lettori del blog: scrivetemi a ornella82@msn.com e vi invierò un codice da inserire nel sito dell’editore, www.sillabedisale.it, per ottenere una riduzione del 15% sul prezzo del libro.

22 Giu

L'avvio e la perdizione. Reading

Solo poche parole, stasera, per condividere con voi questo breve video girato durante il reading dell’Avvio e la perdizione lo scorso 13 giugno, nella libreria Mangiaparole insieme a Giuseppe Dolce.

Naturalmente, se vi piace spendete almeno due secondi per regalarci il vostro like su Youtube. E se vi piace molto (magari), allora prendete tutto il libro a 13 euro e 50 centesimi. Per acquistarlo, seguite questo link. Il sito della casa editrice è fresco fresco di cambiamenti!

Sono tempi duri per la poesia…

Buonanotte, cari lettori e lettrici.

Ornella Spagnulo

28 Ago

Cronaca di una convivenza ricomincia. La casa che cambia

Ci eravamo lasciati, fine di una convivenza. L’ennesima mia reazione di gelosia (anche se solo sussurrata) aveva causato la sua ennesima impazienza. Dal centro commerciale mi aveva accompagnato sotto casa: “Scendi”, aveva detto, e se n’era andato. E non si era fatto più sentire per qualche giorno. Quando mi aveva richiamato, avevo risposto che chi non si fa sentire non merita di esistere nella mia vita, o cose del genere. Allora lui, inorgoglito, aveva riattaccato, poi aveva preso a farmi degli squilli, e l’ansia saliva, ma ero troppo offesa. Così ero partita, sola, prima per uno squallido hotel di Fondi, dove ho rischiato perfino di essere violentata, poi per Malta, per una vacanza-studio. Di questo vi avevo parlato nei miei ultimi post di settembre scorso.

Ritornata a Roma prima del tempo, ero andata, una mattina, a trovarlo a casa sua – sua madre mi aprì al citofono. Lui stava ancora dormendo. Lo svegliai cercando di convincerlo, ma non ne voleva sapere. Ci è voluto circa un mese.

I cambiamenti nella mia casa da settembre scorso: più orpelli africani, frutto delle missioni di Daniele; un tavolino marrone scuro di provenienza Ikea a tre gambe (su cui abbiamo finalmente poggiato la mia lampada particolare in rame, comprata ancora prima di avere una casa e tenuta per mesi nello stesso negozio, con il cartellino “Venduta” appiccicato su, poi in un angolino dello studio, sul ripiano di cristallo, in alto, a oziare, tristemente scollegata da qualsiasi fonte di elettricità, e oltre a quella, le pipe di Daniele, tutte allineate e belle, poi un calice per la birra e infine un pupazzetto a forma di civetta, buffo); una specie di comodino che abbiamo messo vicino alla libreria, rosso, su cui c’è una nostra fotografia incorniciata con delle coccinelle sul vetro, uno stereo che, volendo, mentre suona potrebbe ricaricare contemporaneamente un Iphone o Ipod, un fiore di stoffa giallo e, per il momento, un foglietto preso da me a messa con l’immagine della Madonna (in attesa di trovare un quadro o qualcos’altro che la raffiguri, perché, si dice, l’immagine della Madonna protegge la casa); un cuscino nero con un unicorno rosa, sempre Ikea (che rispecchia il mio dubbio senso del gusto); una serie di modellini di aeroplani sopra al mobile della tv, e vicino a loro tre bandiere: Italia, Uganda e Salini Costruttori, tutti soprammobili di Daniele; anche lo studio è cambiato, ora ci sono ben tre pc, di cui uno grande e due piccolini, e il bello è che io non uso mai nessuno di questi, affezionata come sono al mio Mac portatile, ma Daniele ci fa gli esperimenti informatici; varie bottiglie di superalcolici nella vetrinetta, io astemia, utili soprattutto quando abbiamo invitati (non siamo soliti alcolizzare le persone, ma a fine cena un bicchierino è gradito); e la più bella cosa: c’è una giacca grigio chiaro, adagiata qui sopra la sedia di fronte a me, che testimonia più di ogni altro segno o oggetto il ritorno del mio compagno, dopo l’ondata che ci aveva travolto.

Ornella Spagnulo. Continua

cronaca di una convivenza

Tutti i giovedì Cronaca di una convivenza di Ornella Spagnulo

 

27 Ago

Cronaca di una convivenza torna su questo blog tutti i giovedì

Questo blog ha avuto e ha molte anime. Quando è nato, il 17 settembre 2012, si proponeva di descrivere un’avventura del tutto nuova per me: la convivenza. Con il tempo, si sono aggiunti altri impulsi e quindi nuove sezioni del blog (le Nuove Terzine, Anonima Scrittori, gli eventi culturali, le recensioni, i Probabili Rap e altre varie ed eventuali). La cronaca di una convivenza si è interrotta, anche per motivi personali, ma in fondo era l’origine e aveva reso il blog, nel suo piccolo, seguito da lettori fissi.

L’avventura ricomincia domani, 28 agosto 2014, e continuerà tutti i giovedì. Parallelamente, nel blog Cronaca di una vita intima ci saranno le altre sezioni, tra segnalazioni di eventi culturali e non solo, anche accademici, visto che nel frattempo ho iniziato un dottorato di ricerca, e magari prenderanno nuove fisionomie.

Per ora, i post di Cronaca di una convivenza sono stati raccolti in un file e corrispondono a 113 cartelle. Gli iscritti al blog nel frattempo sono diventati 2.756. In questo link sono riportati alcuni giudizi positivi: Dicono bene del blog.

“Hai un bel modo di cogliere i dettagli, certe sfumature: sì, proprio un bel modo”. Simone Ghelli

“Io e il mio ragazzo amavamo leggere il tuo blog seduti la sera insieme sul nostro divano bianco (anche noi!!!). Perché non torni a scrivere? Ci mancano le cronache della tua (nostra) vita intima“. Una lettrice

Ornella Spagnulo

cronaca di una convivenza

22 Ago

Dopo l'estate, il nulla

Nulla, nella rabbia,

è grande come il pane

che dividiamo.

E forse il problema è che

non mi sono legata i capelli,

li ho trascurati,

come ho fatto con il primo

amore,

che dopo quel periodo

mi prese la mano,

mi disse: “Basta”,

e ne ho tratto lezione da questo.

Ho capito che non bisogna

trascurare

le persone che ami,

neanche per mezzo secondo.

Non bisogna perderle di vista

nemmeno un attimo,

perché il vento è mutevole

e i riccioli danzano nel vento.

Stremata dalle tante

informazioni non valide

sulla tua pelle lecco il sale,

sulla mia pelle conto i nei –

ne ho tanti –

ne ho circa un milione.

Ma l’estate è finita

e provo solo rabbia:

rabbia perché le cose belle

devono finire,

e spero solo di morire insieme

all’uomo che amo,

e insieme alle persone

che amo

ritrovarmi,

dopo il nulla che sovrasta

anche questa fine dell’estate,

così come dopo la fine della vita,

qualcosa resta.

 

Ornella Spagnulo©

(Tutti i diritti riservati)

10 Giu

Lettura di "Sottili, continue, nascoste, invisibili. Riscrittura delle Città Invisibili di Italo Calvino"

Voglio conservare in questo blog una memoria di quella che è stata una bella giornata all’università di Tor Vergata, Roma. All’interno del VI Seminario dei Dottorandi, Dottori di ricerca e Ricercatori abbiamo letto un mio prosimetro dedicato alle Città Invisibili di Italo Calvino (1972). Si intitola Sottili, continue, nascoste, invisibili e sarà pubblicato a breve.

Era il 7 giugno 2014 e sul palco c’erano con me il professor Carmine Chiodo, la dottoressa Antonella Dutoit e il dottor Gabriele Marsiglia.

Ornella Spagnulo

 

21 Gen

L'apatia

D’un balzo non s’è mossa l’apatia

pur facendone sette,

sette passi, otto passi: apatia,

vien giù come la febbre.

 

Vorrebbe ingannarmi: apatia.

Ma io sono più forte.

Potrei riscaldarmi: apatia,

se fossi più grande.

 

Il concetto non è aspettare fuori dal bar

senza comprare il biglietto del Superenalotto,

è invece entrarci, sapendo che non lo comprerai.

 

Gli amici di una volta dovrebbero restare

ma neanche loro hanno qualcosa da dire

in mia difesa.

Solo una specie di apatia.

 

L’Apatia resta in me, senza me,

fidata e distratta.

Non le daresti due lire a vederla nuda,

ma di solito è tutta ingioiellata.

 

L’adoperiamo per fingere che non c’importi,

o che siamo più grandi,

invincibili, illesi.

 

L’apatia non è il mio male peggiore,

tra i tanti mali che pesi.

 

Ornella Spagnulo

28 Nov

La casa degli spiriti, un romanzo fatto in casa

La casa degli spiriti di Isabel Allende, best seller internazionale del 1982, studiato già nelle accademie, è un romanzo fatto in casa. Prima di essere pubblicato, questo romanzo è stato scritto in casa, corretto in casa e rimasto in casa per molto tempo. La genesi del libro coincide con la morte del nonno di Isabel Allende, che volle scrivergli una lettera e si ritrovò poi a scrivere per diversi mesi di notte, quando tornava a casa da lavoro. Diversamente da romanzi nati on the road, nei circoli letterari e di amici lettori, o nelle case editrici, questo è un libro del tutto casalingo anche per la stretta collaborazione tra Isabel Allende e sua madre nella correzione del testo. I nomi dei protagonisti del manoscritto sono stati scelti dalla madre della scrittrice, in casa, e il romanzo è rimasto per lungo tempo in casa, perché in principio nessun editore voleva pubblicarlo. Isabel Allende

In un’intervista con Verónica Cortínez, Isabel Allende dice: “È come se La casa degli spiriti sia la misura e la forma di un mattone che mostra al mondo com’era la mia casa”.

La casa degli spiriti ha un titolo dedicato alla casa perché di fondo il libro ha come argomento la storia di una famiglia dentro e fuori due case: la casa di campagna, Le Tre Marie, e quella di città, o casa de la esquina.

Ornella Spagnulo

Isabel Allende

Il reale meraviglioso di Isabel Allende

Approfondimento con spunti tratti da questo saggio

12 Nov

Casa, dolce casa

La casa poggia su un filo matematico,

di bruno verde lo copre l’insalata

all’età mia non dovrei vedere più le cose

che in un unico modo: quello visto, reale.

Poi riappaio prendendo la mia macchina

a me stessa da quell’angolo peggiore:

la solitudine, che mi scava sulle ossa

con l’uomo perso e malato giù in Etiopia.

Non sono più parole universali, le mie,

son delle case che ho abitato e che ho vissuto

non ridendone mai.

Come se ci fosse dentro un’aura sacra

a compiangermi e ad illudermi

di poter essere migliore.

Non potendo ridere oltremodo

della parte mia peggiore.