06 Nov

Cronaca di una convivenza. Il non lavoro lavorato che amo

Fray Luis de León

Fray Luis de León

Sono le 20 e 3. Ci sarebbe del brodo da riscaldare. Nessun film in tv. Confusione in testa tra la poesia mistica spagnola e Pier Paolo Pasolini. Il rinfresco era molto interessante perché presentava succhi di frutta biologici e torte dai gusti non convenzionali, tipo la torta alla carota e quella allo yogurt e al cioccolato. Il tutto rallegrato da una collega del dottorato che per tutto il tempo mi ha detto: “Non ce la faccio più, non ho prospettive, studio e nessuno mi paga, voglio un lavoro vero, è assurdo continuare questa vita, ho quasi 28 anni!” e io dai miei venerandi 33 sono così ingenuamente beata di questo ultimo anno di non lavoro lavorato che amo, perché il lavoro vero mi fa molta più paura. Ma dovrò mettere la testa a posto, soprattutto per le persone che mi amano.

Soprattutto per le persone che mi amano, ad esempio mia madre e mio padre che hanno fatto sacrifici per me, soldi spesi per la mia istruzione: vuoi diventare insegnante? Frequenta l’università, con una laurea in mano potrai accedere all’insegnamento, no? Nulla di più difficile. Perché io ho complicato le cose. Con l’Erasmus a Madrid, mi sono messa in testa la questione di scrivere, che scrivere è vitale perché solo in questo modo posso affrontare il mondo. Allora, ritornata a Roma, dopo il pezzo di carta: Bene, vuoi fare la scrittrice? C’è un master creato apposta per te: si chiama Luiss Writing School, sicuramente troverai un posto nel mondo, anche se costa una cifra indecente. Ma niente neanche lì, tanti insegnamenti appresi, tante ore ben spese eppure tutto si è sgonfiato come una bolla di sapone mal riuscita. Quelle dei bambini durano a lungo nelle loro teste… Eppure come la bolla di un bambino, anzi, di una bambina, che sarei io, questa bolla è rimasta nella mia. Allora ho fatto il dottorato, quasi concluso, ma l’università è anche dura e crudele, o almeno questo mi è stato detto appena sono entrata al dottorato come avviso, e questo è rimasto scritto dentro al mio cuore. Ora il dottorato sta per finire e i miei genitori si chiedono che farò dopo.

Soprattutto per le persone che mi amano: il mio compagno Daniele. Lui si aspetta un futuro insieme, accanto a una donna, sono io quella donna ma non posso lavorare, non come vorrei, almeno. E come fare a costruire un futuro, allora? Come avere una casa tutta per noi? Come imbastire un matrimonio come lui vuole, pieno di invitati e di lusso, pieno di soldi sparati via?

Ma non demordo.

Mamma, papà, Daniele, non dovete perdere la fede. Io ce l’ho, sono forte e non sono totalmente ingenua e non ho più la testa all’aria e lo so cosa sto facendo… Vi chiedo solo di pazientare qualche altro anno, magari alcuni mesi, poche settimane, nessuno può sapere! Ecco, nel sapere di non sapere io so, so qualcosa. Sappiatelo con me.

non lavoro lavorato che amo

A casa, è sera. A destra i libri e a sinistra il computer.

22 Set

Laboratorio di scrittura creativa a Roma

Laboratorio di scrittura creativa Roma

Il laboratorio di scrittura creativa a Roma dell’associazione culturale Il Palco delle Valli partirà il 14 ottobre (mercoledì) alle 20, con una lezione gratuita durante la quale mi potrete interrogare. Poi, se l’esame vi sembrerà superato, vi potrete felicemente iscrivere al corso. Saranno due ore alla settimana di lettura, scrittura e confronto.

Il testo di riferimento, oltre a un classico che ciascuno di voi sceglierà e porterà con sé per tutto il laboratorio, sarà Il limbo delle fantasticazioni di Ermanno Cavazzoni, edito da Quodlibet (2009). Una lettura vivamente consigliata che riflette senza peli sulla lingua sull’esperienza della scrittura, sulle aspirazioni individuali, sulle differenze tra cosa è realmente letteratura e cosa spazzatura. Un libro geniale di Ermanno Cavazzoni.

Il teatro Il Palco delle Valli si trova in via Valsavaranche 87, vicino alla fermata della metro B1 Conca d’Oro (Roma nord). Per informazioni: 320 2757896. Scrivetemi anche qua sul blog.

laboratorio di scrittura creativa roma

19 Giu

Cronaca di una convivenza. Reazioni

Non vorrei raccontare anche questo, ma tornando in macchina dalla biblioteca mi sono scritta in testa questo post e dunque merita un suo posto nel mondo. Se me lo merito io, se lo merita anche lui.

Allora, non è per vanagloria (oggi parlo in accademichese), ma devo descrivere anche le circostanze del preambolo. (È curioso: in questo momento ho pensato che adesso, scrivendo quello che a lui, Daniele, ho già sussurrato ieri sera prima di dormire in uno sfogo da ragazzina insicura, una lamentela insomma — risolvendo in parte, in buona parte, quel dubbio che mi si era insinuato su per la clavicola fino al collo, dentro al cervello — potrei un’altra volta, ma con più convinzione, fargli capire il mio stato psichico in relazione all’accaduto. Mi serve scrivere, that’s all, e che lo sappiano tutti quelli e quelle che hanno interpretato male le mie richieste di chiarificazione nero su bianco, e non a voce! Se vi volete rapportare al mio mondo, dovete passare anche attraverso la scrittura e il suo vaglio, ve lo dico).

Interminabile parentesi chiusa, quella sera c’era stata la seconda presentazione della mia raccolta di poesie, L’avvio e la perdizione, con un musicista di rilievo, Giuseppe Dolce, ad accompagnarmi, e alcuni timidi amici e amiche, che però alla fine si sono affannati con tante domande restituendomi un clima più umano, perché a parlare da sola le loro facce mi erano sembrate tutte perplesse e giudicanti, quando magari non lo erano.

Cronaca di una convivenza

Tra le spettatrici c’era un’amica di mamma, N., fra l’altro già mia lettrice (apprezzò molto la monografia su Isabel Allende). Anche lei con le sue domande e con i suoi suggerimenti, ma più degli altri generosa nei commenti positivi a fine evento: entusiasta. E si capiva che lo diceva sul serio! Siamo andati a cena a casa dei miei genitori in cinque, Daniele, io, N., mamma e papà. N. è sposata ma suo marito non c’era. Il mio momento era finito e così ci eravamo messi a parlare del più e del meno, più del meno che del più. N. a un certo punto ha chiesto, sapendo della convivenza: “Chi di voi fa le pulizie in casa?”. E io, come al solito smoderatamente sincera: “Nessuno!”. La verità è che ora faccio qualche pulizia da sola, prima mi aiutava la signora che pagavo 8 euro l’ora per 3 ore una volta a settimana (non era una grossa spesa ma ho dovuto tagliare anche quella). Non è che la casa brilli, ma nemmeno fa schifo. Daniele mi aiuta quando ci sono gli ospiti suoi amici, è l’unica maniera per coinvolgerlo. A ritmo incalzante, mi è piovuta contro un’altra domanda subito (in sé neanche pericolosa): “Cosa cucini?”. Quando parlo, posso apparire sicurissima o no. In quella situazione, arrancavo cercando di elencare i miei menu: salmone al forno, pollo alla piastra… Considerando che ho quasi smesso di cucinare i primi in vista delle nostre pance sempre più materne, preparo spesso verdure e insalata. “Insomma, non prepari mai primo, secondo e contorno?”. In effetti, no. O primo o secondo, e/o contorno.

Sono ritornata quella sera sentendomi giù di morale. Forse non sono abbastanza una donna, come quelle che si prendono cura dei mariti, che li coccolano con il cibo, che fanno trovare tutte le stoviglie sbrilluccicanti, asciugate con il panno a mano una per una? Però scrivo poesie!

cronaca di una convivenza

Queste domande mi sono rituonate dentro, generando sensi di colpa e disistima diffusa. Ma Daniele dice che cucino bene e non si lamenta per la casa. Non tocca livelli preoccupanti, no. Un po’ di disordine.

Mi piacerebbe — ecco la mia vendetta, non verso N. assolutamente, ma verso questa società — mi piacerebbe chiedere alle altre donne:

“Tu leggi mai a tuo marito dei passaggi da un romanzo che stai leggendo, oppure delle poesie?”

e ancora: “Gli scrivi mai bigliettini e lettere a cui reagisce con gioia estrema?”

“Gli organizzi mai le cacce al tesoro in casa?”.

“Gli gratti la schiena per mezz’ora tutte le sere o quasi?”

“Gli scrivi delle amorose dediche sui libri che ti pubblicano?”.

Forse no: almeno tre su cinque no… dai, siate sincere!

Così, ecco vi potrò rispondere. Con altre domande. Io sono così. Sarei, sulla carta. Di persona, mi intimidisco e mi umilio per voi. Ma va bene. Sono fatta così.

Ornella Spagnulo

16 Giu

Corso estivo di scrittura creativa a Roma

Corso estivo di scrittura creativa a Roma

Il Palco delle Valli di Roma organizza un corso di scrittura creativa nei mesi di giugno e luglio.

Martedì prossimo 23 giugno alle 19:30 ci sarà la presentazione del corso in via Valsavaranche 87 (a un quarto d’ora a piedi dalla fermata Conca d’Oro, metro B).

Parleremo di ispirazione, di racconti, di stile, di come si crea e si gestisce un blog e di come orientarsi nel mercato editoriale.

(L’insegnante, cioè io, è a sua volta reduce di un lungo corso di scrittura creativa: la Luiss Writing School, un master di due anni).

Per informazioni: telefono 333.9175717 – email info@ilpalcodellevalli.com.

Corso estivo scrittura creativa Roma

06 Dic

Fiera della piccola e media editoria. Resoconto di una blogger

Fiera piccola e media editoria

Il pass e Virginia Woolf.

 

Daniele è via da 3 giorni per lavoro e qui è anarchia totale. Un po’ di equilibrio mi serve. In questo periodo per fortuna c’è la Fiera della piccola e media editoria a Roma – Più libri più liberi. Ieri e avant’ieri ci sono stata, ho l’ingresso gratuito, ho rincorso workshop e altri incontri in qualche modo ‘formativi’: un resoconto di Cepell sullo stato della lettura nelle scuole, il self publishing (pro e contro, pro), il mercato della piccola e media editoria, la presentazione di un romanzo appena uscito di una piccola casa editrice, un workshop su come far trovare i libri online, uno su come costruire un sito con l’e-commerce (perché l’ho seguito? un mistero!), finalmente la presentazione della rivista Orlando Esplorazioni e abbiamo finito.

Fiera piccola e media editoria

L’editore Giulio Perrone e lo scrittore Paolo Di Paolo.

Ho mancato di sicuro altrettanti appuntamenti degni di attenzione, ma già questi sette incontri mi hanno regalato tante suggestioni e non è per retorica che lo scrivo (va bene, mi costringo a un po’ di ottimismo in più in virtù del decalogo della buona blogger: bisogna essere sempre un po’ positive! Almeno per contrastare questa solitudine dozzinale e nostalgia in cui sono piombata da quando il mio compagno è dovuto andare in Namibia per lavoro. Ci rimarrà fino al 19, i miei nervi sono tenuti a sopportare la lontananza e anche l’immenso vuoto di questa casa, libera, purtroppo, perfino dagli inquilini che stanno dall’altra parte del muro, e che almeno mi darebbero un senso di quiete, di presenza).

Torniamo a Più libri più liberi e diciamo che questo titolo forse è molto ottimista, troppo. Il solito retaggio culturale che associa la cultura alla libertà, libertà da chi? da cosa? e perché? non saprei. Anche oggi scrivo tardissimo, sono quasi le 23 e non ho sentito Daniele, per questo il mio umore è così labile, creativo. Ci siamo solo scritti qualche messaggio. Prima che partisse, ero contenta di potermi dedicare full time alla fiera dei libri romana, felice di dedicare più tempo agli amici, a me, libera di poter cucinare anche le verdure e di dormire senza essere costretta a mettere i tappi alle orecchie, perché Daniele russa. Eppure, questi vantaggi si sono dileguati in meno di 3 giorni. Il tempo di Gesù per resuscitare, io l’ho impiegato per scivolare in un baratro infernale. Ma la fiera mi sta salvando! Più libri più liberi, è giusto, in fin dei conti. Più libri hai più sei libero di leggere, meno libri hai meno puoi leggere, più tristezza, al limite ti puoi sempre andare a infognare in una biblioteca pubblica, dove ti fanno leggere, leggere, leggere ma poi i libri non te li puoi portare a casa, non sono tuoi e per costruirti una biblioteca personale non hai niente altro da fare che comprarli. Almeno per il gusto di poterli sottolineare! Un vantaggio inesprimibile, quasi pari a quello di piegare le orecchie delle pagine migliori e di annotare parole di getto.

Durante le affollate ore della fiera ho potuto 1) salutare un grandissimo scrittore e sapere per quale motivo si è cancellato da Facebook (per qualche ragione strana, la sua assenza mi pesava molto), 2) salutare una brava editor che ha un carattere meraviglioso, per quello che conosco di lei, 3) rivedere un caro amico, che nel frattempo è diventato editore, ma che non è l’editore del romanzo in pubblicazione per intenderci (ah, uscita prevista: fine gennaio) e raccontarci tante tante cose che sanno di vita, di sincerità e ammirazione, citando naturalmente, durante l’incontro, la canzone “Incontro” di Guccini, 4) incontrare per caso un’amica che non vedevo dai tempi della laurea triennale alla Sapienza, per poterci dire cosa abbiamo fatto nel frattempo e cosa stiamo cercando ora, 5) conoscere una simpatica ragazza che ha collaborato nello stesso sito dove ho scritto anch’io per un bel po’ di tempo e che ho visto crescere (ci siamo inevitabilmente lamentate per le condizioni di chi lavora nel campo della cultura in Italia, scambiandoci i contatti), 6) rivedere un vecchissimo amico a uno stand, un architetto, e chiedersi che cosa ci facesse seduto dietro a uno stand, per scoprire che si è fidanzato con una editor, e che è rimasto architetto, 7) essere additata davanti a una cinquantina di persone come una specie di nerd (questo è accaduto durante il workshop su come trovare i libri online), 8) incontrare una persona che ha creduto in me quando scrivevo sul sito di cui sopra, curando un blog con i miei racconti. Lui era il mio editor e ora è dottorando di ricerca: si è a quanto pare consacrato alla critica letteraria.

Non ho altre suggestioni da raccontare, è troppo tardi e questo post è troppo lungo per essere letto da qualcuno fino alla fine. Forse uno o due lo leggeranno fino alla fine? Daniele? Forse no… lo scoprirò nei prossimi giorni dalla lettura delle statistiche, se nessuna verrà dall’Africa non mi avrà letto, pazienza, non chiedo attenzioni come una bambina. La domanda ora è: quando finirà la fiera Più libri più liberi, che farò?

Ornella Spagnulo

11 Set

Cronaca di una convivenza. Il mio primo romanzo

Non sto nella pelle. Ho trovato un editore e il romanzo su cui ho sudato di più sta per prendere le sue gambine e lasciarmi, per esplorare nuovi mondi. So che il testo non sarà più mio d’ora in poi, ma alla mercé di chi vorrà interpretarlo, e non mancherà chi lo liquiderà come inopportuno tra i libri del suo scaffale, ma ci sarà anche chi lo regalerà, spero, perché gli sarà piaciuto, chi forse ci piangerà, chi si ritroverà, come mi è successo con questo blog. È un testo che ha visto varie versioni di se stesso.

Sola con una fotografia ora è un titolo molto lontano dalla mia vita, ho abbandonato la fotografia e la solitudine da tempo. Magari non sarà tra le pile della Feltrinelli, la casa editrice è piccola, ha 3 anni d’età, e non può comprarsi le vetrine dei librai, ma sarà da qualche parte, almeno, in qualche luogo fisico. Si parla di presentazioni, chissà se verrà mai qualche  lettrice o lettore del blog? Io ci spero. Ma mancano ancora mesi.

Daniele è stato felicissimo quando gliel’ho detto. Poi ho chiamato i miei genitori, e ho mandato qualche email. Mi sento ancora frenetica. Mentre l’editore parlava, anche se sapevo bene che non era un editore a pagamento, tra me e me pensavo: “Ecco, ora mi dirà che devo contribuire alle spese della casa editrice”. Non sembravo visibilmente contenta credo, perché sono anni che scrivo di nascosto, mando manoscritti, mi rendo conto che fanno schifo, allora li riscrivo e poi li lascio riposare, e li invio di nuovo e aspetto. Le risposte finora erano state poche, qualcuna gratificante ma senza arrivare a nessun risultato finale. Alcuni consigli, più che preziosi direi, li ho afferrati; anche i rifiuti mi sono serviti. Per far crescere quei canovacci.

Intanto, mi preparo per l’evento del 27 settembre, con la redazione di Viva, una rivista in carne e ossa, per la ‘puntata’ su poesia colta e poesia popolare. Il mio intervento sarà su Alda Merini.

Gli aggiornamenti continueranno su questo blog. Siete contenti insieme a me?

 

03 Giu

Gli esercizi degli allievi del corso di scrittura distruttiva. Quarta lezione

Il primo esercizio dell'editor per gli allievi di scrittura creativa

La seconda ragazza attacca così:

“Stamattina al paese dei balocchi è cominciato il corso di scrittura. È cominciato, ma io solo una parola vorrei scrivere: Luca! Il tuo nome, il tuo sorriso il tuo profilo, il tuo modo d’essere con me senza di me. Luca! Mi capisci, tu! Per questo voglio imparare a scrivere. Per scriverti lettere d’amore appassionate, perché così, anche se ci lasceremo, anche se prima o poi ti stancherai di me e mi vorrai mandare a quel paese, io saprò dissuaderti. Come farò? Vedrai, tutti i miei libri saranno pubblicati dalla Infeltrinelli, e non ti potrai più scordare di me: ti seguirò come un’ombra, il mio nome sarà sui cartelloni pubblicitari, sui giornali, dappertutto! I miei libri saranno talmente famosi, che tu non potrai più fare finta di niente. Ci sarò, ci sarò sempre, per te, mio bel Luca, ragazzo dagli occhioni impauriti e indifesi.

Io sarò sugli scaffali delle librerie del centro e allora capirai che non potrai più disfarti di me, in alcun modo! Così accetterai la mia presenza e rimarrai con me, e mi chiederai di sposarti! Avrò un sacco di soldi quindi non avremo nessun problema a mettere su casa, a fare figli, guadagnerò io per tutti e due. Realizzeremo il nostro sogno d’amore e la scrittura sarà stata solo il mezzo, lo strumento, perché tutto divenisse perfetto”.

corso di scrittura creativa

La terza scrisse così:

“Nel paese dei balocchi, questa mattina è cominciato il corso di scrittura creativa. Pinocchio si è svegliato di buon’ora e con l’abbecedario sotto il braccio si è diretto al paese con la voglia di studiare. Ma ha incontrato un signor gatto e una signora volpe che, invece di metterlo sulla buona strada e parlargli dei risvolti morali e intellettuali dello studio, della creatività e delle fatiche, gli hanno detto: – Pinocchio, tu devi fare soldi! Studia quanto basta per farti pagare, scrivendo, adeguati al mondo di oggi! -, così ha buttato l’abbecedario, è andato in classe e ha seguito il maestro con scarsa attenzione, infine è tornato a casa dove a Geppetto ha mentito spudoratamente.

– Com’è andato il primo giorno di scuola? Dimmi figliuolo –

Pinocchio ha risposto: – Bene, babbo, mi hanno insegnato tante cose, mi hanno detto che devo credere in me stesso, leggere tanto e cercare di capire il mondo

– Sono contento – ignaro della bugia, mastro Geppetto.”

Lezione precedente del corso di scrittura distruttivacorso di scrittura creativa

Lezione successiva del corso di scrittura distruttiva episodio successivo corso di scrittura parodia

27 Mag

Anonima scrittori. Corso di scrittura distruttiva. Terza lezione.

– Cominciamo con un esercizio. Vi do un incipit e voi dovete continuare -.

Gli studenti prendono una penna dalle rispettive borse, zainetti, giacche…

L’insegnante si schiarisce la voce.

– Stamattina, al paese dei balocchi, è cominciato il corso di scrittura creativa…A partire da queste parole, dovete scrivere un racconto, e poi li leggeremo tutti, va bene? Adesso vado a fumarmi una sigaretta. Mi raccomando, non copiatevi, perché l’originalità è il primo requisito: se non siete originali, potete dire addio alla scrittura, anzi, è meglio che ve ne andiate subito…

Il primo comincia: “Stamattina, al paese dai balocchi, è cominciato il corso di scrittura creativa. Avevo smarrito la mia penna, ma l’ho ritrovata, l’avevo semplicemente lasciata al bar, dove, tra cappuccino e cornetto, avevo segnato il numero di una studentessa del corso, che è come me di Rieti.

Stamattina, al paese dei balocchi, avevo perso la mia testa, ma poi l’ho vista gironzolare tra gli stand di libri pubblicati da minuscoli editori, libri che non vedranno mai il mercato, e così me la sono rimessa addosso, non aspettandomi più molto da queste due giornate. Stamattina, prima di uscire, avevo dimenticato persino il giacchetto, ma mia mamma, santa donna!, si è ricordata che stavo per salire sul monte del paese, dove fa freddo freddo, d’inverno, e mi ha detto, sulla porta:

– Francesco, ricordati il giacchetto!- . – Sì, mamma-, e mi sono ricordato anche di quello, ma me lo avevano suggerito quindi non è merito della mia memoria! Stamattina, al paese dei balocchi, quando è iniziato il corso stavo per dimenticare tutto: perché voglio scrivere, che cosa ho studiato…ma tanto, queste risposte non servono a niente. Pare si tratti solo di questioni di marketing, pertanto mi pongo come bravo discepolo per imparare tutto quello che mi  verrà insegnato. Sperando che una volta a casa non mi scorderò di niente!”.

corso di scrittura creativavai all’episodio precedente, se come Francesco te lo sei scordato!

vai all’episodio successivo se vuoi leggere gli altri Incipit!
episodio successivo corso di scrittura parodia

06 Nov

Eternità n.

“Col pensiero a mia sorella (…), a cui mi sono ispirata in questo racconto, auguro a (…), quando sarà il suo tempo, di essere sempre sensibile e generosa”.

 

Questa è la dedica del racconto “Angelo nero”, scritto nel lontano 2006. Un racconto di Natale, come dice il sottotitolo, con la foto di una ragazza africana e dietro il mare – o l’oceano. Non ci sono numeri di pagina. Sempre per (…), la stessa signora ha scritto una simpatica favola intitolata “Il mio amico cerbiatto”. Lo stile mi stupisce, è molto curato e presenta anche spiccati elementi originali, nuovi, freschi. Non da semplice maestra che scrive le favolette, ma da donna con un’intenzione autentica e un pensiero innovativo. Mentre questi racconti, entrambi, sono stampati con rilegatura semplice, ad anelli bianchi e grandi, il terzo manoscritto – un ‘dramma in tre atti’ – è tutto scritto a mano, con una calligrafia che pende verso destra e sono assenti sbavature di ogni tipo. Ordinato, pulito, lungo, ha anche un titolo accattivante: “Il telefono senza fili”. Protagonisti sono…ma posso rivelare tutto questo?

Ieri sera io e il compagno siamo scesi in garage, per tutto il giorno ero convinta di aver perso il cellulare. Poi sono scesa con lui in macchina e grazie alla luce dell’Iphone l’abbiamo ritrovato insieme sotto al sedile. Daniele ha detto: ‘mettiamo la macchina in garage?’, ‘sì’, ‘anche il motorino, visto che ci stiamo’. E siamo scesi, senza nessuna premonizione devo dire, tranquilli e sereni come se stessimo andando a comprare la ricarica per il cellulare, o come se volessimo fare una semplice passeggiata. ‘ci sono dei vasi bianchi, devi prenderli’, aveva detto mia madre, ‘quando vai in garage? Controlla che gli operai abbiano ritinteggiato. E attenzione ai fili scoperti! Li devono ricoprire’.

Un vero tesoro abbiamo scoperto in questo garage. No, non si tratta di opere d’arte di valore o gioielli d’oro o…niente di materiale. Oggetti che rimandano ad altro. Foto: la maestra defunta in costume da Carnevale con cento bambini tutt’intorno, lei con gli occhiali spessi, loro con i sorrisi aperti e vivi. Un certificato di laurea in Sociologia, di una ragazza nata nel ’76 (sua figlia?). E poi… – e qui la gioia è stata tutta mia – dei libri vecchi (il “Paradiso” di Dante, l’autobiografia di Santa Teresa di Gesù, che a Madrid avevo cercato, girando alcune librerie, senza trovarla, un romanzo degli anni Settanta, sconosciuto) e dei piccoli testi firmati dalla proprietaria di questa casa, prima di me.

 

Ho pensato che fosse un segno del destino. Come le matite nuove, ritrovate accanto ai libri, ancora intatte dentro l’astuccio di cartone. Devo continuare a scrivere perché la signora si è interrotta? Tocca a me, adesso, prendere quelle matite e quei testi? Posso contattare i suoi parenti per chiedere se è mio diritto riscrivere un testo teatrale basandomi sul suo “Telefono senza fili”, ovviamente citando il suo nome e cognome, senza fare nessun furto (chi ruba, nell’arte, si riempie solo di sensi di colpa) ma scrivendo il mio nome dopo il suo, se i parenti sono d’accordo?

Mi chiedevo questo – egocentrica come sono – mentre il fidanzato si perdeva in pensieri di tutt’altro tipo: ‘i parenti si devono riprendere tutta questa roba’, ‘sì, va bene, cerchiamoli’, ‘vanno cercati.’ E poi il dubbio: ‘chissà se erano brave persone’, ‘certo che lo erano, questo è fuori discussione’, ‘i parenti saranno incazzati neri, perché hanno lasciato questa casa alle suore?’. Perché la comprasse mio padre per me e noi potessimo seguire le loro orme di brave persone, e perché io continuassi a scrivere e…Dentro avevo un magone, un’angoscia, Daniele era cupo e facevo fatica a respirare. ‘andiamocene’, dice Daniele: ‘io mi arrabbierei molto al posto loro. Non voglio fare questa fine’.

Non è una fine, dopotutto. Di sicuro sono in Paradiso a guardarci. Ci hanno consegnato la loro eredità. Proprio adesso mi è arrivata la telefonata di una persona che ha sbagliato numero.

Manoscritti ritrovati in un garage

Non credo di dovermi sentire in colpa. Non abbiamo oltraggiato la loro tomba ma solo recuperato quello che ci avevano lasciato. Il fidanzato dice che dobbiamo contattare i loro parenti. La vicina di casa li conosceva di persona, erano amici, ci ho già parlato un paio di volte. Il fidanzato dice che dobbiamo invitarli a casa per sapere qualcosa di più, per raccontargli di tutte le foto messe in uno scatola e lasciate lì, insieme a vini vecchi e alle altre cianfrusaglie.

22 Ott

Pensiero n. 14

 

 

 

 

Fanculo agli arretrati, alle email arrivate e alle fatture da pagare. Ho poco computer per me, questi giorni, ora per esempio sono collegata da casa di mamma e papà. A casa mia, invece – casa nostra: fidanzato e me – non c’è ancora connessione, abbiamo inviato la richiesta ma ci vorrà un mese, al massimo. Il fidanzato, intanto, si è comprato un nuovo computer, il mio è seppellito in uno degli scatoloni a cui non ho ancora messo mano. È triste, per me, stare lontana dai tasti, dalle lettere, dalle parole scritte. Ho solo le parole della mia bocca, in questi giorni, e sento molta mancanza del resto. La mia vita intima ormai è condivisa – perfino i pensieri, perfino il corpo, perfino l’idea del futuro.

 

Siamo in questa casa da meno di una settimana ed è successo l’impossibile, una vera rivolta della materia verso di noi, nuovi immigrati e innamorati felici (questo mi fa pensare che la casa vecchia ci invidi un po’, ma so che questo è solo un mio pensiero). Anche i coniugi che prima abitavano il nostro stesso appartamento – loro ormai sottoterra, o sopra la terra – erano persone felici. Mi pare di aver capito che lei fosse un’insegnante, lui non lo so. Avevano lasciato questa casa alle suore di madre Teresa di Calcutta, mio padre infatti l’ha acquistata da loro. Ha dato dei bei soldi a queste suore, ma sicuramente faranno qualcosa di buono.

 

Non sono catastrofica, però ecco che cosa è successo: un corto circuito sabato sera, proprio prima di uscire. Per fortuna ho un amico elettricista che ci ha dato una mano a sistemare. La serranda elettrica ha fatto una scintilla, un grande spavento, però non è stato l’unico incidente. Domenica pomeriggio abbiamo visto il controsoffitto dell’ingresso riempirsi d’acqua, e piano piano l’acqua gocciolare. Siamo saliti al piano di sopra, credendo fossero i vicini ad aver combinato qualcosa, ma niente, ci ha aperto la porta una ragazza con la bocca di dentifricio che ha risposto: ‘sì sì, ora subito smetto di lavarmi i denti!’. Ma no, non era colpa sua – pare che sia stato un problema di riscaldamento. Stamattina è venuto l’idraulico; ieri, per telefono, ci aveva dato istruzioni per arginare le perdite d’acqua e non finire allagati.

 

Anche il mio corpo si sta ribellando. La zona del corpo che di solito viene chiamata ‘intima’ per eccezione mi provoca dolore, fastidio, fitte spiacevoli. Questo ci obbliga all’astinenza, quindi ancora un elemento de-romanticizzante nei nostri primi giorni nella ‘casa del cuore’.

 

L’importante è essere uniti. Abbiamo anche il televisore, adesso: ce l’hanno regalato i genitori del fidanzato.

 

Ho talmente tante cose da dire, sono così tanto piena di tutto, che faccio fatica perfino a scrivere e mi sento accampata come una soldatessa. Eppure, penso che questi giorni li ricorderò per tutta la mia vita.