26 Ago

Fine di una convivenza

La casa ha già preso nuove sembianze, perché le persone muovono gli oggetti anche col pensiero. Così, quasi con il pensiero il divano si è addossato al muro e non occupa più la metà esatta del salone-cucina, creando una barricata eventuale. Anarchica contro fascista? Donna contro uomo? Precaria contro lavoratore? Erano tante le opposizioni. Sulla parete del divano ho attaccato quegli adesivi che mi piacevano tanto: gli stickers a forma di edera verde. Ho preso un altro paio di quadretti e la cassetta finta della posta, su cui attaccavamo i nostri cappotti – c’è ancora un berretto suo appeso, non ho voglia di levarlo, mi resta per ricordo – è tappezzata di calamite: ho scoperto solo adesso che è magnetica! Il tavolo centrale, su cui scrivo, si trova vicino alle portefinestre e qualcos’altro è cambiato nell’aria, ma non saprei dire bene cos’è. La libertà è un’amica e per questo sono in buona compagnia. Sempre sola, per il resto. Non ho resistito a lungo, perché due persone che in comune hanno solo le differenze non vivono di grande sintonia, e l’unione può essere data solo dall’annullamento di una delle due volontà. I sacrifici, però, devono avere uno scopo. Tanto meglio il non sacrificio, che comporta comunque altri sacrifici, come quello di vivere sola.

Almeno torno alle mie convinzioni, a una vita che possa capitare anche a casaccio, ma senza dover assistere a stupidi litigi con poveri lavavetro colpevoli solo di non pagare le tasse e scappare da un paese difficile, senza dover presenziare a ridicoli appuntamenti con non-amici a cui poter dire solo: “Ciao!” e dopo: “Bene”, e poi ancora: “Ciao!”. Non farneticavo dai tempi del liceo. Parlo molto quando sono coinvolta, quando ho sentimenti e ideali comuni alle persone intorno. Altrimenti resto in silenzio. E così restavo con gli amici suoi. Tanto affetto ho ricevuto da lui: è vero. Per questo dovrei stare zitta. Ma cos’è quell’amore che ti riduce al silenzio? È un amore che ti fa sentire fragile. Così mi sentivo, in fondo.

Quanto a lui, lo sa, gli auguro, come si dice spesso, il meglio, l’amore giusto, la felicità. Per quello che mi riguarda, prego per le solite cose, forse ho una maggiore spinta verso il viaggio e l’indipendenza, poi si annulla facilmente in questa società, cade ogni desiderio. Ho provato a viaggiare da sola, e al terzo giorno di mare ho rischiato di essere violentata. Due tizi mi seguivano mentre rientravo in albergo. Mi sono avvicinata alle uniche persone che c’erano in giro, una ragazza con un signore di una certa età e un uomo in carrozzina. L’hanno accompagnato a casa, mostrandomi dei quadri bellissimi di Anna Nevi, crocifissi e paesaggi. Loro, Anna e Giuseppe, mi hanno scortato fino all’hotel.

Forse non sto lasciando soltanto lui: ho voglia di nuovo di ribellione, di spinta vitale autentica, di riconoscere le mie verità.

Le cicale con i loro suoni si stanno calmando, oggi è il giorno di Ferragosto e, tanto per cominciare, non vado fuori porta. Quest’abitudine l’ha trasmessa Mussolini. E resto qui, a Roma, progettando di fare un giro in macchina per le strade della capitale (le ztl sono aperte). E non vedo l’ora che arrivi la settimana prossima, e non vedo l’ora che la festa ricominci: l’anno inizia in fondo il 1° settembre. Il 1° gennaio è solo la sua celebrazione ufficiale, religiosa. Ma la vita, la vita ricomincerà e non sarà come prima, allora perché ho voglia di piangere pensando all’affetto, all’amore? Perché non lo trovo in queste mura così meravigliosamente libere, in questo spazio ritrovato?

Forse noi donne nasciamo già con il concetto del giogo come culla. Stavo bene anche con lui, perché oltre al sacrificio c’era la felicità. Ora c’è solo libertà e libertà, ma niente di felice; qualche speranza.

11 Mag

Torna "Cronaca di una convivenza"!

Sola. Quello che avevo sempre voluto: “Cosa vorresti fare da grande?” chiedeva papà. “Andare a vivere da sola”. Le altre bambine: “Sposarmi, avere figli, diventare una principessa…diventare…”. Avevo ambizioni lavorative, ero indecisa tra essere ballerina o giornalista. Di giornalisti in casa non ne avevamo. Era tutto mio quel desiderio. La tisana al limone e allo zenzero comunque non si può bere.

Così, hai voglia a ragazzi da deludere! In determinati modi. Mi bastava essere me stessa e venivo liquidata nel giro di un solo mese, 3 se ero fortunata. In 29 anni la mia relazione più seria aveva toccato i 10 mesi. Poi mi sono trasferita in questa casa. Quando mi sono trasferita, stavo già da 9 mesi con Daniele. Era automatico chiedergli: “Vieni con me?”, anche perché io non ci sapevo stare, da sola. Volevo, mi sarebbe piaciuto da piccola, ma anche la ballerina sarebbe stato un bel mestiere!

Daniele era incerto, non voleva condividere casa con me perché era casa mia, e si sentiva ospitato. “Ma vieni, che ci frega?”.

Tempo 6 mesi e l’ho lasciato. Volevo essere libera, per la prima volta: casa mia, amici miei, pensieri miei; mie scelte. Non stavo passando neanche un bel periodo equilibrato, diciamo. Mi è bastata la frase di un prete a farmi mettere in questione tutto quello che avevo creato e desiderato fortemente per un anno.

Ma non voglio parlare di preti, dare la colpa ad altri. L’uomo che con tanta pazienza avevo convinto a dormire, mangiare, guardare la tv dentro le mie mura domestiche, vicino a me, era andato via perché volevo riprendermi il mio spazio, forse – in qualche modo devo ancora motivare perfino a me stessa una decisione che ancora non capisco – . Bene, serena, cene a casa con amiche e amici, compresa un’ex compagna dell’università che ora sta in America, temporaneamente nella capitale, a casa mia. Via tutto quello che mi ricordava di lui.

È durata circa 3 settimane questa situazione. Poi è bastata una citofonata, alle dieci di sera. “Amore”, mi parlava dal marciapiede, siamo stati mezz’ora e più a parlare, con l’acqua nel pentolino che bolliva ininterrottamente, gli ho detto: “Se mi amavi venivi oggi pomeriggio. Lo sai che io la sera devo stare calma, per riuscire a dormire”. Ho chiuso il citofono, e tutta l’acqua era evaporata.

Mi sono stesa sul divano e ha cominciato a farmi male la schiena. Mi capita quando sono molto triste, per non dire depressa.

La mattina dopo, appena sveglia, come se niente fosse gli ho mandato un messaggio per dirgli: “Andiamo stasera a mangiare il sushi?”. E siamo tornati insieme, lui a casa sua e io a casa mia però.

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